Ero in spiaggia e, ovunque mi girassi, tutti avevano in mano il romanzo di questa Alessia Gazzola. Romanzo dal quale, finora, mi ero volutamente tenuta lontana, un po’ influenzata da parecchie recensioni negative, un po’ perché presagivo un debole romanzetto rosa di cui il giallo sarebbe stato solo il pretesto all’acquisto. Quando una vorace lettrice conosciuta proprio in spiaggia me l’ha consigliato, sono tornata a casa e mi sono decisa ad assaggiarlo. Ero preparata al peggio, a qualcosa che fosse tutto tranne un giallo... Ebbene forse queste critiche negative (a mio parere comunque esagerate) hanno fatto sì che le mie aspettative non fossero elevate e ho letto il libro per quello che è: non sarà un lavoro memorabile della letteratura mondiale, ma è comunque una leggera lettura che mescola ironia e pennellate di nero e sinceramente posso dire di aver letto di molto, molto peggio. La protagonista di “L’allieva” è Alice, giovane specializzanda in medicina legale, una ragazza carina (le dicono che assomiglia a Sophie Marceau!) e a suo modo piena di passione per il suo lavoro, ma terribilmente e perennemente sbadata e sfortunata. Tant’è che nell’Istituto in cui lavora è quotidianamente vittima di soprusi da parte dei colleghi, che la considerano come l’ultima ruota del carro. Insomma, è la classica figura, tragicomica, della Bridget Jones sfigata. Ebbene, quando Alice è chiamata a fare un sopralluogo sulla scena del crimine e riconosce, nel cadavere, la bella ragazza conosciuta in un negozio il giorno prima, si fa risucchiare nel caso con testardaggine autoconvincendosi (grazie al suo sesto senso) che la ragazza non è morta per un incidente ma che è stata uccisa. Ovviamente nessuno le crede. Nel frattempo le sua sfighe quotidiane, (e con lei questo termine grossolano si addice a perfezione), a livello lavorativo e non, proseguono, fino a quando conosce Arthur, giornalista trentenne affascinante, intelligente e single (d’altronde siamo in un romanzo) e si butta a capofitto anche in questa relazione, con la passione e l’entusiasmo di un’adolescente. Luciana Littizzetto in copertina scrive che il romanzo “fa morire dal ridere”: a dire il vero, più che ridere (esclusa la scena del cadavere trafugato in obitorio causa sbadataggine di Alice), il romanzo fa sorridere in un misto di ironia, freschezza e leggero senso di humour. La parte gialla è deboluccia, l’indagine quasi del tutto assente, però, nonostante frequenti accenni e passaggi relativi alla vita privata della protagonista inframmezzati al resto, l’attenzione sul delitto e sul “caso” viene sempre mantenuta, e questo aiuta a non annoiarsi durante la lettura. Non così scontato il colpevole, ma scontato il riscatto finale di Alice, che dimostra ai colleghi (e al suo uomo) quanto vale come medico legale (e come donna). Insomma, prima di aprirlo sappiate che non vi troverete fra le mani il thriller dei thriller, ma un romanzo che vi terrà piacevolmente compagnia, senza grosse pretese. E così, magari, potrete anche apprezzarlo.