Una voce femminile nel panorama letterario western è cosa rara.
In questo romanzo, a tratti documentaristico, viene raccontata la storia dei nativi americani Sioux Lakota Oglala attraverso gli occhi e la voce di Turbine che gira, dalla nascita, per quasi sessant'anni tra il 1820 e il 1876, sino alla battaglia sul Little Bighorn e poi l'anno successivo durante l'ultimo viaggio verso nord, verso il Canada, in fuga dalle Giubbe blu americane alla ricerca di nuova pace e stabilità.
Una lettura faticosa per il gran numero di nomi e le molte (peraltro utili) note a piè di pagina, ma estremamente ricca e, infine, appagante, un punto di vista necessario per apprendere lo spirito di un popolo tutt'altro che selvaggio come raccontato spesso in passato, specie dalla cinematografia hollywoodiana, un popolo in piena armonia con la natura, coraggioso e capace di rispetto incondizionato per gli altri, protettore dei più deboli.
La Johnson ci conduce attraverso i luoghi, le usanze, il rapporto trascendente con l'aldilà, con la morte, con l'incontaminato spirito di uomini e donne alle prese con la vita quotidiana, in continuo movimento nelle grandi pianure nordamericane, iniziando questo cammino dalla nascita di Turbine che gira, figlia di Aquila che Cammina e Donna Molte Ossa.
Una vita prospera, semplice, dove ognuno ha il suo ruolo, di generazione in generazione, con la tenda a sancire il fulcro famigliare all'interno della tribù, famiglie spesso allargate, dove le donne hanno un ruolo fondamentale.
Seppur ai nostri occhi sembri una società patriarcale, l'armonia che traspare dal racconto di Dorothy Johnson ci scalda il cuore: si respira rispetto, amore, devozione, coraggio, amicizia, tutti sentimenti puri, incontaminati come la natura che circonda il popolo Lakota.
Ci sono certamente scontri con tribù e popoli vicini, ma sono quasi sempre battaglie e scaramucce per la sopravvivenza della propria gente, non sono mai questioni di potere o sopraffazione gratuite.
Fino all'arrivo dei wasichu, gli uomini bianchi, i coloni a caccia di nuove terre, della corsa all'oro con la protezione delle giubbe blu, le false promesse del Grande Padre (il presidente degli Stati Uniti) e le malattie.
Da qui il declino del popolo nativo, una parte sottomesso e in miseria nelle riserve indiane, un'altra, più combattiva, ma soggetta a una carestia stremante, costretta alla fuga.
Tra personaggi reali e storici (Custer, Toro Seduto, Cavallo Pazzo, ecc.) e quelli romanzati della tribù di Turbine che gira, Donna Bisonte rappresenta un affresco significativo di un'epoca in cui la colonizzazione sfrenata ha prodotto un genocidio di proporzioni catastrofiche che, purtroppo vediamo perpetrare ancora oggi con la sopraffazione di interi popoli anziché la ricerca lungimirante della pacifica convivenza.
Come sempre tradotto magistralmente dal Nicola Manuppelli.