Piove ormai da dieci giorni quando Giona si trascina alla consueta serata del poker. Protetto da un’austerità rigorosa ma permeabile, il suo umore è cinereo, eppure i suoi compari non sembrano curarsene troppo, riempiendo ogni possibile crepa emotiva di mondanità collaudate e goliardie posticce. Giusto Vincenzo accenna a farsi serio e solidale con lui – sono giorni che sua cognata Adele lo sta cercando, gli confida – ma Giona strozza l’argomento sul nascere. Nei giorni seguenti la pioggia imperversa, non accenna a smettere. La città è invasa dall’acqua, la viabilità compromessa: sembra cominciata una lenta ma inarrestabile erosione. Giona sbriga per l’ultima volta i suoi rituali. Prima porta dei fiori ai suoi sepolcri, poi si palesa tardivo al ristorante che gli ha tolto la vita per attestare i danni ormai irreparabili e abbozzare un piano economico che possa dare respiro ai suoi dipendenti. La speranza però è ormai figlia di un altro mondo. Il diluvio è sancito, e per spirito di conservazione Giona si spinge verso l’alto, riparando in una vecchia baracca di famiglia nascosta fra i monti. Lì c’è il necessario per tirare avanti: un tetto, viveri e attrezzi, un disegno infantile che evoca trascorsi nerissimi. Dopo i racconti di "Ovunque sulla terra gli uomini" e "Novena", Marco Marrucci accede al romanzesco descrivendo la parabola concava di un uomo afflitto e sospinto dalla catastrofe. In "Le balene" è già iniziato a piovere e pioverà fino alla fine, ma l’unico umore percepibile è quello dell’acqua e dei suoi effetti battenti e corrosivi sul mondo: nessuna digressione, nessuna sortita esplicita o metaforica nei pensieri dei personaggi, ma una didascalia estesa, e una lingua aderente, cinematografica, che pare sfidare ogni sentimentalismo e ogni sintesi combinatoria di matrice automatica.
Un linguaggio tra Saint-John Perse e il Lonfo di Maraini, dunque dizionario alla mano o fede nell'onomatopea. L'acqua, metafora dell'interiorità disfatta del protagonista, monta fino a condurlo al suo destino; i personaggi secondari sono dannosi scogli sui quali naufraga la forma della narrazione
Ho letto entrambe le raccolte di racconti dell'autore. Da questo romanzo non sapevo cosa aspettarmi. Mi ha stupito come la lettura sia riuscita a rimanere priva di pesantezza nonostante la trama densa e tutte le tematiche che affronta (cambiamento climatico, lutto, violenza, senso di colpa). Verrebbe da leggerlo velocemente perché la trama ti prende molto. Ma bisogna sforzarsi di dargli il tempo che si merita. Il linguaggio che si trova dentro è di una ricchezza che non ci si immagina.