Per moltissimo tempo internet e il web sono sembrati il più formidabile strumento di progresso dell’umanità dai tempi dell’invenzione della carta stampata o dell’elettricità. Dovevano servire ad «abbattere muri e costruire ponti», motivo per cui si iniziò a parlare di «tech democracy», di una nuova stagione della democrazia potenziata proprio da internet, aperta alla partecipazione diretta dei cittadini e al loro controllo. Era la nuova terra promessa, quella in cui saremmo stati tutti felici, finalmente. E invece, ormai è chiaro, la rete si è trasformata nel più insidioso strumento per picconare le democrazie. In vent’anni di vita social ci siamo persi per strada un’idea condivisa di futuro, inteso come un mondo migliore dove arrivare tutti assieme. Quand’è, precisamente, che la storia è cambiata? Quando i bambini hanno smesso di sognare di essere astronauti e hanno iniziato a voler diventare influencer e creator? E perché? Ci siamo illusi o qualcuno ha truccato le carte del mazzo con cui stavamo giocando? Riccardo Luna pone queste e altre domande sull’identità del web oggi, e lo fa andando a ritroso fino alla sua nascita, quando non era ancora compromesso dall’eccesso di narcisismo alimentato dalla digital economy; e quando gli algoritmi non favorivano le fake news «perché fanno più traffico». Un viaggio che ricostruisce l’epopea della Silicon Valley, da quando gli imprenditori tecnologici sembravano tutti buoni fino al patto di Big Tech con la Casa Bianca di Donald Trump e alla tragica vicenda di Gaza, in cui l’uso dei social dal basso ha consentito di sconfiggere la censura e avviare una mobilitazione globale. Un segnale, forse, che nulla è del tutto compromesso e che siamo ancora in tempo per cambiare il futuro.
Agli albori di internet, eravamo tutti colmi di un entusiasmo infantile, una costante eccitazione nel navigare con i primi browser (oh, Netscape…) per raggiungere posti fisicamente lontanissimi ma, grazie alla nuova tecnologia, finalmente a portata di mano. Ricordo con tenerezza la mia ingenua gioia nell’inviare, dal sito della Casa Bianca, un messaggio di consenso e auguri a Bill Clinton, all’inizio del suo secondo mandato (mentre lui pensava alla Lewinski…): “Keep up the good work!” Alleluia, Mr. President… Ma era ancora un’epoca di pionieri, di imprenditori giovani e pazzi (nel senso che gli diede Steve Jobs), di numeri di Wired USA di 250 pagine di cui la metà di pubblicità, di modem a 56k. Gli adulti di quegli anni si trovavano in mano un giocattolo quasi gratuito con il quale possedere letteralmente il mondo esterno. Una fame di informazioni da ricevere e scoprire che nessuno aveva mai sperimentato. Molti anni dopo, persino l’arrivo dei social network non fece intuire i pericoli possibili. Erano, in fondo, innocui passatempi dove sprecare un po’ di tempo libero, con la possibilità di incrociare nuovamente la strada di qualche vecchia conoscenza nel frattempo perduta come lacrime nella pioggia. A un certo punto, però, anche i proprietari dei network si stancarono di non ricavarne un dollaro. Nasce da lì, perciò, la manipolazione dello strumento per ottenere fatturati sempre più giganteschi alle spese di utenti che, come ormai è noto a tutti, sono il prodotto da vendere. La profilazione che ci tocca subire sarebbe anche utile se, nei fatti, non fosse stata utilizzata per alimentare un circuito vizioso di fake news al fine di favorire certi candidati in certe elezioni. La fase successiva è stata (lo è tuttora) ancor più esecrabile. Con l’obiettivo di sfruttare l’ingaggio dei suoi utenti, social media come Tik Tok hanno costruito un diabolico algoritmo che produce sostanzialmente dipendenza e, mentre tiene occupati i ragazzi spesso molto minorenni davanti a uno schermo, contribuisce a produrre un danno inenarrabile alla loro capacità di concentrazione, al loro senso critico, insomma alla loro salute mentale. Per non parlare ovviamente della precisa scelta di costruire l’algoritmo che governa il social sul principio di prevalenza della divisività dei contenuti. Con l’obiettivo di alimentare un’eterna battaglia fra opposti che, finendo per odiarsi (ci vuole molto poco), pubblicano post sempre più divisivi, alimentando una violenza verbale che prima o poi potrebbe tracimare e fare il salto di specie, come i virus. Quando la misura è colma, tuttavia, qualche governo nazionale cerca di porre un freno all’uso precoce del cellulare ai minori. Meglio che niente, certo, anche se sono provvedimenti tappabuchi e l’esempio della Finlandia dovrebbe invece insegnare qualcosa. L’ultima parte del libro è la più inquietante ma, tutto sommato, la più prevedibile. Le grandi imprese tech americane e la loro giravolta ideologica a favore dell’Agente Orange. Passare da critici a portabandiera, quando ci sono di mezzo i dollaroni, è un attimo. Il passaggio finale è tragico, perché se il fatturato è tutto, anche l’etica va a farsi benedire con buona pace dei motti pacifici che segnarono la fondazione di quelle imprese. E mentre a Gaza l’IDF continua a uccidere, in America chi finanzia questa aberrazione siede a tavola con il presidente.
Qualcosa è andato decisamente storto dopo l'avvento di internet, una rivoluzione epocale, una rete che doveva connettere il mondo ma, in realtà, ha finito per imprigionarlo. Tutto per servire il dio denaro ma... non sempre. Adolescenti in difficoltà, adulti impauriti, rabbia, cosa troviamo davvero sui social? C'è ancora speranza per questo mondo? Riccardo Luna realizza un'ottima opera di analisi su alcune di queste problematiche. Ho avuto anche la fortuna di ascoltare di persona la presentazione del libro (che ho deciso di acquistare immediatamente) e mi sento di consigliare la lettura a tutti (o almeno a chi ha voglia di capire il mondo che ci circonda).