Η ανθρωποσφαγή που διαπράττεται από το Ισραήλ στην Παλαιστίνη μετά τις επιθέσεις της 7ης Οκτωβρίου 2023 έχει βυθίσει την ανθρωπότητα σε παραπλανητικές αντιπαραθέσεις (αν ασκείς κριτική στο Ισραήλ, είσαι αντισημίτης· αν αναδεικνύεις την κατοχή και το απαρτχάιντ, δικαιολογείς τη Χαμάς … ), οι οποίες εμποδίζουν την κατανόηση μιας ιστορίας που δεν αρχίζει την 7η Οκτωβρίου.
Το J’Accuse / Κατηγορώ ξεχωρίζει στη διεθνή βιβλιογραφία για το παλαιστινιακό ζήτημα ακολουθώντας τη φόρμα μιας συνέντευξης. Η Francesca Albanese απαντά με σύντομα εμπεριστατωμένα κεφάλαια σε καίρια ερωτήματα, και με αυτόν τον τρόπο μάς βοηθά να κατανοούμε τα γεγονότα που εκτυλίσσονται πλέον ζωντανά στις οθόνες μας, δίχως να παραγνωρίζουμε τη διαρκή ιστορικότητα του εγκλήματος.
Η έκδοση του βιβλίου αποτελεί καρπό συλλογικής μη κερδοσκοπικής προσπάθειας ανθρώπων με μόνη έγνοια τη δικαίωση των Παλαιστινίων. Περισσότερα από εξήντα πρόσωπα συνεισέφεραν ώστε το J’Accuse / Κατηγορώ να φτάσει στα χέρια των αναγνωστών στα ελληνικά.
Η Francesca Albanese είναι νομικός και ειδική εισηγήτρια του ΟΗΕ για τα κατεχόμενα παλαιστινιακά εδάφη. Τον Ιούλιο του 2025 επιβλήθηκαν κυρώσεις εναντίον της από τις ΗΠΑ λόγω των αποκαλύψεων στις οποίες προέβη σχετικά με τα διεθνή οικονομικά συμφέροντα που συντηρούν τη γενοκτονία των Παλαιστινίων στην έκθεσή της «Από την οικονομία της κατοχής στην οικονομία της γενοκτονίας». Την ίδια περίοδο προτάθηκε για το βραβείο Νόμπελ Ειρήνης 2025.
Credo che quanto detto il 24 ottobre 2023 davanti al Consiglio di sicurezza dell’ONU dal segretario generale dello stesso ONU Antonio Guterres condensi molto bene sia il senso di questo libro che quello della situazione in corso dopo più di un anno e mezzo dal 7 ottobre 2023. Ho condannato in modo inequivocabile gli orribili e senza precedenti atti di terrore compiuti da Hamas in Israele il 7 ottobre. Nulla può giustificare l’uccisione, il ferimento e il rapimento deliberato di civili e il lancio di razzi contro obiettivi civili. Tutti gli ostaggi devono essere trattati umanamente e rilasciati immediatamente e senza condizioni. È importante riconoscere che anche gli attacchi di Hamas non sono venuti dal nulla. Il popolo palestinese è stato sottoposto a cinquantasei anni di soffocante occupazione. Hanno visto la loro terra costantemente divorata dagli insediamenti e piagata dalla violenza; la loro economia soffocata; la loro gente sfollata e le case demolite. Le speranze di una soluzione politica alla loro situazione sono svanite. Ma le lamentele del popolo palestinese non possono giustificare i terribili attacchi di Hamas. E questi terribili attacchi non possono giustificare la punizione collettiva del popolo palestinese. Credo ci sia poco da aggiungere.
A dimostrazione che per Israele vale un diritto (= legge) diverso, che allo stato d’Israele viene permessa una politica colonialista che il diritto internazionale punirebbe a qualsiasi altro stato, riporto un’altra citazione: L’occupazione è illegale perché non è temporanea (va avanti da cinquant’anni), è condotta in violazione di tutte le norme internazionali che regolano il regime di occupazione, ed è divenuta uno strumento per attuare discriminazione razziale, conquista e annessione, praticando inoltre l’apartheid, che è una conseguenza naturale di tale sistema… Negli ultimi anni, numerose organizzazioni e studiosi di chiara fama hanno concluso che le politiche e le pratiche israeliane discriminatorie sistemiche e diffuse contro i palestinesi comportano il crimine di apartheid secondo il diritto internazionale. Occorre ricordare che ai palestinesi lo stato d’Israele applica la giustizia militare, non quella civile.
PS Occupazione, colonialismo, apartheid…: naturalmente ogni opinione del genere per Israele è dimostrazioni di antisemitismo.
PPSS “La verità prima di tutto” è l’incipit del più celebre J’Accuse della storia, la lettera aperta di Émile Zola al presidente della Repubblica francese, apparsa il 13 gennaio 1898 sulla prima pagina del quotidiano di Parigi “L’Aurore”, in difesa del capitano Alfred Dreyfus.
“J’Accuse” di Francesca Albanese (relatrice speciale delle Nazioni Unite per la Palestina) è un libro necessario per comprendere la situazione palestinese. In poco più di 100 pagine, insieme a Cristian Elia, riesce a delineare alla perfezione la complessità attuale in relazione al 7 Ottobre. Non c’è molto da dire, se non che vada assolutamente letto.
Un testo per essere informati in modo non filtrato sulla tragedia palestinese e israeliana. Francesca Albananese è Relatrice speciale dell'ONU per i Territori occupati, prima donna e prima persona italiana a rivestire questo incarico. È la più titolata a parlare di Palestina, ma incredibilmente viene ignorata, soprattutto in Italia.
Deluso. Non tanto per i fatti raccontati e le spiegazioni ma per la struttura del libro nella sua interezza. Tanto reale, drammatica, lucida e convincente è la prima parte del libro (70%) scritta da Albanese ed Elia; tanto vuota, teatrale ed inutilmente filosofica è la postfazione (30% del libro !!!!) scritta dalla de Monticelli.
È con grande dispiacere che devo abbassare la votazione complessiva del libro a sole tre stelle, perché purtroppo la fine è talmente brutta e talmente lunga che non può restare ignorata.
Interessante e molto ben argomentato. Purtroppo però tutta la parte più attuale, visto come procede l’aggressione israeliana su Gaza e Cisgiordania, risulta “invecchiata” e si sta evolvendo nel modo peggiore possibile.
"I diritti sono per tutti o per nessuno. É il significato profondo di un'umanità condivisa che ci lega tutti, trascendendo le distinzioni di razza, nazionalità e ideologia."
C'è molto poco da dire su questo breve resoconto. Nel volume si trova la testimonianza diretta della relatrice speciale Onu sui territori palestinesi Francesca Albanese. Non ho nulla da aggiungere, se non che si tratta di una lettura estremamente importante visti gli ultimi sviluppi a cui stiamo assistendo. Particolarmente interessante la riflessione sul diverso approccio dell'Occidente alla questione e sulla sua incapacità di valutare in modo oggettivo le due parti.
"Osservo i Paesi occidentali nella loro difficoltà a identificare Israele come colpevole del crimine di apartheid. Non lo si articola perchè ci si rifiuta categoricamente di ipotizzare che Israele, come stato degli ebrei sopravvisuti alla Shoah, possa commettere dei crimini. É un concetto che molti di noi, in Occidente, non siamo disposti ad ammettere."
Lettura a mio parere indispensabile (scomoda) per riflettere sul velo di ipocrisia a cui purtroppo ci siamo abituati. Evidenza di fatti basati sul diritto internazionale spesso ignorato o disatteso. Potrebbe contribuire ad instillare dei dubbi sulle granitiche certezze di molti.
Il saggio non nasce come un instant book, ma lo diventa a causa degli avvenimenti. E come tutti gli instant book, rischia di diventare obsoleto in pochi anni. Concentrandosi sul diritto internazionale, l'Albanese cerca di ovviare a questo problema. Letto insieme a "La tregua", di Primo Levi. Sembra inconcepibile che lo stesso popolo che ha subito così tanto, sia capace di perpetrare, da quasi 80 anni, tanti e tali crimini. L'Albanese descrive perfettamente il regime di apartheid che Israele ha creato e non lascia scampo ad alcun se o ad alcun ma. Stop the genocide now.
Necessario e attuale. Va letto, punto. J'accuse è scritto sotto forma di dialogo tra Elia e Albanese (relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati). Sono domande e risposte sulla questione palestinese, risposte sempre molto alte eppure chiare e fondate su una base giuridica. Grazie a questo scritto sono riuscita a mettere insieme vari tasselli che mi mancavano anche a causa della narrazione alterata della storia fatta dai nostri media e a comprendere un senso più profondo del colonialismo, dell' apartheid e della democrazia.
Fondamentale da leggere, oggettivo, scritto da esperti che presentano i fatti e non rimane che infuriarsi. Davvero apprezzato il non voler fare politica, ma restare alla presentazione dei fatti e la spiegazione del diritto internazionale
Un’intervista che inquadra quel che sta accadendo a Gaza nelle norme del diritto internazionale umanitario, analizzando sette prole chiave: terrorismo, disumanizzazione, occupazione, colonialismo, apartheid, democrazia, carceralità. Grazie grazie grazie a Francesca Albanese e Christian Elia per questo libro di cui sentivo il bisogno. Regalatelo a tutti i giornalisti del nostro povero paese…
Per tutti quelli che pensano che la questione Palestinese sia troppo complessa, qui la questione è spiegata per bene. Un report costruito su prove che purtroppo nel corso dei recenti mesi si sono centuplicate. La situazione è degenerata esattamente come da report e nonostante la carneficina in corso, ci si interroga ancora se si tratti davvero di genocidio. In questo momento, 19 Gennaio 24, si parla di 30mila morti, e la ICJ sta deliberando se accogliere l'accusa di Genocidio contro Israele, presentata la scorsa settimana dal SudAfrica. Il momento è storico. Voi che cosa stavate facendo durante il genocidio?
Ho letto questo ammasso di pagine così che voi non dobbiate farlo. You're welcome.
Libro molto utile a capire le ragioni dietro al tifo pro-palestinese, e cioè: una visione totalmente distaccata dalla realtà; la considerazione di sé come esseri divini, raffinati intellettuali abili a usare paroloni plurisillabi; conoscenza della storia limitata a un sussidiario UNRWA/Hamas; pregiudizio patologico, immenso, inguaribile a favore dei lamentosi; piacere agghiacciante e impunito nell'aggredire chi invece è riuscito a fare qualcosa (per esempio, uno Stato), dalla suddetta posizione distaccata ed elevata che permette di parlare per ore e ore, pensando di sganciare chissà quali bombe retoriche, e non dicendo assolutamente niente, ripetendo questo niente per ore e ore, pagine e pagine. Di nulla.
Più in dettaglio.
Lo stile: tesina del primo anno di scienze politiche, scritta da ChatGPT e dalla ragazzina secchiona con gli occhiali che a 15 anni pensava di aver ottenuto l'illuminazione da un barbuto veterano della lotta comunista contro il potere, e di aver scoperto tutto quel che c'è da sapere sul mondo. 2 singoli concetti, annacquati, ripetuti alla nausea, allungati il più possibile per riempire almeno un centinaio di pagine e rendere il libro una fantastica operazione commerciale. (Niente di male, stupido io che le ho pure dato dei soldi.)
Sul contributo di Elia e della Monticelli, mi vengono solo nausea e insulti. Elia fa "domande" ottuse e "infiammanti" per "condurre" una "discussione", scavando ulteriormente la fossa intellettuale in cui entrambi si trovano, dimostrando solo di non sapere niente e soprattutto di non essere interessato a sapere niente. Monticelli porta il suo fantastico apporto filosofico a una dissertazione che già non aveva niente a che fare con la realtà sociopolitica mediorientale. Con splendido linguaggio poetico e ricche citazioni da Husserl, Kant e... i talk show italiani, ci aggiunge una ventina di pagine di struggenti... definizioni. Girando intorno ai 2 summenzionati (parole di Francy, giuro) concetti rachitici, per dimostrare quante parole conosce e quanto è importante essere buoni. Contenuto: zero.
La nausea di cui parlo non è (solo) morale, ma è anche fisica, inevitabile alla ottantesima menzione della parola "illegale", "diritto internazionale", "colonizzazione", "violenza epistemica" (giuro).
Il punto di vista. La cosa più divertente è che Francy non è neanche a Gaza. Non è in Cisgiordania, non ci va da anni. I cattivi israeliani non la lasciano entrare. Ma ok. Che cosa ha da dirci? L'occupazione è illegale, la guerra è illegale, gli insediamenti sono illegali, le operazioni di polizia nei territori sono illegali, il furto dei territori è illegale. Ah P.S. anche Hamas ha fatto cose illegali, ma di questo non ci occupiamo, noi all'ONU parliamo di Israele. Ma siamo imparziali eh. Vogliamo anche il bene degli israeliani, quindi la soluzione è che gli israeliani depongano le armi, si difendano senza uscire mai dal loro territorio. I palestinesi a quel punto saranno dei cittadini modello, dei vicini angelici. Ma P.S. anche la guerra del '48 era illegale, eheh. Quindi il loro territorio in realtà non esiste, eheh. Scacco matto. Quindi insomma secondo loro è tutto illegale. Eppure, spoiler (come dice Caracciolo, non proprio un cretino, che citano sprezzanti): il diritto internazionale è un concetto etereo: esistono specifici trattati internazionali, accordi, e potenzialmente sanzioni. Deo gratias non esiste una polizia mondiale universale, esistono gli eserciti degli stati che a volte si uniscono (caschi blu, NATO, missioni multilaterali ecc.) per difendere ciò in cui credono. Nessun essere alfabetizzato e con una qualche responsabilità politica penserebbe di andare con le armi a far valere principi internazionali... contro Israele. (Applicati da quale corte poi? L'ICJ dell'ONU? Giù risate.) Ciò che dovrebbero fare è piuttosto andare a difendere gli arabi da loro stessi. Dovrebbero. Dovremmo entrare a Gaza e smantellare quella roba, tunnel, razzi, indottrinamento. Preferiamo farlo fare agli israeliani, che poracci hanno anche i loro limiti. Ad ogni modo.
Il punto di vista, si diceva: elevatissimo, dalle nuvole si pontifica e si parla di definizioni, si estrae qualche statistica (sicuramente imparzialissima), si descrive la struggente sofferenza di qualche palestinese assurgendolo a stereotipo universale della vittima del terrorismo... israeliano. Giuro, non c'è ragionamento, ci sono solo definizioni e descrizioni, generiche, sparse, mescolate, senza neanche un ordine generale. Non c'è un collegamento tra causa ed effetto. Nessuno. È ovvio che non serve dissertarne, la causa di tutto è la cattiveria israeliana, non è in discussione, ora ripetiamo seicento volte le parolone che faranno sentire il lettore un essere superiore, lo faranno ascendere là sulle nuvole dense di rancore dove vive Francy con i suoi giusti colleghi e fan.
Quindi, cosa manca? Non dicendo il libro assolutamente niente, è difficile elencare tutto ciò che non c'è: manca la storia, manca la politica, le motivazioni umane, sociologiche, qualche fatto per capire come si è giunti a questa situazione. Mancano confronti con altre esperienze, perché ovviamente l'ONU parla solo di Israele, quindi dei curdi, degli armeni, circassi, copti, bahai, uygur, ebrei (quelli genocidati dagli arabi) non si discute, e neanche dei palestinesi oppressi da 3 generazioni nei campi profughi di altri stati arabi, si sente solo un fischio nelle orecchie, ma leggero. Manca anche solo per decenza, una menzione a "gli israeliani risponderebbero che... ma invece..." no no, non importa, non inquiniamo la nostra divina perfezione nel dipingere questo acquarello di vittimismo sinistroide e scarico di responsabilità.
Ma la cosa che veramente manca è: l'arbitrio arabo-palestinese, l'agenzia, l'intelligenza, la scelta politica degli arabi in Palestina. Loro ovviamente non hanno compiuto nessuna scelta, sono tutti non-playable characters, pedine in attesa di essere falciate dal feroce israeliano. La loro competenza: lamentarsi di fronte alle telecamere. E bisogna dire, in parte non è neanche falso, ma – sembra surreale doverlo dire – esistono anche arabi palestinesi pensanti, agenti, che decidono come rispondere a un sondaggio, cosa votare, che idee esprimere, come agire politicamente, come pianificare la propria vita e il proprio futuro, il futuro del loro popolo. Oltre ad Arafat e Said (Francy con cuoricini negli occhi), ci sono tanti intellettuali e politici che hanno deciso di percorrere certe strade, di rifiutare ogni compromesso, di imbracciare le armi, e almeno un 10% di questi non è stato costretto da altri fratelli arabi (?), né dal feroce israeliano (che tra l'altro, da fine ottocento, per cinquant'anni s'è solo preso botte, finché non ha imparato a difendersi e contrattaccare).
Questo chiaramente porterebbe a pensare, in una di quelle epifanie causa-effetto profondissime e quasi eteree, che gli arabi hanno fatto scelte che hanno portato alla loro attuale condizione, che avrebbero potuto farne di diverse, che persino oggi potrebbero decidere di fare diversamente. Purtroppo c'è l'ONU, la sinistra mondiale, gli utili idioti europei, e i regimi islamici: voi che li considerate carne da cannone per le vostre divine elucubrazioni, e invece di supportarli nel guardare avanti e costruirsi un futuro, pensate che sia meglio gettarli sotto un carro armato israeliano, pur di non mettere a rischio la vostra imperitura certezza morale antisemita. Vi richiederebbe di scendere dallo sgabello e mettere i piedi per terra, non oserei mai mettervi in tale umiliante pericolo.
Insomma gli arabi, e in particolare quelli di Palestina, saranno profondamente offesi da questa posizione orribile. Le loro idee apparentemente non esistono. Le rivolte anti-immigrazione ebraica erano scritte nel destino, il rifiuto di qualsiasi compromesso non è opera loro, i massacri non sono mai accaduti, le guerre ovviamente non possono essere scaturite da loro, tantomeno le sconfitte, la limpida retorica antisemita intende in realtà altro da quanto dice, il meraviglioso successo di pubblico dell'islamismo dei Fratelli musulmani è una grande impresa spirituale, il tradimento della promessa di rinunciare al terrorismo è responsabilità di qualche testa calda – son ragazzi. (Giuro, nessuno di questi punti è citato nel libro di Francy, neanche uno, neanche di passaggio.)
PS: Questa posizione che nega il libero arbitrio degli individui del popolo è perfettamente coerente con l'Islam, dove tutto accade per volere di Allah. Ma wow, splendido risorgere della cultura islamica nella politica palestinese, lodi. Avete visto la cupola dorata della roccia? Wow. Ma sotto non c'era un tempio ebrai... ssssht. Come splende!
E con questo veniamo all'ultimo punto: la soluzione. Considerato il fatto che gli arabi non fanno niente, ma proprio niente, e tutto sta nella mani di Israele, gli israeliani dovrebbero – secondo Francy – semplicemente ritirarsi, garantire "diritti umani" a tutti. (Momento di pausa confusa.) Ovviamente, se non ci si è mai chiesti "perché" Israele abbia costruito muri, checkpoint, rete di spionaggio, tecnologia di osservazione, o perché arresti tante persone, anche giovani, e li interroghi, anche violentemente, o perché occupi militarmente dei territori dopo la guerra del 1967, o perché non collabori con Gaza... è difficile dubitare che smettere di farlo sia un'idea geniale.
Quindi mettiamo che Israele smetta di essere cattivo con gli arabi palestinesi: gli insediamenti rimangono dove sono (flash di immaginazione: se gli insediamenti di Gaza fossero ancora a Gaza senza difesa dell'IDF), via i muri, i checkpoint, lo shin bet, le regole di immigrazione, l'esercito non serve più, e così abbiamo un territorio – la Palestina ovest, al netto della Giordania – con metà ebrei e metà arabi. In sostanza, quello che avevamo nel 1947, con un po' più ebrei. E le loro città, le aziende, le autostrade, una centrale nucleare. Dall'altra parte 7 milioni di arabi, che però, sappiamo, non hanno nessun libero arbitrio e non faranno niente e saranno felici di condividere la terra con gli amici ebrei (come nel '47 dai). Ora "giustizia" richiederà di richiamare tutti i discendenti degli arabi che abbiano mai vissuto in Palestina: da 700mila sfollati ora sono 14 milioni di arabi, sicuramente attratti dalla paradisiaca vita palestinese che ci descrivono con nostalgia da decenni. Abbiamo così uno spazio grande come il Belgio con 7 milioni di ebrei e diciamo 15 milioni di arabi. Oh toh, la proporzione del 1936 (esplosione di rivolte violente arabe, dicono dalla regia). Gli ebrei quindi si troverebbero di nuovo senza uno stato, sarebbero una minoranza in Palestina, e non avrebbero più nessun modo di difendersi. Ma sarebbe un problema? Certo che no!
Tutte le informazioni che abbiamo, i sondaggi, la storia, i principi dell'Islam, le scelte precedenti, i paragoni con altri contesti simili (le innumerevoli democrazie arabe, le innumerevoli minoranze felici negli stati musulmani, gli stati multiconfessionali di successo come il Libano, l'illuminata gestione dell'Autorità Palestinese, il destino degli ebrei in tutti gli altri stati musulmani)... ah no, aspetta, queste informazioni non ci sono pervenute. Non rilevanti: non ammesse.
Del resto, prevedere che gli arabi palestinesi opereranno delle scelte è evidentemente fuori luogo. Razzista addirittura. No no, i divini Funzionari (che li considerano animali non pensanti) prevedono uno sviluppo di successo, li aiuteranno a garantire l'uso saggio degli investimenti, la non corruzione, la democrazia... la protezione delle minoranze... come l'UNRWA fa splendidamente a Gaza (dove la minoranza ebraica è rappresentata da 200 ostaggi di Hamas, e non è neanche una metafora). O la non-militarizzazione per evitare la guerra civile, come l'UNIFIL fa splendidamente nel sud del Libano. Sarebbe razzista pensare che gli arabi possano voler danneggiare in alcun modo gli ebrei, le loro imprese, le loro proprietà. Questo dice Francy, veramente. Del resto, se gli NPC arabi galleggiano nella storia soltanto connessa alla loro oppressione da parte degli ebrei, e a nessun altro evento, allora è facile prevedere l'happy ending di questa vicenda.
Lascia la stanza, con sorriso ebete, molto confuso.
Importante testimonianza della relatrice speciale dell'ONU Francesca Albanese sul genocidio che Israele sta compiendo a Gaza e sulla generale politica condotta dallo stato ebraico. Il libro è impostato non su una mera testimonianza fine a sé stessa, è una discussione sulle tante leggi interazionali sui diritti umani che vengono violate costantemente da Israele, non solo oggi ma praticamente da 80 anni. Quello che mi lascia basito è che ciò è sotto gli occhi di tutti e nessuno dice o fa assolutamente niente. È a tutti gli effetti un apartheid, come fu in Sudafrica, per il quale si levarono voci di sdegno da tutto il mondo. Qui avviene l'esatto contrario, Israele il povero stato che difende la sua esistenza, la Palestina un non stato terrorista e assassino. Il mondo al contrario, che schifo.
Αν η διεθνής κοινότητα δεν παρέμβει για να σταματησει αυτο το εγκλημα, κανεις δε θα πιστεύει πλέον οτι υπάρχει το διεθνές δικαιο. Αλλα η διεθνής κοινότητα ειμαστε εμεις. Εμεις ολοι και ο καθενας μας ξεχωριστά. Και εμεις αντι να αντανακλούμε, αντι να απηχουμε αυτη την ικεσια : "βοηθήστε την ανθρωπότητα να μην ειναι συνενοχη σε αυτο το αιματοκύλισμα, που ειναι ήδη πιο τρομερο απο την Νακμπα του 48'" καθομαστε και συζητάμε για το αν υπάρχει ή οχι; Και ποιος θα δωσει στο δικαιο τη δυνατότητα να υπάρξει αν οχι εμεις;
Un libro evidentemente molto importante ed attuale.
La prima parte, in stile intervista ad Albanese, aiuta a delineare in maniera semplice e diretta la storia e le ragioni dietro l'occupazione in Palestina e lo sviluppo di Hamas.
Molto chiaro e una buona infarinatura, soprattutto per le persone che come me non avevano conoscenze specifiche sulla storia di Palestina ed Israele.
Perde moltissimo con la postfazione secondo me: lunghissima e aggiunge solo qualche nozione filosofica. Tra l'altro l'ho trovata veramente poco scorrevole, mi sembrava un'omelia in chiesa (senza la morale cattolica, giusto come stile).
Sono vicina ai temi palestinesi da sempre nella mia vita di cittadina, di insegnante e di attivista. Questo libro è una denuncia potente contro la comunità internazionale e il suo silenzio che grida, invece, "due pesi e due misure". È una lama potente che mi ha fatto piangere e mi ha fatto arrabbiare. Bellissima anche la postfazione di Roberta De Monticelli: commovente, chiara, logica, morale. Lo consiglio con tutte le emozioni che abitano il mio cuore.
Francesca Albanese y Christian Elia construyen en Terrorismo, Deshumanización, Ocupación, Colonialismo, Apartheid y Carceralidad un acta de acusación que identifica el armazón jurídico de la injusticia israelí y lo enlaza con la historia de cien años de colonialismo de asentamiento. El valor del libro radica, precisamente, en su pedagogía legal. Cada capítulo desmonta la posición de que las tropelías en Palestina “solo” son tragedias políticas o injusticias en abstracto. No: son crímenes tipificados. La ocupación perpetua viola la prohibición de la conquista territorial por la fuerza; la limpieza étnica, documentada desde la Nakba en 1948, infringe la Convención para la Prevención del Genocidio; el apartheid queda retratado cuando la autora confronta la dualidad jurídica —ley civil para colonos, ley marcial para palestinos— con el Estatuto de Roma; la carcelaridad masiva, descrita como “panóptico” que confina incluso fuera de los muros, cumple los elementos del crimen de lesa humanidad por persecución. ¿Y la invocación israelí a la legítima defensa tras el 7-O? Albanese recuerda que, según la Corte Internacional de Justicia, un Estado ocupante no puede esgrimirla frente a ataques procedentes de territorio que él mismo ocupa; su deber es restablecer el orden respetando la Cuarta Convención de Ginebra, no arrasar ciudades enteras ni castigar colectivamente a una población civil sitiada.
La exposición jurídica se ensambla con una lectura declaradamente decolonial que rescata la asimetría fundante: la del colonizador y el colonizado. Albanese cuenta que su giro llegó cuando leyó a Edward Said y Patrick Wolfe: ya no bastaba con enumerar violaciones normativas, había que desmantelar la gramática de poder que las produce. De ahí que el libro no se conforme con el léxico de los tratados; interroga también la fabricación del “terrorista” como figura deshumanizada y la coartada civilizatoria que convierte a un régimen de supremacía racial en “la única democracia de Oriente Medio”. Al señalar la ideología que legitima el dominio —sea en el kibutz convertido en fortaleza, sea en la escuela colonial que enseña a ver “serpientes” donde hay agricultores o niños—el libro defiende que el Derecho internacional no es mera retórica: es el espejo que devuelve a Israel la imagen, todavía impune, de un colonato fósil que el planeta creía superado.
Resulta especialmente valioso cómo Albanese argumenta que apartheid y colonialismo de asentamiento son categorías operativas que guían la lógica expansiva de los asentamientos, la confiscación de agua y tierra, la fragmentación del territorio y la sustitución demográfica. El capítulo dedicado a los colonos muestra que “la colina” no es una extravagancia mesiánica, sino la pieza bisagra de un mecanismo estatal que, desde 1967, utiliza al civil armado y al ejército para territorializar la anexión. Vista desde esa óptica, la supuesta “falta de cumplimiento de los acuerdos” deja de ser la causa del conflicto y se revela como su coartada: no hay dos partes simétricas incapaces de entenderse porque están dirigidas desde los extremos; hay un ocupante que administra burocracias extractivas y un ocupado al que se exige docilidad so pena de ser catalogado como amenaza existencial.
El texto alcanza su momento más potente cuando enlaza ese andamiaje jurídico-colonial con la cronología reciente: la criminalización de ONG palestinas, el asesinato selectivo disfrazado de “guerra contra el terror”, la resurrección del discurso genocida —“animales humanos”, “hijos de las tinieblas”— tras el 7-O. Albanese no se limita a denunciar; explica por qué bombardear hospitales y llevar a la hambruna a dos millones de personas vulnera el ius in bello, por qué desplazar a la población al Sinaí equivale a deportación forzosa y por qué la comunidad internacional incurre en responsabilidad si no previene la aniquilación anunciada. Entre líneas queda una advertencia: el derecho no es neutral, y su selectiva aplicación está erosionando la promesa universalista forjada tras 1945.
Al terminar la lectura, uno entiende que este volumen no pretende ofrecer soluciones estratégicas —ni la enésima resurrección de Oslo, ni la quimera de la “gestión del conflicto”— sino dotar de lenguaje y pruebas a quienes se niegan a seguir llamando “enfrentamiento” a lo que es colonización prolongada. Devuelve la cuestión palestina al foro que más teme Israel, el de la legalidad internacional, y la ancla en una perspectiva decolonial que inocula lucidez frente a la avalancha de relativismo moral. El libro de Albanese recuerda que la justicia no es un ideal abstracto sino el requisito previo para cualquier paz duradera. Y que nombrar y documentar los crímenes —ocupación, apartheid, limpieza étnica, carceralidad, genocidio— es el primer paso para desmantelarlos.
"La verità prima di tutto ", proprio come per il primo e celebre "J'Accuse" di Zola. La Relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese mette nero su bianco ciò che ha studiato e documentato per anni; la situazione nei territori palestinesi occupati illegalmente dal 1967, l'apartheid, i soprusi e l'indifferenza mondiale prima del 7 ottobre 2023. Questo libro è stato appunto scritto prima della tragica data che tutti conosciamo, proprio per tentare di riportare l'attenzione su una questione che inizia in realtà moltissimo tempo prima.
Un libro importante che tutti dovremmo leggere; soprattutto chi ancora, dopo quasi 2 anni di pulizia etnica incontrollata, si ostina a a ripetere sempre la solita domanda "E allora il 7 ottobre???".
Studiate, leggetelo, ascoltate le interviste di Francesca Albanese, e soprattutto sostenete lei e chiunque abbia il coraggio di parlare di genocidio.
"Questi ultimi sottostanno alla legge civile, mentre ai palestinesi si applica la legge marziale: ecco il dualismo legale che costituisce l'essenza dell'apartheid israeliano ".
"Il già stremato popolo palestinese di Gaza, composto da oltre 2,3 milioni di persone, per metà circa bambini. Essi vivono sotto un assedio illegale da sedici anni e hanno già attraversato cinque grandi attacchi brutali."
Un libro scritto in modo semplice, lineare, così da rendere comprensibile le dinamiche attuali del conflitto israelo-palestinese. Viene affrontata la questione del diritto internazionale, tutte quelle leggi, quelle regole stabilite nei vari trattati e volontariamente ignorate dalla politica israeliana, attuale (soprattutto) e non. Un libro necessario a chi vuole provare ad avere una visione diversa, da quella professata da media e politici del nostro paese, ma una raccolta di informazioni ben note a chi, invece, ha già letto altri tomi sull'argomento (es. Ilan Pappè "pulizia etnica della Palestina" / Pappè e Chomsky "ultima fermata Gaza"), sebbene meno recenti. Post-fazione con scrittura più articolata e in alcuni tratti quasi "filosofica", non adatta invece forse al pubblico a cui davvero si vuole fare arrivare la prima parte del libro: un pubblico nuovo e distratto.
Rimane comunque una grossa domanda, al termine della lettura, un grosso quesito (spiegabile solo comprendendo il gioco di potere ed economico di tutti gli attori in atto): se Israele sta volontariamente e deliberatamente violando trattati di diritto internazionale e compiendo crimini di guerra/contro l'umanità, e l'ONU ne è ben a conoscenza, perché tutto questo è ancora in atto?
La relatrice speciale Onu sui Territori palestinesi occupati scrive con chiarezza e professionalità la sua testimonianza di osservatrice e testimone. Confluiscono in questo saggio i punti salienti di tre suoi Rapporti internazionali. Con dovizia di documentazioni incontestabili, col linguaggio del diritto internazionale - Carta scelta dell'umanità per porre i giusti vincoli alla politica affinché non adotti scelte criminali - Francesca Albanese aiuta a vedere e a comprendere ciò che è offuscato, ignorato, vilipeso o manipolato da decenni a questa parte. Non solo dal 7 ottobre, come affermato fin da subito dal Segretario delle Nazioni Unite, Guterres. Il lavoro di questa professionista di alto profilo istituzionale è quanto di più prezioso si possa attingere ora sulla cosiddetta questione palestinese: chapeau e grazie dal profondo per il suo impegno, forte contro le accuse più vili e i tentativi di denigrazione. Postfazione di spessore, della filosofa De Monticelli che ci ricorda quanto l'indisponibilità a riconoscere il vero sia la radice di ogni colpa.
Ci parlano del 7 ottobre 2023, ma ce l’hanno detto che Gaza, ben prima del colpo sferrato da Hamas il 7 ottobre, è stata bombardata nel 2008, nel 2012, nel 2014, nel 2021 e nel 2022? Ce l’hanno detto che da decenni, i bambini specialmente, vengono arrestati, abusati, torturati, mutilati, e l’accusa più frequente è quella di lanciare sassi ai carri armati che invadono campi rifugiati e villaggi migliaia di volte all’anno (novemila volte nel 2022)? Dopo il 7 ottobre, il ministro della difesa israeliana ha definito i palestinesi “animali umani”.. ANIMALI UMANI.. rendiamoci conto!! I bambini vivono in questo clima di cattiveria, brutalità, terrore! Francesca Albanese cita le norme del diritto internazionale. Viene però da interrogarsi: questo diritto internazionale esiste? perché dovrebbe prevalere sul libero arbitrio e sulla forza.. invece si ignora, non nel senso che non si conosce, ma nel senso che si ignora volontariamente, lasciando carta bianca all’occupante sulla popolazione e il territorio occupato..