“Mani vuote” è un libro incredibile in cui lo scrittore è veramente riuscito a eliminare l’ego; fa brillare pienamente l’anima del romanzo come genere letterario. Strati non cerca mai di stupire o fare impressione. È un romanzo limpido con un giovane eroe disarmante e di rara bellezza. Ciò che da speranza è il ragazzo Emilio e la sua “voce che resiste” nei confronti di tante sventure e tentazioni, ma forse ancora di più il fatto che è *riuscito* a raccontare la sua vita. Fanno venire i brividi i momenti di foreshadowing (ironia drammaticale) dove saltiamo decenni e il narratore ci spiega come andrà a finire, per poi tornare indietro, verso questa Calabria di inizio Novecento.
Mani vuote è la tragedia di un calabrese: Emilio Bartoli, giovane costretto a crescere in fretta che alla morte del padre assiste all’impoverimento della sua famiglia e alla disgregazione della propria esistenza ritrovandosi servo di sua madre, autoritaria e ingiusta, e di suo fratello Silvestro, prediletto e dedito agli studi. Emilio non è un ragazzo. È un adulto nel corpo di un giovane che si divide tra i lavori più disparati e umili: pastore, contadino, carbonaio sulla montagna. L'idea di fondo del romanzo è che non esista una possibilità di scelta in quel contesto. Le scelte in quegli anni sono ridotte ad un unico bivio: l’America, simbolo di libertà e riscatto al quale molti nei primi anni del Novecento aspirano o “il culto (…) di un’ onorata società’ come è intesa dai banditi. È il conflitto degli anni ‘10, quello degli anni ’50 e forse anche di oggi. Le opzioni non comprenderanno l’America come meta ideale, ma ci sono comunque estremi tra cui dibattersi. Fuggire o restare. Accettare o ribellarsi. Conoscere o ignorare. In libertà o in catene. La storia si ripete ancora oggi ed i giovani devono sempre optare per una cosa o per un altra.