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267 pages, Kindle Edition
Published October 28, 2025
Prendiamo Luca, ex bocconiano trentenne che lavora in finanza e che da qualche mese ha deciso di dedicarsi alla corsa per sfogare la tensione e praticare attività fisica senza limiti di orario incompatibili con la sua professione. Il benessere che ne ha tratto si è presto tramutato in passione, e la sua propensione a lavorare per obiettivi lo ha portato a inseguire quello di partecipare alla Maratona di New York. Ha quindi cominciato ad allenarsi in maniera sistematica, seguendo i consigli degli esperti, e si è sottoposto alla visita sportiva necessaria per iscriversi, come primo passo, alla mezza maratona di Milano. L'accertamento obbligatorio lo definisce «idoneo alla pratica dell'attività sportiva» ma, in seguito al riscontro di «alti voltaggi in sede anteriore e laterale» all'elettrocardiogramma, gli viene suggerito di approfondire con un ecocardiocolordoppler in occasione del prossimo controllo annuale. La dottoressa di famiglia lo rassicura: la sua conformazione magra e longilinea già giustifica il referto; il fatto che da mesi si alleni con costanza spiega anche un certo aumento fisiologico dello spessore della muscolatura cardiaca. Ma la madre ipocondriaca, con il supporto della fidanzata ansiosa, non gli dà pace: «Se c'è il sospetto che qualcosa non va gli accertamenti vanno fatti subito, non tra un anno. E se avessi una cardiomiopatia ipertrofica che rischia di farti morire sul colpo durante la maratona?». Alla fine, il giovane cede, anche perché ormai anche a lui è stata messa la pulce nell'orecchio, e ogni volta che va a correre ha un po' di paura. Ovviamente non può chiedere la ricetta rossa alla sua dottoressa, che non ha mostrato preoccupazione, e poi, prenotando l'esame con il Servizio sanitario nazionale dovrebbe aspettare l'appuntamento per mesi. Salterebbe il programma che si è fatto e non riuscirebbe ad allenarsi con la stessa serenità di sempre. Poiché può permettersi di spendere 150 euro per l'accertamento lo fissa dopo pochi giorni in un poliambulatorio privato, e ci aggiunge anche 200 euro di visita cardiologica, per stare più tranquillo. Lo specialista gli ripete quel che era già stato detto dalla dottoressa di medicina generale, ma con maggiore autorevolezza. Luca si tranquillizza, così come madre e fidanzata, che smettono di opporsi al suo progetto. Ma a ogni occasionale palpitazione o capogiro sotto sforzo, ormai si accende la lampadina rossa: il cardiologo non si sarà perso qualche particolare? Non sarà una forma iniziale di malattia ancora poco identificabile? Meglio aspettare a prenotare New York, anche dato il costo del progetto, tra viaggio, soggiorno e partecipazione alla gara. Alla fine, con sollievo di tutti, il giovane rinuncia al suo sogno e cede alla pressione dei colleghi, iscrivendosi al circolo del golf. Nessuno saprà mai se ne è valsa la pena. Certamente, se invece di Luca si fosse trattato di un giovane con minori possibilità economiche, il percorso avrebbe potuto interrompersi prima. Oppure, con una famiglia meno ansiosa alle spalle, Luca avrebbe fatto il suo ecodoppler in occasione della visita annuale successiva, dopo aver già corso la maratona di New York, che, come test da sforzo, forse supera qualunque prova su tapis roulant.
Ciò non significa che il rischio di morte improvvisa degli atleti vada sottovalutato. Tanto quanto sono indiscutibili i vantaggi dell'attività sportiva per la salute, altrettanto innegabile è che lo sforzo può determinare in rari casi il precipitare di una situazione a rischio, per malformazioni o aritmie cardiache silenti. Così come è indubbio che aggiungere un elettrocardiogramma alla visita possa aiutare a riconoscere alcuni di questi casi. Ma basta questo a suggerire di farlo a tutti?
Quella delle liste d'attesa è giustamente considerata una delle questioni più gravi che ostacolano la capacità del Servizio sanitario nazionale di rispondere alle esigenze dei cittadini. Gli esami inutili non sono l'unica causa, ma se davvero rappresentano il 20-30% del totale è chiaro che il loro peso non si può trascurare. Nei capitoli precedenti spero di essere riuscita a spiegare quanto, sotto il cappello della prevenzione, possano essere gonfiati artificiosamente i bisogni di prestazioni sanitarie di persone che stanno bene. Ho provato a distinguere, per quanto possibile, questa medicina preventiva che io definisco «malata» dagli interventi davvero utili, quelli che cambiano l'aspettativa di vita delle persone attraverso una «sana» prevenzione, come quella basata sugli screening oncologici previsti dai programmi nazionali. Non va trascurato però l'impatto del business che gira intorno alla cattiva prevenzione sulle tasche degli italiani, sia quelli che si trovano a pagare direttamente o tramite assicurazione un gran numero di esami di cui non hanno bisogno, sia para-dossalmente, come in un effetto domino, tutti gli altri. Da un lato non si deve credere che chi può pagare sia sempre privilegiato. Se resta invischiato nella palude della falsa preven-zione, la sua serenità sarà minacciata da un continuo riferimento alla possibile presenza di potenziali, minacciose malattie anche quando si sente benissimo. Sarà minata la sua salute, quando gli accertamenti indurranno ulteriori controlli più invasivi o terapie non prive di effetti indesiderati. Inoltre, questo sistema incrina in tutti, chi può pagare e chi no, la fiducia nei confronti delle istituzioni e, soprattutto della sanità pubblica, che non solo non offre, ma spesso nega, tutto quello che invece arriva, confezionato in gradevoli pacchetti infiocchettati, dalla sanità privata.
I pazienti che se lo possono permettere finiscono per ricorrere al privato o alle prestazioni effettuate dai medici come liberi professionisti nelle strutture pubbliche (‹intramoenia», si dice con un termine tecnico), di solito ottenendo un appuntamento nel giro di pochi giorni. La metà delle visite specialistiche ambulatoriali e un terzo degli accertamenti diagnostici ormai sono pagati di tasca propria da chi se lo può permettere. Gli altri aspettano sperando che la loro condizione non peggiori, affollano i pronto soccorso oppure, se i disturbi sono tollerabili, finiscono per rinunciare. Con il rischio che quelli che erano sintomi lievi fossero in realtà una prima avvisaglia di qualcosa che sarebbe stato opportuno riconoscere tempestivamente. E, in ogni caso, peggiorando la qualità di vita, fatto che di per sé va a intaccare la salute in senso lato. Secondo il Settimo Rapporto GIMBE sul Servizio sanitario na-zionale, nel 2023 oltre 4,48 milioni di persone hanno dichiarato di non aver eseguito nell'ultimo anno visite specialistiche o esami pur avendone bisogno. Le ragioni sono diverse, dalle tempistiche delle liste di attesa alle difficoltà logistiche legate alla distanza della struttura, alla mancanza di trasporti o alla scomodità degli orari, e su tutto questo occorre lavorare. Ma come è possibile che, in un paese la cui Costituzione garantisce «cure gratuite agli indigenti», quasi 2,5 milioni di persone, pari al 4,2% della popolazione, dichiarino di aver rinunciato alle cure per motivi economici? E che questo numero sia in aumento di un punto percentuale rispetto al 2022, con quasi 600.000 persone in più rispetto a quelle che se ne lamentavano l'anno precedente? Per una volta, il fenomeno non ha il solito gradiente geografico della maggior parte delle statistiche italiane, ma riflette un problema diffuso, con piccole differenze, al Nord come al Sud.