Nutrito dei miti greci della nativa Leucade, delle favole celtiche dell’infanzia irlandese, delle leggende vudù ascoltate a New Orleans dalla moglie creola, quando si trasferì in Giappone Lafcadio Hearn dovette provare un’istintiva sintonia con l’idea shintoista che tutta la natura è animata e che il confine che separa il mondo dei morti e quello dei vivi è labile e sottile. Proprio dalla riscoperta di testi antichi e dalla trascrizione di racconti del folklore nipponico, Hearn ha tratto la materia per le sue storie di spettri, narrate con la curiosità del vagabondo cosmopolita attratto dall’esotico e con la sensibilità di un’anima intrisa di romanticismo. Demoni, spiriti, mostri, fantasmi popolano questi creature fantastiche, a volte malvagie e vendicative, a volte miti e benevole, che ci immergono in un’atmosfera sospesa, crepuscolare, e ci trasportano in un mondo fluttuante, impalpabile come i sogni, evanescente come le ombre.
"...Ma Urashima raggiunse il cimitero del villaggio – il vecchio cimitero ormai in disuso – e lì trovò la sua lapide e quelle di suo padre, di sua madre, dei suoi parenti e di molte altre persone che aveva conosciuto. Erano così antiche, e talmente ricoperte dal muschio, che era persino difficile leggere i nomi incisi..."
Ho trovato questo piccolo libro quasi per caso tra uno scaffale e l'altro in libreria mentre ero intento a cercare titoli e copertine avvincenti. Un titolo che mescola insieme, a parer mio, le vibes orientali di quei miti sibilati come alito di vento e l'armonia di un autunno che sta velocemente dirigendo il suo percorso verso un freddo inverno come le anime gelide che accompagnano questa lettura, benevoli e innocue, malevoli e ingannatrici o forse chissà, magari non lo sapremo mai. Abbiano a che fare con l’inquietudine nostalgica e con quella sottile malinconia che solo certe storie sanno dare. Bisbigli nella notte e mormorii sopiti tra le onde del mare e le nubi grigie di quei giorni piovosi. Appassionato di miti greci, celtici, nipponici e dalle leggende vudù della moglie creola, quando si trasferì in Giappone Lafcadio Hearn concepì l’idea che tutta la natura è animata da essenze e che il confine che separa il mondo dei morti e quello dei vivi è labile e veramente sottile. Demoni, spiriti e fantasmi popolano queste terre e sono creature, che ci trasportano in atmosfere sospese, quasi serali, dove i mondi sono al limite tra sogni ed ombre. L'autore racconta una serie di leggende giapponesi legate agli yōkai cioè spiriti e creature fantastiche che abitano i confini tra corpo e anima e lo fa con un duplice sguardo. Da un lato, come scrittore occidentale, è affascinato da quel mondo lontano e dall'altro, come me, si avvicina con curiosità, un pizzico di timore "ossequioso" e tanto rispetto. La scrittura è sobria, semplice ma poetica, delicata come un tenero epigramma melodioso ma carica di immagini incerte come una foschia che avvolge i templi, lo zampillio dell’acqua nelle fontane dei giardini o lo sguardo di entità invisibili che ci osservano da lontano. Ma la particolarità di questi testi? Le storie non hanno un vero finale. Sembrano interrompersi sul più bello, lasciando i personaggi nel mezzo delle loro vicende, senza spiegazioni né conclusioni. Non vogliono semplicemente narrarci di una storia che cerca una chiusura ma aprirne tante altre, e dove vi chiederete, proprio dentro di noi. Evocare più che raccontare, come un ponte tra mondi, quello reale e quello ultraterreno, e queste narrazioni ci invitano ad attraversarle con rispetto e meraviglia. Queste parole non gridano ma sussurrano. "Cheta acqua che accarezza le pietre, un ciliegio che cresce in fiore, l'alba di un nuovo giorno e una culla che ondeggia al ritmo del fiume, dove anche i fantasmi imparano a riposare tra desideri, silenzi e antiche promesse".