Il fratello più fortunato di Jane Austen, Edward detto Neddie, sta per avere il quarto figlio dalla moglie Elizabeth. Poiché Cassandra è prostrata per la morte del suo fidanzato Tom Fowle, è Jane che dovrà recarsi in Kent per assistere la cognata Elizabeth facendo svagare i tre figli maggiori - tra cui la sua cara Fanny, la primogenita - e facendo le veci della cognata negli eventi mondani. Lo scopo - neanche tanto velato - di Elizabeth è di farle conoscere dei possibili corteggiatori in modo che si sposi al più presto. Si è infatti diffusa la notizia del suo sfortunato flirt con l'irlandese Tom Lefroy, che è finito male anche a causa delle ingerenze della famiglia di lui, che vorrebbe che scegliesse una moglie più benestante della squattrinata Jane.
Elizabeth chiede a Jane anche di investigare sulla nuova ospite della suocera, Mrs. Knight (perché Ned è stato adottato da lei e dal ricco marito Thomas quando aveva circa tredici anni, diventando il figlio che la coppia non ha mai potuto avere) per scoprire chi sia la misteriosa principessa Eleanor, che si spaccia come Infanta di Castiglia e che rischia di soppiantare Edward negli affetti e nel testamento di Mrs. Knight.
Ma, anche se scopre fin da subito che Eleanor è un'impostora, Jane non può fare a meno di provare grande solidarietà per lei quando scopre cosa le è successo. È il periodo in cui Jane sta scrivendo il suo Elinor e Marianne - anzi, ha addirittura rischiato di perderlo all'inizio del romanzo quando la diligenza con cui è arrivata in Kent ha scambiato il suo bagaglio con un altro, facendo quasi partire lo scrittoio portatile di Jane con dentro tutti i suoi manoscritti per il Continente - e la lettura ad alta voce delle lettere delle due sorelle a Mrs. Knight, smuove qualcosa in Eleanor, che si confida con Miss Austen, ma anche con le stesse Elinor e Marianne, con cui sente un'affinità a causa delle loro vicissitudini. Ancora una volta, anche se in stato embrionale, la scrittura di Jane è salvifica e, alla fine, le parole di "Eleanor" la aiutano a trovare una nuova dimensione per la sua scrittura (e il discorso indiretto libero, forse, o addirittura il flusso di coscienza).
“I’ll try, I swear to it. Thank you, Miss Jane. Thank you, Miss Dashwood. Thank you, Miss Marianne.” She throws an arm around Jane, kissing her cheek.
Jane does not correct her to say that she is “merely Jane.” There are no impermeable divisions in Jane’s mind. She can slip in and out of her characters as easily as changing into a new gown. Jane is distinctly not her heroines yet none would exist without her, and Jane would not be Jane if it wasn’t for Catherine, Lizzy, Miss Dashwood, and even the diabolical Lady Susan. She has taught her this.*
Con uno stile particolare, che utilizza il presente e non il passato remoto - forse per dare l'idea di immediatezza di un diario - Jessica Bull riorganizza parzialmente la cronologia della vita di Jane Austen (ma tutti gli episodi, tranne quello dell'Infanta di Castiglia, sono veri episodi della sua vita), ricreando il mondo reale della sua famiglia, dei rapporti tra lei, i suoi fratelli e i suoi genitori e gli eventi più importanti di quegli anni. Ottimo lavoro, Mrs. Bull.
*«Ci proverò, lo giuro. Grazie, signorina Jane. Grazie, signorina Dashwood. Grazie, signorina Marianne.» Le getta un braccio sulle spalle di Jane, baciandole la guancia.
Non la corregge dicendo che è «solo Jane». Non ci sono compartimenti a tenuta stagna nella sua mente. Può entrare e uscire dai suoi personaggi con la stessa facilità con cui potrebbe cambiarsi d’abito. Jane chiaramente non è nessuna delle sue eroine, eppure nessuna di loro potrebbe esistere senza di lei. Allo stesso modo, Jane non sarebbe diventata Jane se non fosse stato per Catherine, Lizzy, la signorina Dashwood, e persino la diabolica Lady Susan. È stata lei a insegnarglielo.**
** Ho sostituito il nome nella citazione con un generico Her/lei perché non si sarebbe capito e perché non posso spoilerare il romanzo, peraltro uscito in italiano per i tipi di PIEMME, con la traduzione di Fulvia Quercia, ma vi dico che avrei voluto intitolare la recensione Una Godmersham piena di gente. Chi ha letto Daniel Keyes sa cosa intendo.