Gesù nacque a Nazaret, Cristo a Betlemme. Gesù aveva un padre terrestre, Cristo era il Figlio Unigenito del Padre celeste. Gesù aveva quattro fratelli e un numero imprecisato di sorelle, Cristo era figlio unico. Gesù denunciava le ingiustizie, Cristo toglieva il peccato del mondo. Gesù morì gridando la sua disperazione, Cristo la sua vittoria. Se nessuno di noi ha incontrato Gesù, tutti noi abbiamo però incontrato Cristo. Chi fu dunque Gesù, e chi Cristo? E di chi parliamo quando ci riferiamo a Gesù-Cristo? Se già in precedenza Vito Mancuso aveva indagato il ruolo di Gesù come maestro di vita spirituale, accanto ad altri tre grandi maestri dell’umanità – Socrate, Buddha e Confucio –, ora in quest’opera capitale e innovativa raccoglie le ricerche e le riflessioni di una vita, dimostrando come la fede cristiana sia il frutto di una tradizione che, a partire da fatti documentati, si è a poco a poco arricchita di nuovi significati e di nuovi simboli. Mancuso non si limita tuttavia a districare la Storia (Gesù) dall’Idea (Cristo), ma arriva a riconoscere come, lungi dall’essere incompatibili tra loro, esse rappresentino due dimensioni costitutive di ognuno di noi. Se infatti la dottrina di cui il cristianesimo istituzionale è portavoce appare ormai insostenibile, è vero però che dell’unione di queste due dimensioni noi abbiamo bisogno, oggi più che proprio nella loro distinzione e nella loro integrazione consiste il duplice scopo, storico e teologico, di questo libro.
Vito Mancuso è un teologo italiano, docente di Teologia moderna e contemporanea presso la Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano. I suoi scritti hanno suscitato notevole attenzione da parte del pubblico, in particolare L’anima e il suo destino (Raffaello Cortina, 2007), un bestseller da oltre centomila copie con traduzioni in altre lingue e una poderosa rassegna stampa, radiofonica e televisiva. È oggetto di discussioni e polemiche per le posizioni non sempre allineate con le gerarchie ecclesiastiche, sia in campo etico sia in campo strettamente dogmatico. È editorialista del quotidiano “la Repubblica”.
Ieri sera ero ad ascoltare il professor Mancuso ad un evento in provincia di Verona. Hanno dovuto spostare la sede inizialmente scelta per la serata; troppo piccolo il teatro che avevano previsto per contenere tutta quella gente. Ha parlato e fatto le sue (illuminate) riflessioni sugli argomenti affrontati nel suo libro "Destinazione speranza", che ho adorato, con collegamenti ai contenuti di questa sua ultima fatica, di cui a questo post, ultima fatica che considero un po' un traguardo e un compimento del suo pensiero, la chiusura del cerchio del suo io più intimo sul senso profondo dell'esistenza umana. Gesù e Cristo è un'opera impegnativa, che si deve affrontare con il giusto spirito, con rispetto e umiltà. Soprattutto per me, che credente lo sono ben poco. Ma, nonostante ciò, una grande lezione filosofica e teologica, un'analisi erudita e non ideologica di quello che fu il Gesù storico, trasformato in Cristo inizialmente da Pietro e poi, soprattutto, da Paolo. E nel dipanarsi di questa lunga riflessione ed analisi dei testi sacri (più di settecento pagine) Mancuso, con il suo solito equilibrio, la sua gentilezza innata, accompagna il lettore a condividere le domande che anche lui si è posto, i dubbi sempre più pressanti, analizzando le (troppe) incongruenze che stanno alla base della dogmatica dei "Misteri" (da mysterion, in greco rito) della Chiesa ufficiale, soprattutto cattolica, che ormai riesce a rispondere a quei quesiti solo con balbettanti richiami ad una redenzione che deriva dalla Croce che deve redimere i peccatori, riempire i cuori, mentre, inesorabilmente, svuota le chiese, e che non ascoltò i richiami di Giacomo (fratello di Gesù) che inizialmente redarguì pesantemente Paolo dicendogli: "Insensato, vuoi capire che la fede senza le opere non ha valore?" (Giacomo 2,20); e fu quell'intransigenza di Paolo che portò alla nascita del cristianesimo, che Mancuso non condanna, anzi, afferma che Paolo trasformò la predicazione di un visionario, da lezione e guida per pochi eletti, in una religione planetaria e dominante, ma che oggi, dopo duemila anni, dovrebbe riformarsi e superare alcuni anacronismi fuori dal tempo e dalla logica, fatta solo per chi alle domande che tutti ci facciamo, indistintamente, continua con un ritornello che si richiama ad una fede cieca e dogmatica, che non ammette dubbi, volta a perpetrare un ritualismo medievale, e che considera il "peccato" il marchio costitutivo di ogni essere umano sin dalla nascita. Come possiamo, afferma l'autore, accettare che uomini e donne giusti (Socrate, Marco Aurelio, Kant, Simone Weil, Hannah Arendt, Gandhi, e molti molti altri) non possano entrare in quello che Gesù chiamava il Regno di Dio, che altri chiamano Nirvana, eccetera eccetera, solo perché non battezzati? Come possiamo accettare che un uomo, come il protagonista del romanzo-racconto L'avversario, di Carrère, possa entrare nel Regno dei Cieli solo perché, magari in punto di morte , si è "convertito" e "pentito", dopo ciò che ha fatto per tutta una vita? Non lo possiamo accettare, dice Mancuso. E io gli dò ragione. Ciò che va cercato è il bene, l'azione quotidiana volta alla ricerca del buono che vi è in tutti gli esseri umani, alla libertà eticamente accettabile. Battesimo o non battesimo (per Mancuso il "peccato originale" è probabilmente la follia più inspiegabile di tutto il cristianesimo). Messa o non messa. I cattolici più integralisti hanno stroncato (c'era da aspettarselo) il libro definendolo una "riduzione filosofica di un messaggio teologico", dimostrando di non aver capito nulla di quello che c'è scritto. Ciò non stupisce. Purtroppo il Cardinal Martini non c'è più, uomo di chiesa ma anche uomo onesto e che sapeva interrogare la sua fede, l'umanità sua più intima, e che definì Mancuso "uomo coraggioso", e che molto probabilmente avrebbe apprezzato le riflessioni del professore. Libro profondo, che ci interroga e che ci fa riflettere, con collegamenti bibliografici di grande valore, richiami alle traduzioni letterali dei testi antichi in greco, che danno un significato a volte molto differente da ciò che viene letto tutte le domeniche nelle chiese di tutto il mondo (davvero incredibili, a questo riguardo, le semplificazioni, per non dire falsificazioni, fatte dalla CEI nelle sue traduzioni dal greco). Un grande Mancuso, il migliore, finora, incontrato nei libri che di lui ho letto.
P.s.: da mettere in risalto l'analisi che fa Mancuso (con la sua condanna senza appello) di alcuni passaggi della Torah, il libro sacro degli ebrei, passaggi che si definiscono "herem" (maledizione, distruzione; molto antichi), vere e proprie dichiarazioni atte allo sterminio sistematico dei popoli "non eletti", e che ahimè oggi alcuni (troppi) israeliani adottano per giustificare le loro nefandezze nei confronti dei Palestinesi.
Un'opera che approfondisce in modo analitico le caratteristiche del cristianesimo, per come si è strutturato ed evoluto, rispetto al gesuanesimo, il pensiero più riconducibile al Gesù ebreo. Uno sforzo di grande valore, che mette a fuoco con nitore le differenze tra le due religioni, anche in vista di una elaborazione di un modello di spiritualità che sia corrispondente, più che mai, alle attese dell'uomo contemporaneo. Difficile non essere catturati dalla visione di questo autentico maestro di virtù.