Di fronte al dolore, niente ha più senso. Ma è forse proprio allora che la parola ritrova la sua potenza. Ed è proprio questa potenza ad animare "La vita che brucia" – un testo sfolgorante in cui Edoardo Camurri rivive a cuore aperto l’esperienza più antica, più straziante di tutte: l’ineluttabilità della sofferenza. In questa ricerca, l’universalità non sarà abbastanza e l’intimità è di troppo; bisogna invece lasciarsi andare al vorticoso vociare del mondo, spingersi in un vero e proprio viaggio al termine della notte, al di là di ciò che pensiamo di essere. E, per riuscirci, la versatilità stilistica di Camurri non lascia nulla di inesplorato: l’antica sapienza vedica riaffiora nella teoria marxiana del valore; gli schematismi kantiani intessono visioni lisergiche; il frammento eracliteo sprofonda nella vividezza emotiva del flusso di coscienza. "La vita che brucia" non propone l’algida consolazione delle idee, ma l’appassionante e sofferta ricerca di Qualcosa che dia conto del nostro sentire: la cosmogonia in un battito di ciglia; il frinire delfico delle cicale; l’epifania di una fotografia ritrovata; il viavai di sensazioni in una giornata che è una vita, che è tutte le vite, che è la realtà nella sua bruciante maestosità. E così, se ascoltassimo la voce che sussurra – e che ci sta accanto – in ogni piega dell’esistenza, al di là di quel fragile Io che ci incatena alla sofferenza, forse riusciremmo a riscoprire la verità più essenziale, la più sconvolgente: «il semplice fatto di esserci è già la risposta».
"Non è mai troppo chiaro perché lo facciamo, molto spesso non c'è neanche il tempo di chiedercelo, visto che la preoccupazione è tanta e - ci confessiamo - così va il mondo. Non è che ci piaccia, vivere è faticoso, ciò che siamo non ci soddisfa mai, i nostri pensieri sono spesso miseri e volgari, i nostri desideri ci fanno soffrire, e le nostre speranze spezzano le gambe a chi amiamo ma, come maiali, rotoliamo in una merda da cui speriamo, prima o poi, di godere profumi di lillà. Non ci chiediamo neanche se siano davvero nostri questi contenuti di coscienza che compongono la nostra identità; sono troppi, sono incessanti e nuovo capitale ogni giorno si accumula su conto corrente che siamo; qualsiasi pensiero che ci attraversa la mente lo facciamo nostro e contribuisce al gruzzolo autobiografico. Sediamo su questa montagna di merda che a ogni istante cresce in altezza e in grandezza, siamo sopraffatti dalla sua mole e, per resisterle, per stare dietro alla velocità con cui ci spinge in alto, come una deiezione che ci rientra in corpo, ci aggrappiamo stretti alla sua cima, convincendoci che quella montagna sia tutto ciò che conta."
La sensazione che si prova leggendo il libro è quella di essere accolti nel salotto massimalista di un intellettuale che ha tanta voglia di intrattenere gli ospiti in un teatro di giochi di parole e belle citazioni. Di sicuro godibile per chi vuole perdersi in giri di parole ardite e farsi cullare da un rassicurante e spesso si direbbe volutamente oscuro misticismo. L’autore parla con una sicurezza invidiabile, parla al lettore, parla a sé stesso, insomma, pare avere moltissimo da insegnare e ben pochi dubbi sulla realtà delle cose. Preferisco i dubbi.
Due citazioni tra le tante: “La felicità improvvisa che ci visita, per quanto transitoria, ci apre alla speranza che non tutta la vita sia un male e che forse ciò che sentiamo di bello sia una traccia del Qualcos'altro a cui siamo destinati. Approfittando della notte che sta per giungere, questa consapevolezza ci invita a danzare; ci scuotiamo di dosso i pensieri tristi, li lasciamo cadere a terra”
“All'inizio del viaggio, gli alberi sono alberi, le montagne sono montagne e i laghi sono laghi. Verso la metà del viaggio, gli alberi non sono più alberi, le montagne non sono più montagne e i laghi non sono più laghi. Ma alla fine del viaggio, gli alberi tornano a essere alberi, le montagne tornano a essere montagne e i laghi a essere laghi”
Un libro purtroppo sconclusionato e caotico. Peccato perché il suo primo libro mi era piaciuto nel suo essere lisergico e filosofico insieme. In questo invece sempre di entrare in un diario privato fatto di morte e sofferenza che si risolve solo nelle ultime pagine. Un po’ un accozzaglia di concetti dal Buddhismo a Jodorowsky, passando per hillman e Barthes (solo per citarne qualcuno). I concetti principali si possono trovare meglio scritti e spiegati in tantissime opere della tradizione orientale. Mi auguro per Camurri che abbia risolto il suo dolore.