Quante volte abbiamo sentito dire che “non si può più dire niente”? Ma è davvero così? Viviamo davvero sotto una dittatura del politicamente corretto? O il mondo è cambiato e dobbiamo cambiare anche il modo in cui comunichiamo? Questo libro nasce da questi interrogativi. È un manuale pratico per imparare a dire tutto, senza offendere nessuno e senza cedere all’autocensura. Una cassetta degli attrezzi per chi lavora in azienda, gestisce un team, fa colloqui, parla in pubblico, comunica, parla sui social o, semplicemente, si relaziona con altre persone. Con esercizi concreti, esempi reali e un approccio pragmatico, spiega come comunicare con rispetto nella vita quotidiana e nelle aziende; dove corre il confine tra un complimento e una molestia; quali sono le conseguenze legali delle parole e come difendersi; come evitare errori, prevenire conflitti e creare contesti inclusivi. Con la chiarezza e la concretezza che l’hanno resa una delle voci più ascoltate sul tema dei diritti e della comunicazione inclusiva, Cathy La Torre smonta il paradosso di un’epoca in cui non siamo censurati, ma siamo chiamati a rispondere delle nostre parole. Per costruire conversazioni più rispettose, spazi di lavoro più sicuri, relazioni più solide.
Premessa: mi considero una persona progressista e partecipe della società civile. Da sempre mi interesso a temi come i diritti umani e l’ecologismo.
Confessione: ho interrotto la lettura del libro dopo poco più del 20%.
Ritengo che il tema trattato sia molto importante e necessario sotto molti punti di vista, soprattutto per promuovere un linguaggio più consapevole ed eliminare dal nostro vocabolario termini che, per origine o per uso, hanno assunto connotazioni offensive o discriminatorie. Tuttavia, ho avuto l’impressione che l’autrice estenda il concetto di linguaggio inclusivo ben oltre questi casi, in modo a tratti manipolativo.
Porto due esempi per chiarire cosa intendo: - Pagina 31 (versione ebook): “Su un gruppo WhatsApp di genitori: …”. Il genitore vuole esprimere preoccupazione per il potenziale arrivo in classe di uno studente proveniente da una situazione difficile, temendo possa influire negativamente sul rendimento degli altri. L’errore, secondo me, sta nell’uso improprio del termine extracomunitario per descrivere lo studente. Tuttavia, le alternative proposte dall’autrice — come valorizzare l’occasione di conoscere culture diverse o ricordare che anche gli americani sono tecnicamente extracomunitari — rischiano di generare solo frustrazione nel contesto pratico di quella conversazione. - Sempre a pagina 31: “Piccoli cambiamenti: team invece di ragazzi, …”. Non condivido la promozione di un termine inglese in sostituzione di una parola italiana più neutra. Inoltre, il dizionario Treccani chiarisce che in italiano team è declinato al maschile (il team). Va aggiunto che team implica il concetto di gruppo orientato a un obiettivo comune, sfumatura che ragazzi non possiede: i due termini, quindi, non sono intercambiabili.
Nel complesso, ho notato una costante preferenza dell’autrice per un linguaggio inclusivo anche a scapito dell’efficacia comunicativa. In un contesto mediatico già frammentato e dominato dalla velocità del messaggio, questa scelta rischia di penalizzare la diffusione delle idee progressiste, rendendo più incisiva la comunicazione dei gruppi conservatori che ignorano tali accorgimenti. Idealmente, spero che un giorno il linguaggio inclusivo venga adottato spontaneamente dalla maggioranza della popolazione, ma oggi non è ancora così. Insistere su questo punto, senza tener conto dei limiti di contesto, può indebolire chi cerca di portare avanti istanze di giustizia sociale.
In questo senso, penso che libri come questo finiscano, paradossalmente, per alimentare la propaganda di movimenti populisti o reazionari. L’autrice tocca questioni fondamentali su cui non vi dovrebbe essere disaccordo, e su quelle sarebbe utile concentrare il lavoro di sensibilizzazione. Altre aree, invece, in cui anche tra progressisti non esiste una posizione condivisa, sarebbe a mio avviso meglio metterle momentaneamente da parte per il bene comune.
Purtroppo non riuscirò a terminare la lettura del libro. Come detto, vi ho trovato troppe affermazioni opinabili e una visione eccessivamente semplificata del problema. Mi auguro che l’attività professionale dell’autrice nelle aziende sia più efficace in ambito di comunicazione e marketing; ma, per quanto riguarda la comunicazione civile, politica o sociale, non credo che l’approccio proposto sia adatto o efficace.
il tema è senz'altro interessante e non è trattato solo in maniera teorica ma con spunti pratici e multidisciplinari. Tuttavia mi sembrano di difficile applicazione, inseriti in un contesto ideale senza alcuna sfumatura. Rimane lo spunto interessante e la spinta a migliorarsi, ma l'impressione che rimane è che sia tutto troppo semplificato
Un libro utilissimo per chi ha voglia come me di migliorarsi ogni giorno! Cathy rimuove ogni pregiudizio pur rimanendo realistica che la comunicazione inclusiva costa fatica e pratica. Assolutamente da leggere nel 2026!!