Il cuore del libro dice sostanzialmente “abbiamo perso il bisogno della verità”.
Nel mondo odierno non ci occorre più sapere se qualcosa sia vero, ci chiediamo solo se sia praticamente utile, performante, spendibile. La verità non si rivela, smette di essere un valore e diventa un parametro operativo; viene prodotta, calcolata, archiviata. E ciò che non rientra nel calcolo — dolore, amore, morte, senso — diventa marginale o indicibile. Da qui nascono i classici disagi dell’uomo contemporaneo: ansia, nichilismo, depressione. Tutto diventa lecito. Ma un mondo senza limiti non è liberatorio: è disumano, perché l’umano nasce proprio dal confronto con ciò che non può dominare.
Galimberti ci lascia con una domanda scomoda, ma necessaria: come vivere senza una verità forte, senza ricadere nel relativismo cinico? Non offre soluzioni, ma piuttosto una riflessione estremamente personale ed il suggerimento di recuperare una forma di ascolto del mondo.