Alberto Danini è un’ombra. Agente del Servizio centrale operativo, esperto informatico, si nasconde dietro a uno schermo del dipartimento di Polizia giudiziaria perlustrando i meandri della Rete a caccia di predatori. Si finge un adolescente fragile, ma è una maschera dolorosa da un adulto che si muove come un serpente in mezzo ai ragazzi, che cambia pelle di continuo. Quel ruolo da esca entra in risonanza con il bambino fragile che anche lui è stato; per questo è il migliore in quello che fa. La sua identità di copertura nasce e muore nel mondo virtuale, mentre i colleghi lottano tutti i giorni nel mondo non importa se i meriti vanno ad altri, ad Alberto rimane la possibilità di elaborare ogni volta l’orrore di cui è stato testimone. Fino al giorno in cui l’agente Danini si imbatte nella vicenda di Leonardo P., tredici anni, caduto in una rete di mostri. O almeno questo è ciò che riferisce alla polizia il padre del ragazzo; questo è ciò su cui si concentrano Alberto e la squadra. Ma in realtà i bambini non c’entrano. Dietro l’app La Rete dei Cuccioli, dal nome innocuo, si nasconde stavolta un nemico diverso, dal volto ugualmente feroce. Mentre l’indagine entra nel vivo, Alberto è costretto a esporsi, a spingersi in prima linea, mosso non da un coraggio che non sente di avere, ma dalla paura. Di non saper difendere ciò che ha di più caro. Di non sapersi fermare in tempo. Di diventare come quelli che ha sempre combattuto. Paola Barbato, come i grandi maestri del genere, immagina mondi di oscurità, li edifica davanti ai nostri occhi, ci invita a entrare. E ci lascia lì, in compagnia di un’angoscia sempre nuova.
Tu non sei un mostro, non sei senza cuore. Lo nascondi soltanto, lo capovolgi, come, hai presente? Le persone che hanno gli organi invertiti? Ecco, tu sei un mostro con il cuore capovolto, che batte dalla parte giusta.
Hanno scritto de La torre d’ «Sul versante cinematografico, il libro richiama alcune pellicole di David Cronenberg e di Steven Soderbergh. Sul piano letterario, Barbato parla a distanza con lo scrittore dell’abisso della psiche, Patrick McGrath». La Lettura – Corriere della Sera
«La torre d’avorio è un noir che corre veloce con il passo di un thriller, ma è anche una narrazione che assume sfumature poetiche in una visione che ricorda la tragedia». Contorni di Noir
Romanzo velocissimo, thriller moderno e ben scritto (come sempre), che ti cattura e non puoi posare. Paola è sempre una garanzia, sempre innovativa e originale. Devo dire che però questa volta mi è mancato qualcosa, preferisco la vecchia Paola con meno dinamicità ma più “ciccia”
Cuore capovolto di Paola Barbato è un thriller psicologico cupo, angusto e inquietante. Parla di una realtà che a molti fa paura e che coinvolge gli adolescenti, le vittime indifese, l’innocenza che non spicca il volo, ma brucia all’inferno. Alberto è un agente infiltrato, che vive nascondendosi dietro uno schermo , fingendosi un adolescente fragile per catturare predatori. Vive nel terrore di "diventare come quelli che ha sempre combattuto.” È la sua amica Luce, un'artificiere, a dargli la definizione perfetta: Alberto non è un mostro senza cuore. È un "mostro con il cuore capovolto, che batte dalla parte giusta". Questo libro vive nelle zone grigie. Non ci sono eroi puri. Lo stesso Alberto, quando viene scoperto, non si ferma. Inizia una spirale di violazioni, bugie e reati, convinto di essere l'unico a poter salvare tutti, mentre invece è lui la "bomba che aspettava di essere innescata.” L’identità è una maschera: Alberto si finge un bambino, un politico si finge una vittima, un calciatore finge un tradimento. Il virtuale diventa il teatro per manipolare il reale. Cuore Capovolto è un romanzo forte e delicato insieme. Ci dice che i mostri non sono entità astratte nascoste nel deep web. Sono i nostri vicini, i nostri familiari, e forse, in determinate circostanze, siamo noi stessi. Parla di solitudine dell'era digitale e della fragilità dei nostri "cuori capovolti". E ci suggerisce che bisogna sempre guadare in faccia alla realtà, per avere una speranza di salvarsi, ma quando lo specchio si spacca in mille pezzi, allora nessuno riesce più a vedersi. È uno di quei libri che anche quando li finisci, in realtà non li chiudi. Perché non si chiudono. Cuore capovolto è troppo attuale, troppo brutale, troppo significativo. Troppo straniante. Rimane aperto, proprio come una ferita che non può guarire, perché questo tipo di “male” non finisce mai.
Un libro che racconta una cruda realtà, oscura, violenta e deprecabile. Ne sono rimasta coinvolta fin dalle prime pagine perché l'autrice con gran maestria è stata bravissima a farmi vivere le emozioni, le angosce e le paure dei vari personaggi.
Tanti gli intrecci che evolvono e si svelano nel corso della narrazione, e i colpi di scena, come nel finale.
Un dramma che riemerge dal passato con prepotenza, un agente sotto copertura che rivive nel mondo virtuale i suoi tormenti, una rete di adescamenti da smantellare che vi farà accapponare la pelle.
soggetto originale e di certo al passo coi tempi. svolgimento con ritmi altalenanti che a volte sono difficili da superare. finale di valore che forse meritava uno svolgimento migliore.
Di tutti i personaggi, quello che mi è piaciuto di più è lo stesso a cui all'inizio avrei tirato un pugno. Emanuele, marito del protagonista Alberto, è un medico e io me lo sono immaginata come il tipico dottore con la puzza sotto il naso, bello, piacente, sicuro di sé, più avanti rispetto agli altri. Poi mi sono ritrovata a volerlo come amico e a sperare di trovare più informazioni legate alla sua vita. Faccio un appello a Paola Barbato: possiamo avere una storia che parla solo di Emanuele? 😇
Ho trovato geniale l'idea dietro alla Rete dei Cuccioli, mi è piaciuta molto l'impostazione e la descrizione di questa sorta di mondo parallelo, molto simile a un dark web, anche se in salsa (leggermente) meno acida. Io sono di parte perché i libri di Paola Barbato mi piacciono molto, quindi mi riesce meno facile essere obbiettiva. Di questa storia mi è piaciuto tutto, a parte il finale che ho apprezzato per metà perché ho avuto l'impressione che non reggesse al 100%. Sicuramente c'è stato un bel colpo di scena e io che non sono un fulmine di guerra sono caduta dal pero, come sempre, ma le ultime dieci pagine mi hanno fatto storcere un po' il naso. Detto questo, sicuramente è un page turner, è scritto molto bene e ti invoglia a continuare; tutti ingredienti ottimi per rendere la lettura piacevole.
Inizi il libro e pensi di leggere una storia, procedi e ti rendi conto che parla di antro. Arrivi alla fine e ti rendi conto che non avevi capito nulla 😅 libro davvero bello, ti tiene incollato e non puoi non leggerlo
Un thriller moderno ed inquietante, con un ritmo veloce (a tratti forse troppo) ed un argomento centrale fin troppo reale anche se virtuale. La storia è costruita bene nonostante in certi punti l'abbia trovata confusionaria forse per i molti dettagli aggiunti continuamente. Nel complesso risulta un libro capace di tenere il lettore incollato alle pagine fino alle fine, con l'aggiunta dell'ultimo pezzo del puzzle gigante costruito fin dalle prime pagine.
Lettura macchinosa, ripetitiva e quasi difficoltosa da seguire fino a quasi la fine. Nelle ultime quattro pagine, plot twist da dieci e lode. Ha ribaltato totalmente la mia valutazione!
Non avevo mai letto nulla della Barbato, ma già alla presentazione a cui ho avuto modo di partecipare, questo libro mi aveva incuriosita parecchio. E infatti non mi ha per nulla deluso, anzi…l’ho letteralmente bevuto.
Tra colpi di scena e twist imprevisti questo racconto è veramente tutto quello che si può cercare in un noir all’Italiana.
Le premesse erano più che interessanti, devo dire che ho lett fino a metà libro con una curiosità morbosa e con un’ansia costante di sottofondo, in alcuni passaggi avevo addirittura la tachicardia, peccato che la seconda parte del libro mi abbia invece terribilmente annoiata. È come se promettesse un certo tipo di narrazione che poi, almeno ai miei occhi, è stata stravolta o comunque non è andata a parare dove pensavo. Peccato perché se la lettura fosse stata al cardiopalma fino alla fine sarebbe stato un thriller da 5 stelle su 5. In ogni caso una scrittura molto pulita e piacevole, alla prossima Barbato!
Un thriller psicologico ben costruito, con un ritmo serrato e un intreccio che non si dipana fino alla fine. Personaggi reali, concreti, costruiti come sempre con profondità; Paola Barbato riesce a scavare nelle pieghe più nascoste dell’animo umano e ne tira fuori il meglio e il peggio. Un racconto calato nella contemporaneità, impossibile staccarsene, tanto che l’ho sia ascoltato che letto in cartaceo.
Davvero molto bello. Come sempre, i personaggi della Barbato sono splendidi e la trama (che, in questo caso, propone uno spaccato delle attività digitali clandestine) ha un ritmo davvero frenetico. Assolutamente consigliato.
L’ho divorato! Paola Barbato non delude mai! Thriller psicologico che coinvolge il web, la polizia, un ragazzino e la sua famiglia. Ritmo incalzante, colpi di scena e una storia per me molto originale!
Io fan della prima ora di Paola Barbato 🔥 Questo libro nello specifico ha una bellissima idea alla base e mantiene il ritmo e l'atmosfera che la contraddistinguono, ma non ho trovato lo stesso carico emotivo di altre volte. C'è inoltre un nuovo plot twist che purtroppo non mi ha totalmente soddisfatta (quanto mi sento cattiva a volte...). In definitiva è stata un'ottima lettura, però non il mio libro preferito dalla penna della Barbato 🫀
3,5 ⭐️ un po’ meno coinvolgente e voltapagina rispetto a La torre d’avorio ma Paola Barbato mantiene la capacità di scrivere finali assolutamente da lasciarti a bocca aperta
L’autrice, in poche righe d’incipit, cattura l’attenzione trattando una delle paure più grandi di un genitore: la possibilità che il proprio figlio possa essere contattato sul web da adulti che poi potrebbero fargli del male. Leonardo ha tredici anni e i suoi genitori scoprono che sta inviando delle foto nudo a uno sconosciuto. Si rivolgono alla Polizia e scoprono che il ragazzino fa parte di un gruppo apparentemente innocuo, “la rete dei cuccioli”, ma man mano che si accede a nuovi livelli le richieste diventano sempre più inquietanti e illegali. Alberto Danini è l’agente della Polizia Giudiziaria che si occupa di scoprire criminali e adescatori fingendosi adolescente; si trova sempre più coinvolto nel caso fino a quando non viene estromesso dalle indagini, ma non può smettere di cercare i colpevoli. La scrittrice, con questo thriller, si è superata. La caratterizzazione di ogni personaggio è calibrata in ogni singolo dettaglio, per esempio io sono passata dal non sopportare Emanuele, il marito di Alberto, a adorarlo! La descrizione del rapporto fra genitori e adolescenti è realistico, io mi sono ritrovata nei panni del padre di Leonardo, avendo una figlia della stessa età, e ho provato la sua stessa angoscia. L’intreccio è impeccabile, anche gli elementi che inizialmente paiono secondari sono indispensabili per giungere alla conclusione e comprendere chi possa avere architettato il tutto. Il ritmo è ansiogeno, ricco di azione, quasi cinematografico, effettivamente ci vedrei benissimo una serie tv! La prosa è davvero godibile, l’ironia e la verve dell’autrice, alternata però anche a momenti drammatici, catapultano il lettore nella storia e non gli lasciano un attimo di tregua. I colpi di scena sono totalmente inaspettati, il finale mi ha lasciata sgomenta e non posso aggiungere altro, se non un plauso alla Barbato. Un ottimo thriller psicologico che inquieta e fa riflettere sulle trappole che il web può tendere agli adolescenti, ma anche sui complicati rapporti interpersonali.
“I nostri figli fanno cose orribili. E non se ne rendono conto. Non pensano alle conseguenze. Diciamo che era molto arrabbiato, e ci siamo fatti un’idea del perché. È stato come una sorta di effetto domino. E il ragazzo non collabora, quindi ci sono ancora un bel po’ di zone d’ombra”
Ho scoperto Paola Barbato solo lo scorso anno, ma adesso non mi perderò più nemmeno un suo romanzo!
Non so nemmeno da dove iniziare, perchè infondo i libri di Paola fanno questo effetto: lasciano senza parole. E se da una parte la lettura riesce ad assorbire così tanto e porta a voler sapere come finisce, dall'altra bisogna prendersi un momento per assorbire tutte le informazioni.
Perchè chi legge viene messo in continuo dubbio sul fatto se la narrazione sia vera oppure no, e ciò che ho apprezzato sono anche gli stralci di articoli, interviste che danno un quadro più generale alla vicenda.
Da una parte, la cosa che fa più paura di questo libro, è il fatto che quello che è raccontato possa essere veramente reale (e chissà se non lo sia già). Persone che barattano favori in cambio di crediti. E questi favori, beh... possono essere anche i più disperati e disparati.
La narrazione è vivida, Alberto (il protagonista) fa parte della polizia informatica per persone fragili e deve scoprire reti pericolose immedesimandosi in chi gli addescatori cercano. E in questa storia di continua immedesimazione, anche chi legge viene travolto dalle emozioni ed empatia.
Sono stata più che soddisfatta a leggere questo libro, anche per la conclusione finale (senza spoiler!) lo ritengo adatto, soprattutto come è stato gestito il tutto, proprio da lasciare a bocca aperta.
S t u p e n d o. una rete oscura a tal punto che spesso mi sono dovuta fermare a riflettere se succedono davvero queste cose il personaggio di Alberto, un eroe imperfetto ma con un cuore grandissimo, è quello che ho amato di piu, durante tutta la lettura.
Sono sconvolto !! non sono riuscito a staccarmi dalla lettura di questo ennesimo capolavoro della Barbato. Finale veramente top! Il tema alla base della storia è molto forte e molto attuale, ma viene trattato in maniera magistrale senza cadere nella trappola degli stereotipi . Da leggere assolutamente !!
Un bel viaggio nel lato più oscuro del web, una storia appassionante e piena di colpi di scena in cui il protagonista, un poliziotto informatico, si troverà ad agire in bilico sull’esile confine tra “buono” e “cattivo” e a mettere in dubbio tutto ciò che aveva creduto di essere. @ochaurobora ha una penna avvincente, ricca e coinvolgente che sa andare a fondo mantenendo viva l’attenzione del lettore, mi è piaciuto molto e ho già in lista anche “La Torre d’Avorio”! ⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️
bellissimo, machiavellico, geniale, e come sempre il finale ti spiazza sempre, Paola Barbato riesce a scrivere sempre meglio e a stupirmi tutte le volte, la adoro
Paola Barbato torna con un romanzo che affonda le mani in uno dei territori più scivolosi e perturbanti della contemporaneità: il rapporto tra adolescenza, web e predazione digitale. Cuore capovolto parte da una premessa potente, quasi magnetica: un agente sotto copertura che si finge adolescente per infiltrarsi nelle reti pedocriminali online. Un dispositivo narrativo carico di tensione etica e psicologica, che promette profondità, ambiguità e vertigine morale ma che, invece, risulta essere un’occasione mancata a causa di una narrazione che finisce per impantanarsi nel “politicamente corretto” invece di esplodere nel grido lacerante che il tema avrebbe richiesto. È la mia prima vera delusione narrativa del 2026. E l’amarezza è doppia se si considera il pedigree dell’autrice: da una firma che ha saputo indagare l’orrore e l’anomalia con spietata precisione in passato, non ci si aspetta una narrazione così timorosa di affondare il bisturi.
Uno dei punti di forza più evidenti è la scrittura: fluida, scorrevole, estremamente leggibile. Il ritmo è sostenuto e il romanzo si divora in pochi giorni, anche per chi, come me, ha una lettura lenta e riflessiva. Questa stessa scorrevolezza diventa, però, paradossalmente un limite. La leggerezza del registro stilistico contrasta con la gravità dei temi trattati. Dove ci si aspetterebbe densità, stratificazione, persino fatica emotiva, troviamo invece una prosa che leviga, semplifica, accelera, divenendo una mera scrittura “fast-food”, che accompagna, ma raramente ferisce. Se in un fumetto (terreno d’elezione dell’autrice) il ritmo è tutto, in un romanzo di questa caratura si sente la mancanza di pause riflessive, di uno stile che sappia farsi denso quando l’orrore bussa alla porta.
L’intreccio è solido nella sua architettura di base. L’idea della “Rete dei Cuccioli”, con il suo linguaggio in codice e la sua apparente innocenza, è disturbante e ben congegnata. Il romanzo riesce a creare una tensione iniziale efficace, alimentata dal mistero e da una progressiva discesa in un sistema oscuro che richiama dinamiche reali del web contemporaneo. Tuttavia, proprio quando la narrazione dovrebbe affondare il colpo, si arresta. I temi più perturbanti – pedopornografia, manipolazione dei minori, identità digitale – vengono evocati ma raramente davvero esplorati. È come se il testo si fermasse un passo prima dell’abisso, come a voler proteggere il lettore da un disagio troppo profondo. Il risultato è un romanzo che parla di mostruosità etiche con un tono quasi asettico, edulcorando la pillola per non infastidire il grande pubblico. È un’occasione persa per fare vera critica sociale; la Barbato costruisce “mondi di oscurità”, ma poi sembra accendere la luce troppo presto.
I personaggi sono riconoscibili e ben delineati nei tratti principali, ma raramente sorprendono. Il protagonista, Alberto Danini, è l’emblema delle criticità strutturali dell’opera. Presentato come un uomo fragile, un “agente ombra” che vive nel virtuale, subisce nel corso della storia una metamorfosi poco credibile. Da esperto informatico sedentario, Danini si riscopre improvvisamente una sorta di “eroe disposto a tutto”, un uomo d’azione capace di azioni spettacolari. C’è una profonda dissonanza cognitiva nel modo in cui Danini viene gestito: un uomo che trascorre ore a simulare conversazioni pedofile dovrebbe essere devastato dal peso psicologico del proprio ruolo. Invece, l’autrice preferisce concentrarsi sulla sua efficienza operativa, privando il lettore di quel tormento interiore che avrebbe reso la sua evoluzione più umana e meno “fumettistica”. Questa mutazione genetica del personaggio non è figlia di un’evoluzione psicologica, ma di una necessità di trama che sacrifica la coerenza sull’altare dello spettacolo, ed è difficile da accettare. Anche i comprimari non brillano per tridimensionalità, incarnando spesso stereotipi di genere che sfiorano il caricaturale. In diversi momenti, le loro azioni sfiorano l’inverosimile. Ci sono passaggi in cui individui comuni si trasformano improvvisamente in figure quasi eroiche o, al contrario, in menti criminali raffinatissime, senza un reale percorso di costruzione. A ciò, vengono accostate scenette comiche ben più adatte a “cinepanettoni” che non a un thriller di denuncia sociale, che sviliscono i temi trattati. Sia chiaro: non sto dicendo che in un romanzo, anche crudo, non ci debba essere spazio per l’ironia, tutt’altro. È però necessario dosare l’umorismo e mantenere un decoro narrativo sobrio, senza scadere in scenette da commedia all’italiana.
Il finale rappresenta il punto più debole dell’opera. Dopo una costruzione che prometteva introspezione e tensione psicologica, la narrazione deraglia verso un epilogo spettacolare, quasi cinematografico, dominato dall’azione e dall’eccesso. Sparatorie, escalation drammatica, soluzioni iperboliche: elementi che sembrano appartenere più a una serie TV hollywoodiana che a un romanzo con ambizioni d’analisi sociale. È un finale che cerca l’effetto ma perde credibilità. E, soprattutto, tradisce il tono che il libro stesso aveva costruito.
Infine, da editor non posso non segnalare una cura redazionale che definire pigra è generoso. Il testo è costellato di incongruenze che minano la sospensione dell’incredulità: orari che cambiano senza logica (le 17 che diventano le 18 nello spazio di un paragrafo ), indicazioni spaziali incerte (la sinistra che diventa destra) e una gestione della continuity che sembra aver saltato l’ultimo giro di bozze. In un mercato editoriale sempre più frenetico, questi inciampi sono il segnale di una filiera che non ha più il tempo di curare il testo. Se la sinistra diventa destra e il tempo si dilata o si contrae senza senso, il patto con il lettore si rompe: la pagina smette di essere uno specchio della realtà e rivela la sua natura di prodotto confezionato in fretta. Non si tratta solo di “refusi”: sono scarti che interrompono la sospensione dell’incredulità e fanno emergere una certa frettolosità editoriale. In un romanzo che ambisce a essere realistico e immersivo, questi elementi pesano, e tanto.
In conclusione, Cuore capovolto è un prodotto d’intrattenimento onesto ma superficiale, che sfiora temi eticamente devastanti, ma li tratta con una cautela che sa di autocensura. È un libro che vuole parlare di orrore senza disturbare troppo, di devianza senza sporcarsi davvero le mani. Questa scelta – probabilmente editoriale oltre che autoriale – rende il romanzo “sicuro”, accessibile, ma anche inevitabilmente meno incisivo. Il risultato è una sorta di thriller addomesticato: un testo che sembra voler piacere a tutti e, proprio per questo, rinuncia a lasciare un segno profondo. Dove avrebbe potuto essere disturbante, è prudente. Dove avrebbe potuto scavare, resta in superficie. Dove avrebbe potuto essere memorabile, sceglie di essere semplicemente efficace. Alla fine, resta la sensazione di un libro che evita il rischio proprio nel momento in cui il rischio sarebbe stato necessario. Il thriller non deve essere confortevole e nei romanzi che affrontano il lato oscuro dell’umano, il coraggio non è un optional: è la condizione minima. Se si decide di trattare l’abominio digitale, si ha il dovere morale di restare sporco, cattivo e scomodo. Cuore capovolto, invece, sceglie la via della rassicurazione, finendo per essere un’opera che si legge d’un fiato, sì, ma che si dimentica con la stessa velocità.
Rispetto ad altri suoi libri questo thriller mi ha un po' deluso, non l'ho trovato all'altezza delle mie aspettative (anche se poi l'ho valutato con quasi 4 stelle). Ho fatto fatica a capire proprio tutto di questo mondo virtuale così pazientemente mostratoci dall'autrice in molti suoi aspetti incredibili e truffaldini. Ho colto l'essenziale: non bisogna confondere la realtà con il virtuale e i "cattivi più cattivi" non è detto siano quelli che potremmo incontrare per strada di notte.
Fai quello che fai, e va bene, ma ci sono sempre delle conseguenze”.(Emanuele ad Alberto)
Paola Barbato è la mia garanzia, la mia comfort zone, l’autrice a cui ricorro quando sono impantanata in un libro lento o poco coinvolgente. Lei scrive e io resto sempre affascinata dalla pulizia dello stile, dalla precisione delle frasi, dal ritmo, dalle idee e da quei finali a cui ci ha abituati e a cui allo stesso tempo non mi abituo mai. Ogni volta è un “oh.”Quell’”Oh” di chi vuole prendere il telefono e chiamare Erica, la mia adorata amica che mi ha iniziato ai romanzi della Barbato, per parlarne. Io che leggevo il Bussola sospirando e con gli occhi a cuore (lo leggo ancora, eh, ma meno), ora faccio lo stesso, ma con un battito del cuore non di chi è alle prese con l’amore romantico o più dolce, no. Lo faccio con il cardiopalma di chi non vede l’ora di girare la prossima pagina per sapere cosa accadrà, chi ci sarà, se Alberto finalmente piangerà perché quello, e solo quello, sarà il segno che il lavoro è finito.
Cuore capovolto, e tra le pagine capirete il perché del titolo e in riferimento a chi, mi ha ricordato la velocità de “la cattiva strada”, ma le similitudini per me finiscono qui… anzi no. Anche qui il finale è un “boom!”, lascia lì a dirsi: non avevo capito niente. E in retrospettiva si nota ancora di più la maestria di Paola nel creare trame, connessioni, tirare i fili invisibili in modo chirurgico e perfetto. Il modo in cui, parola dopo parola, costruisce il mondo di Alberto, di Leonardo, di Botero, è qualcosa di stupefacente.
Resto impressionata dalla scelta creare una storia che usi smartphone e App , dal partire dal tema della pedofilia – già di per sé raccapricciante- che è solo il pretesto e non c’entra niente con la storia, per arrivare al cuore di un altro e ben noto tema: il male, la semplicità attraverso cui si compie. La facilità con cui si può commettere a partire da un’icona su un telefono, tramite un’icona innocua, un pulcino. Cosa sarà mai un pulcino? L’inizio di un orrore che entra sotto pelle e cresce man mano, sempre di più, dentro la testa del protagonista – il poliziotto informatico Alberto Danini- e fuori. La Rete dei Cuccioli sarà anche virtuale, ma le conseguenze dello scambio di pulcini, pesciolini, gattini e altro esce dalla rete e si manifesta nel mondo reale.
Mi si sollevano dentro molte, moltissime domande, le stesse che Alberto si pone, partendo da una certezza “io sono il buono”, che diventa domanda. È davvero il buono? Cosa lo distingue dai mostri a cui dà la caccia? Da quelle persone che adescano bambini, in cui lui si deve immedesimare pe risolvere i casi? Quante volte, sotto copertura, si è finto un lupo in cerca di una preda? Quanto si è diversi dalla maschera che si indossa? Fino a che limite ci si può spingere? E se lo si supera, come si torna indietro? Cosa si fa per amore? Quanto le ferite di chi siamo stati ci definiscono? cosa si è disposti a sacrificare per fare la cosa giusta? E cos’è la cosa giusta?
A fine lettura mi è rimasto un fastidio dentro, quello di chi si è trovato di fronte a una semplicità che lascia devastati, quella che prova -PICCOLO SPOILER- Alberto dentro una Lancia Dedra color amaranto; quel fastidio di scoprire che un male che sembrava in mano a giganti, a tanti “Golia” terrificanti (in parte lo è) è invece a portata di click di tante piccolissime persone comuni, tanti “ Davide” la cui fionda è un telefono, i cui sassi sono crediti virtuali.
Non sto a raccontarvi la storia, non voglio fare spoiler, e se volete sapere di cosa parla c’è il sito della CE. Vi dico però, che ci sono personaggi che lasciano il segno. Alcuni che mi sono piaciuti tanto: Luce Galea. E uno in particolare l’ho rivalutato: Emanuele Giancola, che mi ha dimostrato che l’amore si dimostra coi gesti, più che con le parole e spesso e volentieri non è sdolcinato, ma ruvido e scostante, a volte irritante, ma fondamentale.
Luce ed Emanuele hanno dato quel qualcosa in più ad Alberto, che è sì un grande personaggio, ma che a mio parere acquista ancora più sfumature e forza grazie a loro.
Ieri pensavo a questo: i libri belli emozionano, ti danno conferma di cose che sai, come trovarsi in un posto che si può chiamare casa. I capolavori ti fanno perdere le coordinate del tuo mondo, lo stravolgono, ti stravolgono, ma alla fine lo ricompongo e ti ricompongono lasciandoti qualcosa in più, il tesoro di chi ti ha aperto un varco su qualcosa di te che non sapevi e ora sai. Un capolavoro ti trasforma.
E Cuore Capovolto è questo che fa, senza tregua, fino alla fine.