Erika, scrittrice e giornalista trapiantata da anni a Roma, durante una passeggiata incontra l’amico Giorgio e, al suo fianco, Lena, una giovane donna di origine tedesca dal carattere vivace e aperto. La curiosità di Lena nei confronti di Erika è subito evidente, mentre la protagonista si sente disorientata dall’insistenza travolgente della ragazza. Col tempo, le due donne si avvicinano, dando vita a un rapporto d’amicizia complesso e sfaccettato. Attraverso i racconti di Lena, Erika scopre un passato segnato da abusi e abbandoni, che contrasta violentemente con l’apparente spensieratezza della giovane donna. Quelle confidenze diventano per Erika uno specchio sul proprio passato e sui propri sentimenti. Nel frattempo, Lena si rifugia nel mondo dell’arte e della spiritualità, rientrando momentaneamente in Germania per allestire una mostra dei suoi quadri. Ma il giorno dell’inaugurazione, un evento improvviso spezzerà drammaticamente il loro legame. Un romanzo che esplora le complessità dell’animo umano, il potere delle emozioni e la forza di affrontare il passato per trovare la propria strada.
Edith Bruck nome d'arte di Edith Steinschreiber (Tiszabercel, 3 maggio 1931), è una scrittrice, poetessa, traduttrice regista e testimone della Shoah, ungherese naturalizzata italiana. È l'ultima dei sei figli di una povera famiglia ebrea. Conosce, fin dall'infanzia, l'ostilità e le discriminazioni che nel suo Paese, come nel resto d'Europa, investono gli ebrei. Nella primavera del 1944, a tredici anni, dal ghetto di Sátoraljaújhely viene deportata ad Auschwitz e poi in altri campi tedeschi: Kaufering, Landsberg, Dachau, Christianstadt e, infine, Bergen-Belsen, dove verrà liberata, insieme alla sorella, nell'aprile del 1945. Nel settembre del 1948 raggiunge Israele, a ridosso della nascita del nuovo Stato. Qui - per evitare il servizio militare - si sposa e prende il cognome che ancora oggi porta: Bruck. Nel 1954, spinta dall'impossibilità di inserirsi e di riconoscersi nel Paese immaginato "di latte e miele", non riuscendo ad accettare la realtà segnata da conflitti e tensioni, giunge in Italia e si stabilisce a Roma, dove ancora oggi risiede. Inizia una vasta produzione letteraria, che non si limita ai temi dell'Olocausto.
Un racconto semi autobiografico, che narra dell'amicizia tra l'autrice, sopravvissuta al campo di concentramento di Bergen-Belsen e una donna tedesca, che rappresentava per lei il nemico contro cui aveva concentrato tutto il suo odio. L'autrice modifica nomi e alcune situazioni, lasciando intatto il rapporto tra le due donne, fatto di ritrosia da parte di Edith/Erika, che si rifiuta di vedere del bene in una tedesca, e di interesse puro e dilagante, da parte di Brigitte/Lena. Lena si impone nella vita di Erika, insiste con gesti di affetto e attenzioni, finché riesce ad aprire una breccia nel muro della donna che non la vede più solo come un nemico. Erika è cinica e arrabbiata, traumatizzata dall'eseprienza dei campi di concentramento, Lena è una donna che si difende dai colpi duri della vita con il sorriso, pensieri positivi e un'allegria infantile. Questa leggerezza si insinuerà nella vita di Erika, dandole un po' di respiro. La storia è toccante, nonostante l'insistenza di Lena nel voler essere presente nella vita di Erika mi abbia infastidito in più punti. Lena ci insegna che si può sempre ripartire da capo, senza permettere alla vita di calpestarci, che si può sempre trovare un motivo per ridere e sorridere. Tuttavia, lo stile dell'autrice non mi ha colpito: mancano completamente i capitoli, sembra di leggere un unico monologo alternato da dialoghi e la lettura ne risulta appesantita. Senza contare che i periodi sono molto lunghi e continui. Il finale, inoltre, mi ha lasciata un po' sconcertata e perplessa.
Mio padre mi regala sempre libri improbabili e questo non è da meno. L’irritazione inizia con la scrittura, che è sgradevolmente strana, a tratti imbarazzante per come vengono descritti alcuni personaggi. Poi si passa alla trama, che non si capisce dove si voglia farla andare a parare. Infine, il nervoso esplode con il finale—inaspettato, allucinante, di pessimo gusto—e si tramuta in rabbia, perché, banalmente, non ce n’era bisogno. La vita è già tragica di suo. Una conclusione così pare un accanimento. Inutile. Spiacevole. Evitabile.
"... perché quando la vita con te è cattiva puoi diventare cattiva anche tu con la vita, invece tu ami la vita anche quando non ti piace, come me. La vita non ha colpa." (Pag. 32)