Come si fa oggi a stare nel mondo? In questo mondo. A trovare un modo, un posto adatto a noi che siamo consapevoli di essere privilegiati ma dobbiamo fare i conti anche coi nostri, di traumi, piccoli o grandi, oltre che con quelli giganteschi di chi è sotto le bombe, di chi è oppresso, povero, svantaggiato. Ci si vergogna a dire che ci si sente soli, ma lo siamo sempre di più. Daria Bignardi lo dice con sincerità, ironia, coraggio. Sente che la solitudine può essere una prigione ma anche un posto da cui ascoltare il battito del cuore del mondo. Il mondo la chiama e lei parte. Va in Cisgiordania, a Hebron, a parlare coi prigionieri palestinesi rilasciati nell'ultimo scambio. A At-Tuwani, il villaggio di No Other Land, conosce i volontari internazionali che ogni giorno accompagnano a scuola i bambini perché i coloni non gli sparino addosso. È a Gerusalemme, nella Chiesa del Santo Sepolcro, il giorno in cui muore Papa Francesco. Va in Vietnam, l'unico paese che ha sconfitto gli Stati Uniti, dove scopre quanto è inquinato il Mekong. Assiste all'operazione al cuore di un neonato in Uganda. Vuole lasciare i social media perché intuisce che lì dentro c'è qualcosa che sfrutta malignamente la nostra solitudine, ma non riesce a rinunciare alla partita quotidiana a Wordle con le nipoti, al cazzeggio con le amiche, a flirtare con gli amanti. Morde la solitudine con passione. Capirà cosa cerca nello sguardo di un gorilla che incontra in Uganda e di tutti gli animali che incrocia sulla sua i cani Giulio, Fix, Brillo, i gatti, le galline, un pappagallo. Nonostante racconti le oppressioni del nostro presente - globalizzazione, occupazione, guerra, patriarcato - questo è un libro intimo e personalissimo, pieno di felice tormento, che riesce a fare quel che si auspica faccia la dare parole a qualcosa che non riusciamo a vedere ma sentiamo incombere. Senza appesantire il fantasma che evoca, senza togliergli magia.
sono sempre molto affezionata a queste sedute di autoanalisi di Daria Bignardi, che poi deviano peró la rotta. in questo caso si parla di Palestina e di Israele, si parla di violenza. si parla della solitudine (non in modo boomer - pur essendolo anagraficamente Daria Bignardi non dice mai luoghi comuni o banalità) e si applica il concetto al patriarcato e al femminile.
(che bello il gruppo delle ragazze su whatsapp)
la trovo sempre parte della mia comfort zone, pur parlando di cose che di comfort hanno ben poco (condivideró con lei claustrofilia e attrazione verso l'oscuro?). probabilmente non un libro che stravolge la vita, ma che sicuramente allieta una serata
Credo di non aver capito del tutto Nostra solitudine di Daria Bignardi. O forse è proprio questo il punto? Non capirlo del tutto, restare con quella sensazione di domanda aperta? Mi chiedo però di quale solitudine parli davvero. Quella di tutti noi, di un’epoca iperconnessa e distratta? O una più intima, personale, che ognuno si porta dentro? E poi: perché oggi sembriamo tutti più soli, pur circondati da mille voci e schermi? Mi sarebbe piaciuto che si soffermasse un po’ di più su questo aspetto, considerando che il tema del libro è proprio la solitudine. Anche l’idea che, pur essendo sempre più soli, restiamo comunque connessi al mondo animale e naturale non mi convince del tutto. È un pensiero poetico, sì, ma non sempre trova una forma chiara. E poi perchè nostra solitudine invece delle nostre solitudini o la mia solitudine? Un po' a sentimento, un po' a caso, un po' perché suona bene, un po' perché sí. Praticamente come le idee diffuminate nel suo libro. Lei le butta lí, poi la parafrasi la devi fare tu.
Insomma il libro, nel complesso, mi dà l’impressione di essere un insieme di riflessioni e intuizioni più che un discorso compiuto, pieno di spunti interessanti, ma confuso.
Detto questo, ho un enorme rispetto per Daria Bignardi: per la sua cultura, la sua onestà, il suo modo di guardare il mondo con attenzione e rispetto. Alcune immagini, come quella della prigioniera palestinese che continua a vivere in una prigione di silenzio anche dopo essere stata liberata, mi resteranno a lungo. Le sue riflessioni sul femminismo e il patriarcato mi sono piaciute molto. Scrive davvero bene: è scorrevole, “leggera” anche quando affronta temi duri e delicati.
Riassumendo: tutto bellissimo ma non posso evitare di sentirmi come se mi avessero appena propinato una leggera supercazzola. Ma non è la prima volta che mi succede con una scrittrice italiana contemporanea, quindi probabilmente almeno in parte è colpa mia.
3,5⭐️ ~ “La mia solitudine è una bestia selvaggia. In certi istanti, mentre corre o si apposta fiutando l’aria, annusa l’ebrezza della libertà. Altre volte si nasconde, sfinita, nel buio della foresta impenetrabile”.
Leggere questo libro significa entrare nella vita di Daria, nella sua quotidianità attraverso la chat di Whatsapp dove insieme alle ragazze, le donne della sua famiglia, gioca a PAROLE ma soprattutto significa ascoltare le esperienze da lei vissute durante i suoi viaggi in Vietnam con il figlio Ludovico, in Uganda con Missione bambini e in Palestina con l’amica Bianca.
Non abbiamo una divisione per capitoli bensì da parole e dalla loro etimologia: “malinconia”, “prigioniero”, “solitudine”, “esilio”, “oppressione” e “società”. Ogni parola ha un suo peso, è determinante e segna uno specifico punto di vista all’interno del racconto.
Tra le pagine di questo libro ci sono incontri inaspettati con persone e animali, c’è tanto dolore e tanta umanità, c’è un’ampia riflessione sulla solitudine sia essa universale e condivisa che personale e privata.
Questa nuova opera di Daria Bignardi, donna che stimo molto per la sua grande cultura e per quel suo pizzico di ironia che la contraddistingue, potremmo collocarla a cavallo tra l’autofiction e il reportage di viaggio; un memoir riflessivo ed intimo nel quale l’autrice mette a confronto il proprio dolore e la propria solitudine con quella altrui, in un mondo iperconnesso in cui viviamo circondati da mille schermi che ci distraggono ma dei quali non riusciamo a fare a meno e in un modo oppresso da guerre, globalizzazione e patriarcato.
Una lettura che é come una lunga conversazione davanti ad una tazza di caffè (o di tè a seconda del gusti!), che lascia con molte domande, forse anche un pò sconnessa, ma di sicuro molto attuale. Un invito a riflettere sulla nostra personale idea di solitudine e sulla nostra posizione nel mondo.
In una società iperconnessa accade di sentire un po’ di più la solitudine. Quella personale e quella di tutti. Daria Bignardi si interroga su questo, scrivendo un libro particolarmente ispirato, fatto di capitoli brevi che esprimono pensiero e vita insieme.
Frammenti di viaggi fatti per incontrare la memoria dolorosa, come in Vietnam, o la sofferenza attuale, come in Palestina/Israele, ma anche per incontrare lo sguardo della natura, sempre sorprendente, sempre miracolosa. E poi frammenti di dialoghi con le donne di famiglia, ricordi personali di incontri, piccole storie di amici e di cani, allusioni ad amanti. Frammenti che interrogano se stessi e il mondo fuori. Un mondo che ci riguarda proprio come noi stessi.
L’esempio di un racconto intimo di chi scrive che può diventare uno specchio terso per chi legge. Stille di un universo interiore racchiuso nelle misurate pagine di un libro che contiene vita e sprigiona intensità. Sobriamente, come se Daria scrivesse sottovoce un memoir distillato dal cuore della notte.
«Perché ogni tanto dimentico che la mia solitudine non è solo mia? La nostra solitudine non è solo nostra. Essere consapevoli dei meccanismi che governano il mondo e la sua storia, rifiutarne ingiustizie e oppressioni e organizzarsi per combatterle, obbliga a molti compromessi e a qualche speranza, quel sentimento tenero e perdente che ci rende umani. La mia solitudine è una bestia selvaggia. In certi istanti, mentre corre o si apposta fiutando l'aria, annusa l'ebbrezza della libertà. Altre volte si nasconde, sfinita, nel buio della foresta impenetrabile.»
3,5 ⭐️ Daria Bignardi, con questo libro si interroga sulla parola solitudine. Si fa sempre più fatica a dire che ci si sente soli, sembra quasi porsi come una vittima. La solitudine è un lusso? Chi ha il diritto di sentirsi solo? Gli orfani, i profughi, i migranti, gli oppressi. Le donne. O tutti? Nel frattempo, nella narrazione, lei parte per la Cisgiordania per parlare con i prigionieri palestinesi rilasciati. A Gerusalemme invece prega per la morte di Papa Francesco. In Uganda assiste all’operazione al cuore di un neonato, lei che si è sempre preoccupata dei suoi figli. Parla anche dei social, che non riesce ad abbandonare, dei cani che vorrebbe avere nella sua vita ma non sa se riesce a prendersene cura. Un libro intimo, che mi è piaciuto particolarmente in alcuni tratti perché anche io spesso mi sento sola. Mi aspettavo di più? Forse si, ma Daria scrive sempre benissimo.
Non un romanzo, ma nemmeno un memoir o un reportage - azzardo, pagine sparse da un diario? In questa nuova opera Bignardi ci accoglie nel suo flusso di coscienza a briglia sciolta. Le riflessioni più o meno intime sulla propria vita e le impressioni nate dai viaggi del suo ultimo anno - dal Vietnam alla Palestina fino in Uganda - fanno da intreccio e cornice a un ragionamento sull’essenza della solitudine e su come questa sia tanto più avvertita quanto più ci connettiamo al mondo (i mondi) che vive fuori e al di là di noi. Forse a tratti pretenzioso e vaneggiante, ma basta leggerlo tenendo a mente la nenia della voce di Bignardi e tutto, in qualche strano modo, alla fine quadra.
Come si fa oggi a stare nel mondo? In questo mondo. A trovare un modo, un posto adatto a noi che siamo consapevoli di essere privilegiati ma dobbiamo fare i conti anche coi nostri, di traumi, piccoli o grandi, oltre che con quelli giganteschi di chi è sotto le bombe, di chi è oppresso, povero, svantaggiato. Ci si vergogna a dire che ci si sente soli, ma lo siamo sempre di più. Daria Bignardi lo dice con sincerità, ironia, coraggio. Sente che la solitudine può essere una prigione ma anche un posto da cui ascoltare il battito del cuore del mondo. Il mondo la chiama e lei parte. Va in Cisgiordania, a Hebron, a parlare coi prigionieri palestinesi rilasciati nell'ultimo scambio. A At-Tuwani, il villaggio di No Other Land, conosce i volontari internazionali che ogni giorno accompagnano a scuola i bambini perché i coloni non gli sparino addosso. È a Gerusalemme, nella Chiesa del Santo Sepolcro, il giorno in cui muore Papa Francesco. Va in Vietnam, l'unico paese che ha sconfitto gli Stati Uniti, dove scopre quanto è inquinato il Mekong. Assiste all'operazione al cuore di un neonato in Uganda. Vuole lasciare i social media perché intuisce che lì dentro c'è qualcosa che sfrutta malignamente la nostra solitudine, ma non riesce a rinunciare alla partita quotidiana a Wordle con le nipoti, al cazzeggio con le amiche, a flirtare con gli amanti. Morde la solitudine con passione. Capirà cosa cerca nello sguardo di un gorilla che incontra in Uganda e di tutti gli animali che incrocia sulla sua strada: i cani Giulio, Fix, Brillo, i gatti, le galline, un pappagallo. Nonostante racconti le oppressioni del nostro presente - globalizzazione, occupazione, guerra, patriarcato - questo è un libro intimo e personalissimo, pieno di felice tormento, che riesce a fare quel che si auspica faccia la letteratura: dare parole a qualcosa che non riusciamo a vedere ma sentiamo incombere. Senza appesantire il fantasma che evoca, senza togliergli magia.
Con Nostra solitudine, Daria Bignardi aggiunge un tassello particolarmente intimo e riflessivo al suo percorso narrativo. È un libro che interroga più che raccontare, che attraversa paesaggi esteriori per illuminare quelli interiori. La solitudine, come suggerisce il titolo, è la lente attraverso cui osservare sé stessi, gli altri e il mondo. Bignardi costruisce una narrazione che fonde esperienze personali e osservazioni sul presente. Non si limita a parlare di sé: mette in relazione ciò che vive, sente o teme con storie più grandi. I suoi viaggi, dall’Uganda alla Cisgiordania fino al Vietnam, non hanno la funzione dell’esotismo narrativo, ma quella dell’ascolto. Ogni incontro diventa uno specchio che amplifica o incrina la percezione del mondo.
Una delle qualità più riconoscibili dell’autrice è la sua capacità di raccontare la fragilità con misura, senza cadere nel sentimentalismo. La sua voce è onesta, limpida, a tratti ironica. C’è una costante consapevolezza del limite, delle parole, dei legami, del tempo, ma anche la volontà ostinata di cercare un senso, di rimanere vigili, presenti. La narrazione alterna momenti di leggerezza quotidiana a pagine più meditate, che culminano nella domanda chiave del libro: come si fa a stare nel mondo quando il mondo sembra continuamente sgretolarsi? Un elemento suggestivo del testo è il ruolo degli animali come figure simboliche e specchi emotivi. Il gorilla incontrato in Uganda, così come cani, gatti e altre presenze silenziose, diventa un controcampo che rimette in discussione lo sguardo umano. Sono presenze che aprono prospettive, che semplificano ciò che spesso complicano le parole. La struttura del libro è frammentata, mobile, fatta di ricordi, riflessioni, dialoghi, impressioni. Una composizione che rispecchia il modo reale in cui spesso pensiamo e viviamo: non linearmente, ma per lampi, connessioni, ritorni. È una forma che richiede al lettore attenzione e disponibilità, ma che proprio per questo permette una lettura profondamente immersiva.
Al centro rimane un interrogativo che ci appartiene tutti: come si convive con la solitudine? Bignardi non propone soluzioni facili. Mostra invece che la solitudine può essere dolore, ma anche un territorio fertile, un luogo da abitare con sincerità, una soglia da cui ripartire. Nostra solitudine è un libro che non si legge soltanto: si attraversa. È un viaggio emotivo e intellettuale che chiede di essere accompagnato con calma e restituisce, in cambio, una nuova luce su sé stessi e sugli altri. Un libro che consiglio a chi ama la letteratura introspettiva, capace di scandagliare l’interiorità senza compiacimenti e a chi apprezza la narrativa che unisce viaggio e riflessione, trasformando gli spostamenti in dialoghi interiori.
Intéressant et agréable à lire. Les chapitres sont courts donc j'avais du mal à poser le livre lol.
J'ai eu un peu de mal à comprendre le lien entre le titre et le récit mais en fin de compte j'ai trouvé le format intéressant. On dirait un flux de pensée, un peu comme si c'était un journal intime qui lie actualité et réflexions personnelles.
Questionnement sur la solitude intéressant mais peut-être un peu superficiel. Qu'est-ce que la solitude et qui peut la ressentir? Faut-il se sentir coupable d'éprouver ce sentiment alors que d'autres ont la vie plus dure?
Daria è sempre una garanzia, ci si pone sempre molte domande durante la lettura dei suoi libri. Ho trovato delle piccole parti ripetitive avendo letto tutti i suoi romanzi e non solo. La parte dedicata al viaggio in Uganda è meravigliosa.
La mia solitudine è una bestia selvaggia. In certi istanti, mentre corre o si apposta fiutando l'aria annusa l'ebbrezza della libertà. A volte si nasconde, sfinita, nel buio della foresta .
"La solitudine non è solo una prigione, ma anche un rifugio: un posto dove fermarsi in ascolto del battito del mondo". Questa citazione è il manifesto di questo libro, che non è assolutamente ciò che mi aspettavo di leggere. Un insieme di racconti apparentemente scollegati che riescono a trovare una profonda connessione con le diverse accezioni di solitudine. Daria Bignardi parla con leggerezza, ironia e disinvoltura di esperienze personali che l'hanno portata a rielaborare il suo passato. Si tratta di una seduta di psicanalisi condivisa con il lettore, che, però, si estende ad un livello molto più ampio: riuscire a comprendere sé stessi e ciò che ci circonda. Il disordine mondiale contrapposto all'armonia della natura, la travagliata vita degli abitanti di Gaza alla più tranquilla Milano. Insomma, dalla lettura si respira una grande rivincita della solitudine, non necessariamente come penitenza, ma come stato d'animo esistenziale, che, prima o poi, tocca tutti. Quello dell'autrice penso sia un apprezzabile sforzo di provare a descrivere accuratamente la complessità e il paradosso continuo dell'essere umano che vuole la compagnia per poi restare solo. Perché la solitudine forse è un trauma non elaborato e curato oppure è solo un posto felice dove l'animo umano può rilassarsi e connettersi con il mondo. Insomma, siamo tutti un po' soli.
*2emezzo* 《 Nelle parole c'è tutto. Ci sono la vita, i ricordi, le relazioni, l'inconscio. Posso rinunciare a condividere immagini ma non posso rinunciare a condividere parole》 "Nostra solitudine" è una riflessione sulla solitudine femminile estesa poi a solitudine di tutti. È stata una compagnia nelle notti insonni e nelle mattine che iniziavano alle 4 senza motivo. Un alleggerire i problemi immergendosi nello scorrere di questi capitoli brevi ma mai leggeri, intensi seppur fugagi. Si aprivano e chiudevano come a sbirciare argomenti tra loro sconnessi ma che restavano nel flusso della riflessione di partenza. Un libro curioso, per niente banale.
Niente di che. Le riflessioni personali sulla solitudine sono spesso molto interessanti, il tentativo di estendere una tela unica che passi per globalizzazione, capitalismo, femminismi e patriarcato, guerre e neoliberismo come fattore accomunante le solitudini è goffo ai limiti del ridicolo.
“Si sta bene anche soli, quando non si è soli.” è una sensazione che ho provato la prima volta quando sono andato ad abitare in un monolocale in una città che non conoscevo a 4 ore da casa, senza amici, senza persone a cui appoggiarmi, spesso senza parlare per giorni -in sessione anche settimane- e ho riprovato nei due mesi di lockdown confinato in una casa enorme senza poter interagire con nessuno. Ho sempre faticato a spiegare come potessi sentirmi a disagio proprio io che da solo ci sto davvero bene. Ora so come dirlo: è perché si sta bene anche soli, quando non si è soli. E io ai tempi ero solo, e solo non stavo bene.
Un libro molto particolare, un testo ibrido tra saggio, autobiografia e riflessione generale sulla contemporaneità. L’autrice ci fa entrare nella sua quotidianità, normale, tra una chat di gruppo delle donne di famiglia Whatsapp, un cappuccino al bar e la psicoterapia e allo stesso tempo straordinaria, come la missione per intervistare una prigioniera palestinese liberata a Gaza. Un libro che fa riflettere sul femminile (assolutamente protagonista delle narrazioni dell’autrice) ma anche sul nostro posto nel mondo, in cui ci sentiamo sempre più solə e allo stesso tempo inesorabilmente in connessione perenne con le altre persone. Forse unico difetto la struttura un po’ disorganizzata del testo, che scorre come un flusso di coscienza.
"La nostra solitudine non è solo nostra. Essere consapevoli dei meccanismi che governano il mondo e la sua storia, rifiutarne le ingiustizie e oppressioni e organizzarsi per combatterle, obbliga a molti compromessi e a qualche speranza, quel sentimento tenero e perdente che ci rende umani."
Daria Bignardi ha per me un effetto rassicurante quando legge. Questo libro mi ha offerto spunti interessanti per continuare a riflettere sulla solitudine che può essere beneficio come pena. Buoni spunti e buoni racconti di esperienze personali che ci accompagnano per mano in storie vissute dall’autrice: da un viaggio in Palestina alle sedute con lo psicologo. Dal un viaggio in Africa per aiutare al bar coi suoi mille nomi per bevande pressoché uguali.
“Beata solitudine e solitudine nera sono due facce della stessa medaglia, come dice la Treccani. Ma bisogna essere riposati e sicuri di sé per godersi la faccia giusta.”
Ognuno, in mezzo al mondo, per tutta la vita, con la sua. A volte gelido morso, a volte accogliente rifugio dove “fermarsi in ascolto del battito del mondo”. Come animali selvaggi, a volte corriamo, quasi voliamo, spinti da quel vento di libertà che ci riempie i polmoni di vita e a volte scappiamo per andare a nasconderci, raggomitolati, nel buio di una grotta.
Nostra. Eppure, anche se di tutti, continuiamo a sentirla come solo nostra, come la “mia solitudine”.
la daria amo di più ascoltarla che leggerla. per questo, in questo caso (uno dei rari) ho ascoltato l’audiolibro sotto consiglio di un’amica, ed è stato un po’ come una carezza.
3.5 ⭐️ Libro molto interessante. Non so se ho capito a fondo l'intento del titolo però per me il modo in cui scrive Daria Bignardi è sempre molto fluido che rende questo libro super scorrevole anche se parla di tante cose.
Nostra solitudine non è proprio un romanzo, ma un reportage, memoir, un'insieme di consigli di lettura da non perdere e un'infinita riflessione sul significato di solitudine: quella che sentiamo e non capiamo, quella che può provare chi vive in uno Paese prigione, quella che sente chi sta lontano da casa e quella che è frutto dei nostri - a volte inconsapevoli - traumi.
Chi ha il diritto di sentirsi solo? Gli orfani, i profughi, i migranti, gli oppressi. Le donne. O tutti?
Dal Vietnam all'Uganda, passando dalla Cisgiordania, i viaggi narrati da Daria Bignardi sono una raccolta di pensieri e momenti da condividere, istanti che solo apparentemente sono distanti fra loro. C'è un filo rosso che unisce le persone che intervista, quelle a cui chiede che carattere ha il proprio cane, quelle che insieme cercano di non fissare negli occhi un gorilla. Quelle che hanno il privilegio di vivere una solitudine più "frivola" e quelle che invece affrontano la più terribile delle prigionie.
La nostra solitudine non è solo nostra. Essere consapevoli dei meccanismi che governano il mondo e la sua storia, rifiutarne ingiustizie e oppressioni e organizzarsi per combatterle, obbliga a molti compromessi e a qualche speranza, quel sentimento tenero e perdente che ci rende umani.