Davvero il destino di ciascuno di noi è già scritto? È questo che pensano gli ex alunni della III A quando, superato l'esame di maturità, siglano il «patto sciagurato» che li vincolerà fino all'ultimo giorno. Del resto il tempo della scuola è l'unico a rimanere anche dopo trent'anni non saranno le rughe o i chili in piú a contraffare la sagoma di un vecchio compagno di banco. Ma quando di mezzo ci sono il demone della competizione e il miraggio di un premio favoloso le variabili si moltiplicano. E cosí un accordo nato quasi per scherzo si tramuta in una sfida senza esclusione di colpi per rimanere in vita il piú possibile. Michele Mari ha scritto un romanzo commosso e giocoso, svelando con perfido divertimento le pulsioni che si nascondono dentro l'amicizia. Perché in questa storia, prima di un imprevedibile finale, vale il contrario di quanto recita il chi perde un amico trova un tesoro.
22 luglio 1975: la data fatidica in cui una classe del liceo, festeggiando con una cena il primo anniversario dell'esame di maturità, decide di stipulare un accordo di sangue e denaro. Ognuno dei trenta ex alunni verserà tutti gli anni una cifra, e il capitale sarà investito in modo da generare - col trascorrere dei decenni - un'autentica fortuna. Il meccanismo è la riffa terminerà quando saranno rimasti in vita soltanto tre compagni di classe, e a quel punto i superstiti potranno godere del montepremi... Ma i rancori sopiti, gli amori taciuti, le promesse e le invidie nate sui banchi di scuola s'infiammano un anno dopo l'altro. E quando ogni 22 luglio si rivedranno a cena, si informeranno dei malanni altrui per prevedere il prossimo di loro che passerà a miglior vita. Fino a trasformare i protagonisti di questa storia in giocatori seduti al tavolo di un'immaginaria roulette, «per i quali indovinare un numero significa desiderarlo, se non altro per poter continuare a giocare». E si sa che ogni gioco ha le sue regole e i modi per scommesse clandestine, tresche, sospetti, tentativi di omicidio, improbabili macumbe e soprattutto il Caso, che agisce scompigliando anche il piano meglio architettato. Michele Mari, mai cosí divertito e divertente, segue i suoi personaggi fino al 2050 e oltre, grazie a un ingranaggio affabulatorio che inchioda il lettore alla pagina. Del resto tutti noi abbiamo vissuto la singolare ambiguità delle cene di classe, fatte di momenti prodigiosi in cui il tempo sembra essersi arrestato, anche se appena si scrosta la nostalgia quello che rimane è il disincanto di individui che poco hanno da spartire fra di loro. Senza rinunciare alle ossessioni che lo hanno fatto amare dal suo pubblico (i fumetti, il cinema, la mania tassonomica), questa volta Mari racconta la giovinezza, l'epoca in cui ci si crede immortali, e prendendo la rincorsa si sofferma a indagare le inquietudini della vecchiaia. Tra Compagni di scuola e Final Destination, un romanzo a orologeria, il cui ticchettare incessante riflette sul tempo a nostra disposizione. «Non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro».
Michele Mari è nato a Milano nel 1955. Figlio del designer e artista Enzo Mari, insegna Letteratura Italiana all'Università Statale di Milano. Dal 1992 risiede a Roma.
Filologo, cultore di fantascienza e di fumetti, il suo stile letterario, estremamente composito, sembra richiamare scrittori quali Carlo Emilio Gadda, Tommaso Landolfi e Giorgio Manganelli, e fuori d'Italia, Louis-Ferdinand Céline.
Oltre alle opere narrative, va segnalata la produzione poetica. Rilevante anche l'attività critico-filologica e saggistica, volta soprattutto alla letteratura italiana del Sette-Ottocento e alla letteratura fantastica in chiave comparatistica.
Alcuni suoi libri sono Di bestia in bestia (Longanesi 1989), Io venía pien d'angoscia a rimirarti (Longanesi 1990; Marsilio 1998), La stiva e l'abisso (Bompiani 1992; Einaudi 2002), Euridice aveva un cane (Bompiani 1993; Einaudi 2004), Filologia dell'anfibio (Bompiani 1995; Laterza 2009), Tu, sanguinosa infanzia (Mondadori 1997; Einaudi 2009), Rondini sul filo (Mondadori 1999), I sepolcri illustrati (Portofranco 2000), Tutto il ferro della torre Eiffel (Einaudi 2002), I demoni e la pasta sfoglia (Quiritta 2004; Cavallo di Ferro (2010), Cento poesie d'amore a Ladyhawke (Einaudi 2007), Verderame (Einaudi 2007), Milano fantasma (2008, in collaborazione con Velasco Vitali), Rosso Floyd (Einaudi 2010) e Fantasmagonia (Einaudi 2012).
In una intervista alla radio Michele Mari ha dichiarato di aver iniziato a scrivere questa storia come divertimento personale poi trama e personaggi hanno preso la mano ed è diventata questa commedia nera su una riffa della vita o meglio della morte. Nel 1974 una terza liceo classico milanese, trenta alunni, alla cena post maturità decide di istituire una riffa singolare: ognuno annualmente verserà una quota da destinare a un fondo di investimento che verrà liquidato in futuro agli ultimi tre che saranno ancora in vita. Goliardia o sbruffoneria, sfida al destino o altro, ogni anno si ritroveranno a cena lo stesso giorno per celebrare la riffa della vita. Mari racconta con uno stile asciutto, seguendo una sorta di schema: cena dove ognuno si chiama ancora per nome come a scuola -Bathory, Brodo, Coppo, Mascolo, Migliavacca, Rivadeneyra. Semprini... - e da un certo anno in avanti il punto delle rispettive malattie; gli eventi relativi ai partecipanti con le singole dipartite e il dettaglio dei relativi funerali citando vie, orari e alunni presenti. La gara passati i cinquanta diventa un esorcizzare la morte, un ossessione che porta a galla vecchi rancori: dalle innocue macumbe si passa all'istigazione al suicidio, a tramare vendette e a commissionare omicidi. Poi mano a mano che il numero si assottiglia e ci si avvicina alla fine subentra la calma della consapevolezza: chiunque vinca sarà probabilmente ultra novantenne e avrà poco tempo per godersi la vincita diventata cospicua... Il ritmo rallenta, c'è spazio per l'amicizia sincera in un malinconico viale del tramonto. Nel corso del tempo gli alunni non sono più solo cognomi, ma persone con una personalità definita, alcune curiose come la misteriosa Bathory, discendente di quella nobile ungherese che si nutriva di sangue umano per restare giovane (e venne murata viva) o Brodo, il campione dell'atto mancato, il re delle performance solitarie di fronte allo schermo, lo schiavetto per elezione in una vita a senso unico. Infine Semprini il collezionista di fumetti di ogni epoca vuole scrivere una monumentale retrospettiva sulla carriera e i film di Gene Hackman, un omaggio all'attore scomparso in tragiche circostanze nel 2025: una passione, un progetto importante aiuta ad allungare la vita... Un romanzo intrigante che inizia quando si ha tutta la vita davanti e la giovinezza è il vero premio e finisce malinconicamente nel futuro. Mari, che guarda caso è dello stesso anno, è il trentunesimo alunno e me lo immagino attento osservatore, sempre un po' in disparte, quello bravo e un po' secchione, che scrivendo questa storia ha preso spunto dai vecchi compagni... Tre stelle e mezzo.
Anche per un fan assoluto è sempre difficile e opinabile provare a classificare i libri di Michele Mari, distinguere fra opere d’impronta più apertamente autobiografica (Leggenda privata o Locus Desperatus) e scritti di autentica fiction (La stiva e l’abisso, Roderick Duddle). Si è tentati di attribuire “I convitati di pietra” a quest’ultima tipologia, ma sarebbe un errore, perché dietro a un’ipotesi (geniale) di fantasia e nonostante la presenza di episodi di inedita ferocia e capitoli ambientati in un quarto di secolo nel futuro, affiorano evidenti riferimenti che riconducono alle tematiche ma anche alla biografia dell’autore.
In prima evidenza sono comuni allo scrittore l’anno di nascita della quasi totalità dei personaggi del romanzo (1955) e il liceo che li unisce (Berchet di Milano), elemento basilare nell’economia del romanzo, ripreso dalla litania dell’appello della IIIa A scandito in ordine alfabetico (“Bathory, Brancicalievore, Brodo, Brusaglia…”) di cui ognuno di noi, a modo suo, serba personale ricordo anche dopo decenni (“Amorati, Badini, Baldini, Blesio…” è la mia, parimenti IIIa A, ma del corrispettivo liceo classico bolognese con cognomi molto meno avventurosi rispetto a quelli, veri o inventati non so, di Michele Mari!)
Ma, pur disseminati nell’attribuzione a diversi caratteri, ritroviamo anche il collezionismo, l’amore maniacale per i fumetti, per il Milan, la passione citazionista per il cinema specie degli anni ’60-’80, la maniacale tassonomia corredata di dettagli degli indirizzi milanesi e tanti altri tic che è divertente decifrare.
In realtà l’ho presa alla larga perché l’essenza del romanzo è più intimamente perturbante, una parabola che vede una trentina di persone di estrazione alto borghese catturate da un ingranaggio spietato, nato come una bravata e che diviene un’ossessione in grado di indurre, a partire dai più fragili e dai più cinici ma senza di fatto escludere nessuno, ad azioni autolesioniste, di sopraffazione,spregevoli o addirittura omicide.
Dietro la patina di una collettività legata da indelebili rituali e ricordi comuni, la IIIa A si rivela un perverso microcosmo del genere umano dove emergono, favorite da oggettive differenze di ceto ma messe in risalto dall’incalzare inesorabile della vecchiaia, le antiche ruggini in forma di gelosie, passioni, antipatie, crudeli rapporti di forza, rivalità e risentimenti talmente tenaci da resistere per mezzo secolo.
Ma proprio quando le ossessioni e la brutalità sembrano avere preso il sopravvento e avviare il racconto verso un disastro senza scampo, nell’ultima parte Mari avvolge i suoi personaggi (superstiti) in una malinconica dolcezza, un sorprendente affettuoso risveglio dell’antico legame velato di solidale pietà che commuove il lettore. [Rileggendo mi accorgo di aver tralasciato la forte componente umoristica che pervade il romanzo, tesa a stemperare nel grottesco e nella parodia i passaggi più forti e a riportare il racconto nell’ambito di una commedia umana tragicomica e incalzante nella progressione implacabile delle cene/anniversario]
This entire review has been hidden because of spoilers.
La vera calamita di questo romanzo per me è stato il meccanismo narrativo, un lento gioco al massacro in cui tutti sono contro tutti più per ideale e per naturale predisposizione all'agonismo che per un vero premio, che rimane lontano e quasi intangibile in fondo al percorso (per quanto evocato ossessivamente). Mari gestisce perfettamente e dona riconoscibilità e personalità ai 30+ personaggi senza far perdere il lettore. Unico limite, forse, è che alla lunga il meccanismo risulta ripetitivo e mancano altri guizzi di originalità o colpi di scena, benché il finale riesca a dare un degno coronamento a tutta la vicenda.
A quanto pare - ripercorrendo rigorosamente col celo/manca la lista dei titoli pubblicata sul risvolto di copertina - ho letto 18 libri di Mari su 22 (anzi, con quest'ultimo, 19 su 23). Si spiegherà così il primo impatto di moderata delusione nel ritrovare una lingua (relativamente) più piatta, meno estrosa, speziata, arcaizzante, idiosincratica del solito. Ma non di solo lessico vive lo stile, e lo dimostra subito il meccanismo a eliminazione (vedi Otto scrittori) della «macabra competizione», che porta con sé un parco giochi iniziale di trenta personaggi, da schizzare tramite fissazioni, elenchi, esagerazioni di caratteristiche (tra i più simpatici spicca sicuramente l’onanista estremo Brodo), sempre seguendo l'importanza decisiva dell'infanzia e dell'adolescenza. Tutto parte e si srotola necessariamente a partire dalla scuola, dai tempi quando 'ci si chiamava per cognome'. E che nella classe III A del liceo Berchet di Milano (ovviamente dell'anno che prevede la maggioranza di nati nel 1955, come Michele) ci sia una Elisabetta Bathory, discendente della nobildonna ungherese del Cinquecento che la tradizione vuole ‘Contessa Dracula’ colpevole di orrendi delitti di sangue per cercare l’eterna giovinezza, fornisce subito l’immancabile componente gotica. La comica e ossessiva precisione dei dati (indirizzi completi delle abitazioni di ognuno, date puntuali delle cene, luoghi delle morti e modalità dei funerali) fornisce anche una specie di mappatura di Milano, che diventa un personaggio importante, ritratto a sua volta con piccoli tocchi, come per gli ex compagni di scuola che invecchiano: «zona parco Ravizza, dove a bei tempi c’erano i travestiti e dove adesso imperversano gli orrendi bocconiani». Molte passioni di Mari vengono distribuite qua e là: a un collezionista di fumetti e film, una professoressa di lettura polacca che cita Gombrowicz, due (almeno) tifosi del Milan… La frase più citabile, sfornata già pronta per il quaderno di detti "mariani", è questa: «non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro.» Ma non va dimenticato che è collocata in un contesto che già dissacra la tentazione di farne un aforisma: «Rivadeneyra indugiò un istante fra compassione e dileggio, poi, con fare pontificale, pose fine agli sproloqui sentenziando che non si sfugge al passato...» ecc. Ecco. Ovviamente non si può dire come va a finire il meccanismo. Di anno in anno, di decennio in decennio tra morti accidentali, malattie, suicidi, omicidi, nonché macumbe, procede inarrestabile la macchina che «li modulava e li ossessionava; con la differenza che c’è chi l’ossessione la cavalca e chi invece se ne fa travolgere.» Ma poi? Nonostante tutti gli indizi lasciati probabilmente riesce a stupire la soluzione conclusiva. Non tanto il chi; proprio il come. Intanto la moderata delusione iniziale è evaporata.
Primo libro del 2026 e primo Mari che leggo. Il libro mi è piaciuto ed è una lettura ottima per iniziare l'anno essendo questo un libro leggero ma non banale. La scrittura di Mari è più nelle mie corde di quanto pensassi, si fa leggere piacevolmente, e la storia è godibilissima. Spunto di trama e sviluppo interessante per parlare della morte in maniera scanzonata e grottesca. Esaspera forse un po' troppo alcune ossessioni dei personaggi allungando un filo troppo il Brodo (non a caso con la maiuscola coff coff) ma alla fine per il tipo di commedia grottesca che vuole essere funziona. Sarebbero forse tre stelle e mezzo, o tre quarti, ma arrotondo per eccesso dai. Devo recuperare altro di Mari!
A mio avviso, non il migliore Mari, ma a suo modo, geniale e sempre disinvoltissimo nel gestire il lessico piegandolo ai suoi lazzi, forse il motivo principale per cui continuerò sempre, a leggerlo volentieri.
A qualche giorno dalla fine della lettura continuo a pensare a questo libro, che non è affatto male, un libro da 3,5 direi. Michele Mari scrive più semplice del solito, per dirla brutalmente. La storia è facile facile, quello che resta è la caratterizzazione dei protagonisti, della loro miseria, di questa fissazione per un traguardo che cercheranno di raggiungere per 70 anni. Ne resterà solo uno, ma questo non è uno spoiler, è praticamente l'inizio della storia. È un libro che regalerei a Natale perché tutti abbiamo avuto dei compagni di classe e immaginarseli attorno al tavolo per l'anniversario della cena del diploma, mentre invecchiano pieni di acciacchi e fissazioni, è davvero divertente.
Ero tentata di mettere 4, ma le ultime 20 pagine sono state un po’ pesanti.
È stata una sorpresa: dopo aver tentato di leggere Locus Desperatus, credevo che questo autore scrivesse con l’intenzione di non essere letto. Invece, in questo nuovo tentativo, ho trovato una storia paradossale, lugubre, morbosa ma anche molto coinvolgente. Michele Mari è sicuramente un virtuoso: conosce le parole, sa come usarle e non si tira indietro nel dare al suo stile di scrittura un tratto bizzarro e raffinato che gli dà sicuramente una meritata aura intellettuale, ma che trasuda qua e là un poco velato snobismo.
Di sicuro, deve essere un fan sfegatato di Gene Hackman, e forse i riferimenti a lui e ai suoi film erano diventati un po’ eccessivi verso il finale del libro.
Credo si sia divertito lui a scriverlo più di quanto possa provare piacere il lettore a leggerlo. Libro abbastanza inutile. Lo finisci e dici "avrei potuto spendere meglio il mio tempo". Non metto solo una stella perché in effetti l'ho letto tutto per sapere come andava a finire, per l'idea interessante alla base del libro (la riffa), per alcune trovate come (spoiler) la vicinanza tra i tre superstiti che finiscono assieme gli ultimi anni, scoprendo che quello è il vero tesoro (desiderano morire penultimi, dice l'autore). Ho trovato inutilmente pesanti le parti enciclopediche, come tutta la filmografia dell'attore Gene H., le date di nascita e morte delle persone citate (urbanisti, doppiatori, ecc...), la tipografia di Milano (per un non milanese decisamente inutile). Piattissima la rappresentazione dei personaggi, ridotte a macchiette (forse perché così ci si conosce al liceo, come figure invece che come persone). Un libro che...bah
This entire review has been hidden because of spoilers.
Il 22 luglio di ogni anno i trenta ex compagni di classe della IIIA del Liceo classico Berchet si ritrovano tutti assieme per una cena in un ristorante di Milano. Hanno iniziato a farlo nel 1975, l'anno successivo alla Maturità: l'incontro annuale è anche l'occasione per rinnovare un impegno reciproco - una proposta condivisa di cui nessuno ricorda la precisa paternità - , quello per ciascuno di loro di versare ogni anno una cifra che pian piano costituirà un capitale comune. Con il trascorrere degli anni, il patrimonio investito diventa di non trascurabile entità. A chi o a cosa servirà questa enorme fortuna? L'accordo stabilisce che la raccolta e relativa spartizione - una vera e propria riffa - terminerà quando saranno rimasti in vita soltanto tre compagni di classe, e a quel punto i superstiti potranno suddividere tra loro il montepremi, e goderne a loro piacimento nella parte restante dei loro giorni. Prima di leggere il libro provate ad immaginare a cosa può dar luogo un meccanismo (perverso) di questo tipo: preparatevi, perché fra le righe troverete di tutto, thriller e horror inclusi. Un accordo di sangue e denaro che porterà il lettore fino al 2053, in una corsa verso l'ignoto lunga tre quarti di secolo. Con vivace scrittura e lucida abilità nel condurre l'intreccio, un settantenne Michele Mari in gran spolvero stuzzica - e un po' tormenta - il lettore con le sue ossessioni di sempre, che ruotano attorno a temi come la memoria, gli oggetti custodi di anime e vita, il confine labile tra realtà e invenzione: con la sensibilità della sua (ben nota) nevrosi esistenziale, ci conduce a precipizio nelle vite intrecciate di questi "magnifici trenta". I suoi personaggi sono poco descritti nelle loro singole vicissitudini, ma esistono in quanto parte di quella classe di liceo (viene il dubbio che Mari da quel liceo non sia uscito mai...), manifestandosi con tratti personali solipsistici, ossessivi, maniacali.
In ogni libro di Mari c'è un "tormentone", che sia l'infanzia con i suoi scrittori, o la famiglia o il servizio militare o il gotico-horror...in questo libro ha messo fumetti a palate e una venerazione totale per Gene Hackman (morto lo scorso febbraio), attore così prolifico che ben si è prestato alla compilazione di liste infinite e relativi, circostanziatissimi, commenti. E poi Milano, Milano a profusione, in ogni sua strada e chiesa, sempre più ossessione per l'autore, che da qualche anno non ci abita più. Bel libro, leggetelo!
"Una famiglia divertente e bizzarra, scoppiettante, a suo modo erotica e insieme drammatica: la III A."
Colpita da una sinossi così originale e brillante, ho cominciato questo romanzo carica di aspettative - che, per fortuna, non sono state deluse. Certo, l'esito è scontato: moriranno tutti e "non rimarrà nessuno" (semicit.); il bello è scoprire come, quando e soprattutto chi. Si viene risucchiati in un turbinio di nomi e di informazioni tra cui inizialmente non è semplice farsi strada, ma che diventano sempre più chiare man mano che si procede. Tutto merito delle peculiarità dei singoli personaggi, che li rendono inconfondibili a dispetto della loro numerosità. Peraltro, al di là delle specifiche idiosincrasie, essi sono accomunati da passioni che contraddistinguono l'intero genere umano, come la brama di denaro e la libidine sfrenata, la smania di potere e la volontà di prevaricazione. Sono portate all'eccesso, è vero, ma ciò non impedisce al lettore di riconoscersi in esse, fino ad arrivare a condividere persino i pensieri più oscuri degli alunni della III A. Tra complotti, connivenze segrete e persino omicidi, "I convitati di pietra", se scritto diversamente, sarebbe potuto essere un grande thriller. Michele Mari sceglie invece un tono più leggero, inteso a mettere in ridicolo gli attori della vicenda narrata, piuttosto che esprimere un giudizio di condanna nei loro confronti. Anche perché, se così fosse stato, la condanna sarebbe stata rivolta ad ognuno di noi.
"Non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro."
***
Completamente stravolta da questo libro (4,5 stelle nonostante le imperfezioni, perché proprio non riesco a togliermelo dalla testa), ho sentito la forte esigenza di leggere altro di Michele Mari. Sfortunatamente, però, non ho trovato nessuna trama che mi attraesse particolarmente, se non quella di "Io venía pien d'angoscia a rimirarti". Da prof. di italiano, nonché grande fan di Leopardi, non potevo lasciarmi sfuggire questa prospettiva innovativa sulla sua poetica, qui spiegata attraverso un sillogismo molto singolare. Se la felicità è propria di bambini e antichi in virtù della loro vicinanza alla Natura, cosa c'è di più vicino ad essa dell'uomo Ho molto apprezzato anche il linguaggio arcaico usato, che stranamente non compromette il grado di attenzione del lettore. Con questo eccellente esercizio di mimesi, Mari mi ha nuovamente rapito, anche se avrei gradito una storia (e anche un finale) più estesi.
"L'uomo è la propria paura; se potrà attraversarla, se potrà viaggiare dentro di essa come in un paese straniero, allora quella paura sarà più bella, ed ei potrà riguardarla come una favola, o una animata pittura."
La prima lettura dell'anno riguarda Michele Mari, un autore a me finora sconosciuto, grazie ad un inaspettato regalo natalizio.
Che dire? L'idea è avvincente e macabra, nel contempo: il 22 luglio 1975 gli alunni della III A di un liceo milanese, reduci dalla maturità, decidono di realizzare una riffa, impegnando ogni anno a venire, dal 1975 fino alla loro morte, una cospicua somma di denaro che verrà incassata e divisa dai tre superstiti, chissà in che anno. Andando avanti nel tempo, si arriva fino a ben oltre il 2050, che vedrà i protagonisti invecchiare e interagire fra loro, estremamente condizionati da questa somma, sempre più vertiginosa.
I protagonisti sono diversissimi, com'è ovvio e più o meno tutti legati fra loro dal responso finale in merito alla riffa: chi la vuole, chi no, chi progetta, chi odia e chi rivendica, fino a sfociare negli omicidi diretti e commissionati, su limando vendette e frustrazioni.
Leggendo, ho avvertito una sensazione che richiamava l'idea di un Ammaniti che non ce l'ha fatta, meno arguto e tagliente e un po' confusivo, a tratti.
La parte finale, contrariamente al suo intero sviluppo, è dolce e surreale.
Divertente l'accanimento di uno dei protagonisti sull'agiografia di Gene Hackman, così come il finto Parkinson di un altro, appassionato onanista.
Un romanzo senza dubbio interessante ma non del tutto riuscito.
This entire review has been hidden because of spoilers.
Quando a Squid Game ci gioca la tua classe del liceo.
Mari qui abbandona il manierismo linguistico à la Gadda o Manganelli e si concentra sulla trama. E forse proprio per questo non mi ha convinto. Ad ogni modo, l'intreccio è semplice: a partire dalla maturità, gli alunni della III A versano una quota annuale in un fondo comune che, con accumulo degli interessi, in futuro si spartiranno gli ultimi tre compagni rimasti in vita. Nell'arco di anni, decenni e lustri, il gioco a eliminazione progressiva si fa sempre più serio, tra scommesse, omicidi e macumbe. Ma, stranezza dopo stranezza, l'ironia dissacrante si depotenzia e il finale sembra sussurrato rispetto alla carica delle prime pagine. Il libro resta una lettura davvero godibile, ma non imperdibile.
Un po' battle royale ma senza violenza fisica efferata. Mi garbava molto il concetto e anche i ragionamenti che ne potrebbero venire fuori ma mi annoia che sia tutto personaggi e meno trama. Peccato per me :(
2,5 La trama prometteva bene, la prosa è buona. Le prime 50 pagine intrattengono, poi diventa un trascinarsi tanto per, che non intrattiene nemmeno più
La IIIA dopo la maturità aderisce a una riffa: ogni anno ciascuno avrebbe versato una quota in un fondo comune e gli ultimi tre persone rimaste in vita ne avrebbero goduto l'intera somma.
Inizialmente la riffa risveglia l'avidità dei partecipanti, dando spazio agli aspetti più crudeli dei loro animi: chi è stato vittima di bullismo durante i giorni scolastici vuole ribellarsi, chi non ha avuto successo nella vita lavorativa vuole ottenerlo almeno in questo ambito, chi ha avuto una vita sfortunata spera in una redenzione, alcuni partecipanti sperano di vincere e di godere della vincita all'oscuro della propria famiglia. In alcuni casi l'odio e l'avidità si concretizzano in omicidi o istigazioni al suicidio, facendo sembrare la riffa maledetta. Le cene annuali sono l'occasione per aggiornare il bollettino medico e per gioire delle malattie altrui, perché avvicina gli altri alla vittoria.
Man mano che gli anni passano, però, il significato della riffa cambia, o si rivela per quello che è sempre stato: il collante che riunisce i compagni di classe, che altrimenti si sarebbero completamente persi; l'elemento che dà senso alle vite più vuote dei partecipanti, altrimenti chiuse nella propria solitudine; l'alito della vita che continua a permeare la quotidianità, esorcizzando la morte.
Ciò che rimane nelle ultime pagine del libro è solo la dolcezza, la ricerca e il desiderio dell'incontro con l'altro, la riconoscenza della presenza nella propria vita dei compagni della IIIA, il desiderio di strappare alla morte e alla solitudine ancora un giorno. Il libro termina con Semprini, ultimo superstite, che non ha bisogno dei soldi della vincita per coronare l'ultimo sogno della sua vita: il libro che voleva autofinanziare viene invece pagato dalla casa editrice che lo edita, e la vincita viene invece rimessa alla collettività istituendo un fondo per la memoria di Gene Hackman.
L'inventiva di Mari è strabiliante, la sua penna ammaliante, la sua maestria evidente.
Regalato da Fabrizio, primo libro letto insieme
This entire review has been hidden because of spoilers.
L’idea prometteva: un gruppo di ex compagni di classe investe annualmente una cifra da spartire tra gli ultimi tre sopravvissuti. Potenziale per un romanzo originale con spunti politico-filosofici interessanti. L’assenza completa di profondità e scavo psicologico sarebbe stata perdonabile se la trama fosse stata all’altezza. Nei buoni romanzi gialli, come in quelli di fantascienza o distopici, insomma in qualunque storia a cui sia richiesto al lettore un esercizio di sospensione del dubbio particolarmente faticoso, ogni piega della situazione viene indagata, ogni domanda prevenuta, ogni scenario percorso. Mari invece non si prende il disturbo. Lascia che l’inverosimiglianza abbondi senza neanche un tentativo di risultare ironico, e che le obiezioni si accumulino senza risposta. Come se costruire uno sviluppo che reggesse la premessa fosse un dettaglio marginale.
Il risultato è che da questo libro non si impara nulla, non ci si sorprende di nulla e non ci si diverte affatto. In compenso ci si annoia parecchio. La prosa è pesante, le liste erudite inutili (i film di Gene Hackman, per dire cosa?), i personaggi piatti, detestabili senza che questa detestabilità significhi alcunché. Le situazioni sono trite, insignificanti, prive di mordente. L’autore si prende assai sul serio, cosa che aggrava la pessima opinione generale di un testo che è un’occasione fallita.
Mi sono annoiata così tanto che non me ne è importato nulla di sapere come finisce. L’ho mollato, mi ha ucciso pure la curiosità di sapere chi tra quegli orribili personaggi avrebbe vinto la riffa. Oibò.
Inizia come Dieci piccoli indiani e si conclude come un qualsiasi romanzo di Moccia. Certo, però, non è né un thriller né, soprattutto, un racconto sentimentale. Dei primi non ha la suspence, privo com'è di tensione emotiva. Dei secondi non possiede nemmeno un briciolo di afflato umano. Michele Mari, tra gli scrittori italiani di questo scorcio di secolo, è quello che più si avvicina al modello francese. Incapace di produrre testi che odorino anche lontanamente di retorica, è sempre cinico e diretto e i suoi personaggi non brillano per empatia o "umanità". Anche in questo romanzo breve, che parte da una "riffa" assai singolare tra compagni di classe di un liceo milanese, ciò che tiene insieme la narrazione è la promessa di ottenere un sacco di soldi e il più classico dei motti di sopravvivenza: "Mors tua, vita mea". Sono poche pagine, d'accordo, ma il tempo della narrazione è così lungo che è impossibile non chiedersi cosa sarebbe stato se l'autore avesse allungato la storia scavando più in profondità nelle vite dei personaggi. Poiché, evidentemente, lo scopo era molto diverso, dobbiamo accontentarci di brevi sprazzi illuminanti sugli uomini e soprattutto le donne che popolano il racconto. Facendo molta fatica ad affezionarsi all'uno o all'altro, privi come sono di multidimensionalità. Ne risulta un racconto incompleto ma sufficiente per osservare amaramente la decadenza della generazione Boomer tra invidie, rancori e idiosincrasie. Non che ce ne fosse bisogno, ma abbiamo ereditato un mondo di possibilità e non ci è neppure bastato per essere felici.