"Malcolm" di James Purdy non tradisce nemmeno di un poco le aspettative che i libri di Purdy possono generare in un lettore già uso al suo stile narrativo: storie nelle quali ogni tema presente pare non prevalere su un altro e in cui i protagonisti sperimentano una sofferta mancanza - che risulta in una tensione sotterranea ma palpabile fino all'ultimo punto - che potrebbe essere colmata da qualcuno o qualcosa, se non fosse ch'egli o esso non si rende mai disponibile.
E Malcolm è così: giovane e innocente come nessuno dei personaggi del romanzo può essere e da essi desiderato, in un modo o nell'altro, tanto da volerlo, mi verrebbe da dire, possedere. E Malcolm, che ancora deve scoprire la vita - un quindicenne che ha perso il padre, morto o scomparso, non si sa bene, e che lo attende su una panchina fino all'incontro con l'astrologo Mr Cox, che, fornendogli degli indirizzi, lo introdurrà proprio alla vita -, pare essere proprio lo specchio dentro al quale si riflettono i personaggi che incontrerà - essi oramai sin troppo abituati all'esistenza -; anzi, m'è parso che Malcolm, in questo testo caratterizzato anche da un'amara comicità, tiri fuori dalle persone che incontra ciò che loro desiderano e non possono avere, non da Malcolm certamente, come s'egli avesse un potere speciale che giovinezza e innocenza gli donassero. E in questo "gioco" che scava nel profondo - involontariamente, per quanto riguarda Malcolm, il cui unico desiderio è ritrovare il padre (altra mancanza; neanche Malcolm pare essere risparmiato, alla fine, dallo stesso destino degli altri) - ecco che vengono messe in luce le crepe della società americana (e non solo, probabilmente) il cui modello è tutto legato alle classi sociali, al riconoscimento, al denaro, al matrimonio - tutte cose di cui Malcolm pare non essere completamente consapevole -, con una particolare "messa in discussione" di quest'ultimo nel tono di una comicità cinica tipica di Purdy: «Se c'è una cosa che è fatale alla maggior parte degli uomini, diceva sempre Mr Cox ai suoi seguaci, questa è il matrimonio».
Quindi, di che parla "Malcolm", prima opera pubblicata da Purdy nel 1959? Io ci ho visto appunto una critica sociale e un'analisi di quella particolare condizione in cui le persone possono trovarsi di avere desideri e di non poterli soddisfare. Ma forse, come ha fatto notare Jon Michaud in un articolo sul The New Yorker, c'è anche molta "autobiografia"...
Mi piacciono le parole con cui, nel 1959, Dorothy Parker recensì "Malcolm", e che Jon Michaud ricorda: «Non so se "Malcolm" aumenterà di molto il numero dei lettori di James Purdy. [...] Potrebbe essere, come si dice, solo per gli speciali». Eppure, non si può non esprimere lo stesso desiderio che un passeggero della metropolitana rivolse a Jon Michaud, mentre felice si accorse che il giornalista del The New Yorker leggeva “The Complete Short Stories of James Purdy”: «Vorrei che più persone lo leggessero». E mentre scrivo queste righe finali mi accorgo che tale desiderio potrebbe rimanere insoddisfatto e che io potrei essere senza problemi solo un altro personaggio di un riuscito romanzo di James Purdy...