Dopo un devastante terremoto al largo della Corea del Sud, Seo Mu-yeong rimane intrappolata a Haewon, un villaggio isolato di pescatori dove il misterioso morbo del Mare dell'Est sta trasformando gli esseri umani in creature deformi e marcescenti.
A poco a poco, le risorse iniziano a scarseggiare e il villaggio, pervaso dall'odore di pesce putrido e dalla disperazione, è ormai in quarantena permanente. Mu-yeong, diventata una cacciatrice di infetti, si guadagna l'odio degli altri abitanti per la sua freddezza. Finché una mattina conosce Ha U-jin, un enigmatico ricercatore che decide di sfidare i divieti di ingresso nel villaggio per studiare l'epidemia. Il suo arrivo innesca una reazione a catena inarrestabile, che porterà alla luce l'oscura verità celata dietro la malattia.
Con Il mare infetto, Kim Bo-young rende omaggio alla scrittura di H.P. Lovecraft, in un romanzo horror che affonda nelle profondità dell'animo umano e nell'inquietudine dell'ignoto.
Kim Bo-young (Korean: 김보영; born 1975) is a South Korean science fiction writer based in Gangwon Province, South Korea. In addition to her novels and short story collections, she has worked as a script advisor for Bong Joon-ho's Snowpiercer in 2013.[1] She is the first Korean science fiction author to be published by HarperCollins.
Strano, a tratti molto inquietante. Un mix ben riuscito tra horror e fantascienza, una narrazione fluida. Mi è piaciuto molto. Unica pecca, avrei voluto fosse più lungo.
My god-tier favorite sci-fi author has a new book coming out in English--brb, just going to be insufferable and reread the synopsis endlessly until Summer 2026!!
Kim Bo-young, in questo suo breve romanzo horror-fantasy, rende omaggio a Il richiamo di Cthulhu, riprendendo le atmosfere lovecraftiane in una riscrittura che vede l’orrore cosmico provenire dagli abissi marini. Ora, io non ho letto il ciclo di Cthulhu e non sono in grado di valutare la qualità della riscrittura, meglio così perché non sono appassionata di queste forme narrative. La storia inizia con un terremoto e relativo tsunami che sconvolgono gli equilibri di un isolato villaggio di pescatori. Col maremoto si scatena una terribile epidemia - il morbo del Mare dell’est - che trasforma i contagiati in orrende creature dalle sembianze ittiche. Il villaggio è in isolamento e Seo, arrivata a ridosso della catastrofe, rimane intrappolata nel posto, chiuso al mondo esterno. Essendo sana si ritrova a dare la caccia ai contagiati che violano l’isolamento.
Il romanzo è stato scritto nel 2020 e, a detta dell’autrice, non c’è nessun riferimento alla pandemia. Mah, io nutro qualche dubbio in merito perché ci ho letto (o ci ho voluto leggere) qualche lieve critica al sistema della gestione del Covid. Però io sono un po’ una c@g@c@xx1. La narrazione si completa con l’evoluzione del personaggio di Seo che da odiata esecutrice di ordini superiori, fredda e violenta, annichilita dalla situazione e da una perdita personale, diventa una sorta di salvatrice. L’orrore cosmico, qui, va oltre la comprensione umana, si ammanta di ignoto e di ambivalenza, spaccando a metà la concezione del diverso, sondando la dedizione di alcuni uomini ad una divinità mostruosa portatrice di un male assoluto. L’ambientazione è cupa e putrescente, la paura si trasforma in terrore, e il terrore sembra quasi annidarsi dalla parte sbagliata. Non è particolarmente inquietante, è molto fantasy o forse sarà che il fantasy, per quanto oscuro e malvagio possa essere…, rimane fantasy (e mi fa un po’ sorridere).
Kim Bo-young è una delle più quotate scrittrici sudcoreane di fantascienza, ha collaborato anche col regista Bong Joon-ho, quello di Parasite. Pur amando in generale la letteratura sudcoreana, questo lavoro mi ha lasciata un po’ tiepida. Credo che riproverò col suo L’origine delle specie, ma solo perché c’è un po’ di fisica quantistica.
Un tributo a Cthulhu, narrado desde el prisma de la cuarentena del COVID-19. Los personajes me parecieron un poco planos, pero la ambientación me resultó lo suficientemente entretenida. Me parece que fue una buena elección para empezar a adentrarme en las obras de Kim Bo-young en su lengua original, pero no creo que ella misma la tenga en muy alta estima dentro del resto de su obra. Se nota que es algo simpático hecho para un proyecto de novelas coreanas inspiradas por Lovecraft. De todas formas, espero que tenga mucho éxito y que genere más interés en la traducción de la autora.
L'approccio genetico di questa autrice mi è piaciuto in altri suoi libri, come in "L'origine delle specie", ma questo retelling dell'universo lovecraftiano non mi ha entusiasmata come mi sarei invece aspettata. È scritto e tradotto bene, ma ho la sensazione che, essendo un lavoro prima commissionato e poi creato, sia stato fatto un lavoro di "svecchiamento" del mito di cthulhu; piuttosto mi sarei aspettata una lettura in chiave asiatica, se non puramente coreana, della stessa storia. Nonostante questo è molto scorrevole, è una lettura molto breve e abbastanza piacevole.
Romanzo in cui l’orrore cosmico incontra un dolore umano viscerale. La storia si apre con la guardia del corpo Mu-young che prende una decisione fatale: salire su un treno diretto all’isolato villaggio costiero coreano di Haewon durante un’allerta per un massiccio terremoto, privilegiando la sicurezza della nipote rispetto all’ordine di evacuazione ufficiale. Tre anni dopo il disastro, Haewon è isolato da un lockdown governativo. Il terremoto non ha causato solo danni strutturali; ha scatenato un’antica piaga che trasforma le sue vittime in mostruosità grottesche e pesciformi. L’atmosfera è densa di decadimento, riecheggiando un terrore lovecraftiano, ma radicato nella realtà coreana.
La prosa cruda rende l’orrore non solo fisico, ma un terrore psicologico. L’arrivo di un burocrate invadente da Seoul non fa che acuire il conflitto interno, rappresentando la corrotta indifferenza del mondo esterno.
A decent action horror book, but devoid of any type of psychology. It's completely empty of feelings or emotions. You should read it if you like Lovecraft's works, especially Innsmouth and Cthulhu.
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Un libro horror action decente, ma privo di qualsiasi tipo di psicologia. È completamente vuoto di sentimenti ed emozioni. Dovreste leggerlo se vi piacciono i lavori di Lovecraft, specialmente Innsmouth e Cthulhu.
Il mare infetto di Kim Bo-Young ci trascina in un mondo in cui il mare non è più solo un elemento naturale, ma una presenza ambigua, contaminata, quasi senziente. Un luogo di confine dove l’ignoto prende forma attraverso creature, mutazioni e una realtà che sembra scivolare continuamente fuori asse. Al centro della storia troviamo una cacciatrice di mostri, figura solitaria e funzionale, che si muove in un universo narrativo essenziale, spoglio, dominato da una costante sensazione di minaccia.
È un libro che, soprattutto nelle prime pagine, richiede uno sforzo: entrare nella mente dell’autrice non è immediato. La scrittura è asciutta, poco accomodante, e il lettore deve accettare di perdersi per un po’, di non avere subito appigli emotivi o narrativi. Superate però le prime 40–50 pagine, la storia inizia a prendere forma e a rivelare la sua vera natura: una fantascienza dai tratti horror, capace di evocare un senso di inquietudine profonda, quasi esistenziale.
Quello che colpisce di più è proprio ciò che il libro suggerisce più che ciò che mostra. “L’𐌉𐌍𐌒𐌵𐌉𐌄𐌕𐌵𐌃𐌉𐌍𐌄 nell’ignoto” di cui parla l’incipit non è solo una dichiarazione d’intenti, ma il vero motore del romanzo: tutto appare surreale, come un sogno febbrile, eppure terribilmente plausibile. È una lettura che richiama, per atmosfere e concetti, un certo tipo di fantascienza alla Black Mirror, dove l’orrore nasce dall’idea che ciò che stiamo leggendo potrebbe non essere così lontano dalla realtà.
Il motivo delle quattro stelle sta proprio qui. Il libro affascina, intriga, lascia immagini potenti, ma lo fa con una rapidità che a tratti spiazza. Le descrizioni dei mostri, dei personaggi e delle azioni della protagonista sono ridotte all’essenziale; tutto accade molto in fretta, forse troppo. Quando si arriva alla fine, la sensazione è quella di voler restare ancora un po’ in quel mondo, di desiderare più spazio, più tempo, più carne narrativa. Con una maggiore espansione, Il mare infetto avrebbe potuto facilmente raggiungere la perfezione.
Resta comunque una lettura fortissima, originale, capace di distinguersi nel panorama contemporaneo. Merito anche di ADD Editore, una realtà che continua a portare in Italia libri particolari, scomodi, non allineati, e proprio per questo preziosi. Il mare infetto è un romanzo che non si dimentica facilmente: breve, 𐌃𐌉𐌔𐌕𐌵𐌓𐌁𐌀𐌍𐌕𐌄, affascinante. Imperfetto, sì, ma profondamente necessario.
Questo breve romanzo di fantascienza-horror è ambientato in una cittadina costiera coreana che, a seguito di un terremoto, viene invasa da uno strano virus/batterio che ha contaminato gli abitanti che ora sono costretti a vivere in isolamento dal resto del mondo. La narrazione scorre fluida, con vari flashback che ricostruiscono ciò che è accaduto, e con belle descrizioni che creano l'atmosfera da horror. Tuttavia, la pecca principale è la durata: una storia del genere penso che meritasse più pagine.
Kim Bo-young decide di portare Lovecraft in Corea, anzi di più, lo riscrive arricchendolo di sfumature dell'estremo oriente. "Il mare infetto" ("역병의 바다", 2020; Add Editore, 2025; trad. di Giulia Donati), in ogni caso, non è assolutamente un plagio ma un omaggio riuscito piuttosto bene al Solitario di Providence.
Veniamo alla storia in cui un terremoto marino sconvolge la costa dalle parti di un piccolo villaggio di pescatori, messo poi in isolamento: presto si diffonde un morbo, il morbo del Mare dell'Est, che deforma chi viene infettato. Qui una turista, rimasta intrappolata ai tempi della catastrofe e che ha perso la nipote che era con lei, si occupa di non fare scappare gli infetti in isolamento, mentre gli abitanti del villaggio, che si dividono tra malati e chi si occupa dei malati, continuano ogni giorno a vivere la stessa vita, tra un mare ormai privo di pesce e l'infezione che trasforma gli uomini in esseri quasi alieni, se non veramente alieni. Ma l'arrivo di un un ricercatore scientifico venuto "da fuori" e uno scandalo nell'ultimo ospedale rimasto sembrano scatenare una nuova fase: quando cade il velo della malattia rivelando l'estraneità a contorno, ne scaturisce anche il mostro, l'orrore cosmico che, strappato dai suoi abissi, cerca di assimilare gli esseri umani nel propro popolo schiavo. E la nostra protagonista ha il tempo di scoprire che il vero problema non sta nell'essere diversi da chi si trasforma, o da chi è proprio estraneo, ma semplicemente affrontare la mostruosità che governa tutto, perché "quelli di loro che non erano impazziti, fuggiti o morti suicidi, dovevano aver compreso che solo venerandolo avrebbero potuto continuare a vivere".
La prova che l'immaginario Lovecraftiano è ancora vivo e potente è dimostrata da libri come questo, in cui il modello di "La maschera di Innsmouth" viene usato per raccontare l'inettitudine e la violenza del governo nel contesto della Corea del Sud contemporanea post pandemia e disastri naturali. Poteva discostarsi un pò di più dalla tradizione Lovecraftiana per rendersi più unico, come hanno fatto scrittrici quali Ruthanna Emrys o Caitlin R. Kiernan, ma come novella è ben scritta e coglie molto.di quello che rende effettivamente l'orrore cosmico tale anche se manca della potenza immaginifica dei grandi del genere.
Kim Bo-Young crea un immaginario cupo e malinconico ben riuscito, in un'ambientazione fredda e aliena ma anche familiare, di borgo rurale. D'altro canto non avendo mai letto nulla di Lovecraft non so bene come valutare questo libro che si ispira a / riscrive il mito di Chtulhu. In generale mi piace molto come scrive l'autrice, ma forse ho trovato più brillante e meno frettoloso l'altro suo libro che ho letto, L'origine delle specie.
Non so bene come valutarlo, è un horror puro, body horror oserei dire, con un paio di metafore sottostanti un po' troppo già sentite per i miei gusti. Detto ciò è un romanzo breve, scorrevole, niente di esaltante, ma non brutto. Purtroppo, e mi rendo conto sia un problema mio, odio quando elementi di modernità sono aggiunti alla narrazione, mi "macchiano" la storia (es. "tirò fuori il suo smartphone", non si può sentire) Come si dice, né carne, né pesce. Anzi, pesce un bel po'!