La mondina è il racconto di una doppia emancipazione, del prezzo che si paga se si esce dai binari in una società che non dà voce alle donne. Sullo sfondo, il paesaggio dolceamaro delle risaie piemontesi, teatro di fatiche e di lotte, ma anche una Torino scintillante, tra pasticcerie raffinatissime, eleganti sartorie, café e sciantose.
1913. Lena è sola al mondo. Non conosce che la risaia, il lavoro estenuante, i canti delle compagne mondine. Finché la ricchissima moglie del padrone non la prende sotto la sua ala. La storia di Lena si intreccia così a quella di Grazia, una donna indurita dal dolore, ma anche uno spirito libero, disposta a tutto pur di ottenere quello che vuole. Anche custodire un segreto indicibile.
Piemonte, 1913. Lena ha quindici anni e una vita segnata dalla fatica e dal lutto. Orfana di madre e di padre, lavora da sempre come mondina in una risaia del rione Cappuccini, a Vercelli, sotto l’occhio vigile e severo delle compagne. La morte improvvisa della migliore amica segna per Lena la fine dell’infanzia, ma anche un inaspettato nuovo la moglie del padrone, Grazia Della Rovere, comincia a nutrire uno strano interesse per lei e le propone di seguirla a Torino. Ma dietro una facciata di agi e privilegi, la vita della signora Grazia è piena di crepe. Un matrimonio infelice, una famiglia opprimente, un fratello che ha smesso di parlarle senza chiarire il perché. E un sogno mai realizzato di diventare madre. Suo malgrado, Lena si ritrova intrappolata in una gabbia d’oro, che è insieme la promessa di un futuro migliore e una condanna. Finché non sarà la risaia a richiamarla a sé, lei e il segreto terribile che ormai si porta dentro. Con un tocco delicato e intimo, La mondina offre uno sguardo inedito sulla maternità attraverso due donne diversissime, unite dal desiderio comune di valicare i confini che qualcun altro ha tracciato per loro.
Silvia Montemurro, ne La Mondina, indaga ancora la femminilità, quella fragile, che è schiacciata dalle convenzioni sociali. Con uno stile delicato e mai retorico, l'autrice traccia due personaggi che, all'apparenza non hanno niente in comune, ma che, alla fine dei fatti, rimangono incastrate negli stessi pregiudizi, sacrificando in nome dell'apparenza, se stesse.
Silvia è riuscita a mettermi in contatto con la natura con ogni sua descrizione dettagliata delle sensazioni e delle emozioni dei personaggi usando paragoni che richiamassero i suoni e i profumi della natura che circonda la vita di Lena, la mondina. Mi è piaciuto tanto il fatto che prima di alcuni capitoli ci fossero delle filastrocche dette dagli animali che lena trova nella sua vita, come se fossero un richiamo nei suoi confronti, come a voler far capire al lettore l’attaccamento di Lena con la natura e si riesce a percepirlo. Unica nota stonata (ma solo a mio parere personale) è stato il fatto che ho sofferto molto la violenza che Fernando (marito di Grazia della Rovere) ha nei confronti di Lena. Ho faticato molto a digerire questa parte della storia, ma è stata solo una sensazione mia personale nel corso della lettura. Ma nel complesso mi è piaciuto molto questo libro. È stato un viaggio faticoso ma riflessivo.❤️
Un Libro molto profondo ed emozionante sulla fragilità femminile, sulle donne che sono state nostre madri e hanno lottato. Una storia di emancipazione, rinuncia e dolore. Silvia Montemurro ti rimette in contatto con la natura e con la fatica di lavorare in questi luoghi restituendo un'immagine nitida E delicata do chi siamo stati.
Libro molto emozionante, con un finale che lo è ancora di più. Alcune pagine sono strazianti, commoventi. La lettura è molto veloce e scorrevole. Non conoscevo le opere di quest’autrice, non posso che desiderare di leggere gli altri suoi romanzi!
Una bella storia di donne, mamme, amiche, nemiche, lavoratrici, mogli, figlie, sognatrici e pragmatiche allo stesso tempo, in funzione dei ruoli e dei momenti della vita di cui sono sempre e comunque protagoniste. I sacrifici reali delle mondine ed i desideri di maternità e di riscatto sociale sono il fil rouge del romanzo dove pure la tragedia della morte di una ragazza, la violenza ed i soprusi famigliari, faranno da contraltare alla meravigliosa esperienza della nascita di una nuova vita. “I soldi non fanno la felicità” e “anche i ricchi piangono” sono altri due messaggi che arrivano forti ed espliciti dalla lettura di queste pagine. Il nome poi della nascitura (Libertà) è un inno alla vita stessa e alla forza del genere femminile nella nostra cultura e società, mai abbastanza riconosciuto e valorizzato. Riflessioni sempre opportune.
E come La piccinina, bellissimo anche questo. La narrazione è sempre scorrevole, mai banale o noiosa, incalzante fino all'ultima parola. La vicenda di queste due donne, entrambe costrette a scelte poco consapevoli a causa della situazione di vita e delle convenzioni sociali, stupide e ancora una volta, maschiliste.
Mi sono piaciuti tantissimo i primi capitoli poi il resto del libro mi ha un po' deluso perché mi aspettavo una storia diversa. Ho trovato interessante il fatto che la stessa vicenda possa essere letta in modo diverso dai personaggi (Milo e Grazia). Ho trovato invece poco sfaccettato il carattere dei protagonisti e quindi non sono riuscita a capirli e a immedesimarmi con loro.
Bel libro, scritto molto bene e molto fluido. Ha un ritmo ben sostenuto e viene voglia di leggere ancora una pagina. Mi ha stupito molto come la trama sia imprevedibile, i colpi di scena non mancano anche quando si crede di sapere i motivi che spingono le azioni dei protagonisti.
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Ambientato all'inizio del 1900, è una storia di povertà, materiale e di sentimenti, dove prevale il più ricco, in una Torino dove conta solo l'apparenza. Mi è piaciuto molto, ma ti lascia un vuoto dentro, un senso di tristezza e di empatia verso Lena, che nessuno ha mai voluto.