In “Nietzsche e Marx si davano la mano” (Marsilio, 2025), Marcello Veneziani propone una rilettura parallela di Karl Marx e Friedrich Nietzsche, due tra i pensatori più decisivi (e più fraintesi) della modernità.
Il volume è programmaticamente non accademico: rinuncia all’apparato specialistico e sceglie una forma saggistica narrativa, accessibile anche ai non addetti ai lavori. Proprio questa scelta stilistica ne costituisce uno dei punti di forza: rendere nuovamente leggibili e discutibili due autori spesso sequestrati da letture ideologiche o da recinti disciplinari.
Ne emerge una duplice diagnosi della crisi contemporanea: da un lato l’analisi marxiana delle strutture economico-sociali, che risulta tuttavia insufficiente alla luce dell’eredità del ‘900; dall’altro la genealogia nietzschiana dei valori, della morale e del nichilismo, che assumono invece un’urgenza mai vista prima. In un tempo segnato da instabilità sistemica, crisi permanenti e disorientamento culturale, tornare a questi pensatori non è esercizio erudito, ma gesto critico attualissimo. Se Marx resta imprescindibile per comprendere le dinamiche materiali del potere, è soprattutto Nietzsche a offrire strumenti per interrogare la crisi di senso del nostro presente e l’orizzonte degli “ultimi uomini”.
Personalmente continuo a sentirmi più nietzschiana (e leopardiana), che marxista. Ma trovo interessante che questo dialogo sia possibile, proprio perché Marx e Nietzsche sono stati – soprattutto il secondo, ça va sans dire – oggetto di interpretazioni segnate da malafede e disonestà intellettuale. Grande merito del volume, a mio avviso, è mostrare che il terreno culturale (e anche politico) può ancora essere uno spazio di confronto serio, quando gli “oggetti” vengono trattati con rigore. Un invito, dunque, a riaprire il dialogo con i classici fuori da ogni dogmatismo, restituendo centralità al pensiero come pratica pubblica.
Noto, a latere, una dimenticanza: forse qualcuno degno di essere definito post-nietzschano nel ‘900 c’è stato, ed è stato Aldous Huxley. Forse anch’egli troppo avanti per essere davvero ascoltato, e al quale abbiamo preferito (comprensibilmente) l’Orwell di “1984”.