Ho sempre seguito con interesse il percorso di Flavia Carlini, osservando come la sua forte presenza digitale, recentemente criticata da meschini detrattori come "influoattivismo" (come se fosse una "malaparola" ), celi in realtà una sostanza che va ben oltre le dinamiche del web.
Avvicinandomi a Uomo morto non mente, ho cercato di superare il pregiudizio che spesso accompagna le opere nate da figure mediatiche, trovandomi di fronte a un lavoro che legittima appieno l'uso dei nuovi media per la divulgazione.
In un'epoca in cui la dimensione digitale è imprescindibile, Carlini dimostra di saperla padroneggiare per veicolare contenuti di spessore, ancorati a fonti di indubbia affidabilità che conferiscono al testo un'autorevolezza tangibile.
Addentrandomi nella lettura, mi sono lasciato trasportare nella cupa atmosfera del tentato golpe Borghese e nella parabola eversiva di Lucrezio Fiorenzo Amodio.
Sebbene la prosa non possieda quella scintilla stilistica che cattura immediatamente il lettore, la struttura del romanzo-inchiesta compensa questa mancanza rendendo la narrazione estremamente gradevole. È proprio l'accuratezza documentale a sostenere il ritmo, trasformando quella che potrebbe sembrare una semplice rievocazione degli anni Settanta in un thriller politico solido, dove la discesa del protagonista nel sottobosco di logge massoniche e servizi deviati si intreccia costantemente con la nostra riflessione sulla fragilità della verità storica.
Quando la narrazione ci porta a quattordici anni dopo i fatti, con un Amodio pronto a riscrivere il passato in tribunale, il testo impone un esame di coscienza sulla manipolazione della memoria collettiva. La mia esperienza di lettura si è così trasformata in un confronto continuo con una pagina di storia italiana spesso dimenticata, confermandomi che Flavia Carlini possiede una maturità autoriale capace di fondere fiction e realtà senza sbavature, offrendoci uno strumento necessario per guardare al passato con occhi nuovi.