Margaret Atwood, con “Le nostre vite. Una specie di autobiografia”, è tornata in libreria, presentando un memoir monumentale e poliedrico, che attraverso oltre 700 pagine ripercorre le molteplici sfaccettature della sua esistenza, con l’arguzia, la precisione e l’ironia che contraddistinguono la sua prosa.
Cresciuta nelle foreste del Québec da genitori scienziati, un entomologo e una dietologa, Atwood racconta un’infanzia avventurosa tra insetti, serpenti e libri, passando per un’adolescenza creativa dedicata a fumetti e commedie musicali, fino agli anni da dottoranda ad Harvard, dove scrive poesie e studia astrologia. Il libro si snoda come un collage di vite: quella di una pioniera della letteratura canadese, di un’intellettuale femminista negli anni Settanta, di un’ambientalista impegnata, di una madre e compagna del carismatico Graeme Gibson, e di un’osservatrice acuta della società contemporanea. Atwood intreccia aneddoti personali con riflessioni su temi cari come l’ecologia, il potere, il genere e la creatività, rivelando incontri fantastici, svolte politiche e il dietro le quinte di opere iconiche come “Il racconto dell’ancella”.
La traduzione di Federica Aceto e Chiara Manfrinato cattura fedelmente il tono vivace e introspectivo dell’originale, rendendo accessibile un testo che non è solo autobiografia, ma un’indagine profonda sull’identità umana e sul ruolo dell’arte nel mondo.
“Sono un incubo per i miei traduttori. Uso allusioni, faccio battute – sempre difficili da tradurre – invento nomi di marche che non esistono. Di recente sono stata in Norvegia, dove ho conosciuto la traduttrice di Vecchi bambini, Inger Gjelsvik. Il titolo in norvegese era: Ryper i solnedgang. Le ho chiesto che cosa significasse e lei mi ha inviato alcune note informali: un esempio del pensiero e della cura che i traduttori letterari mettono nel loro lavoro.”
Pubblicato in contemporanea mondiale, questo volume, definito dalla critica un “grande evento letterario”, appaga la curiosità dei fan offrendo uno sguardo intimo sulla mente visionaria di una delle scrittrici più influenti del nostro tempo, senza mai scadere nel narcisismo ma elevando il personale a universale.
Un’opera che commuove, diverte e ispira e che, con profondità narrativa, va oltre i confini del romanzo.
“Potrei dire: «Scegli tu, caro lettore. Da una parte sono qui, in viaggio da più di ottantasei anni, dopo aver condiviso con te strani avvenimenti, fantasmi, stupidi errori e catastrofi. Sì, sono ancora con te, proprio qui, sulla pagina». Ma dall’altra parte…
La mia prozia Abbey, che negli ultimi anni della sua vita era diventata completamente cieca, si ammalò. Una giovane parente andò a trovarla. «A cosa pensi, zia Abbey?» domandò.
«Sto scrivendo la storia della mia vita» rispose lei. «E quando sarò arrivata alla fine, chiuderò il libro».”