Era inizio anno, quando sono stata contattata da questo autore emergente, se non addirittura fine dicembre: mi chiedeva una recensione del suo primo lavoro, un noir ambientato in una Firenze per me piuttosto inedita, e, per quanto già sapessi che non fosse il mio genere e che avrei potuto faticare non poco, ho accettato la lettura con l’entusiasmo di chi è alle prime armi. Sapevo a cosa andavo incontro, ma volevo disperatamente essere sorpresa da qualcosa molto al di fuori della mia confort-zone e in un certo senso non posso negare che non sia successo.
Si vede che c’è del lavoro, dietro questo romanzo. Che l’ha scritto qualcuno che conosce la città, che è stato pensato e costruito con una certa cura. Il mondo di Calisto, per quanto oscuro e a me assolutamente ostile, è un mondo che ha delle regole, una sua coerenza, e che denota una cura non indifferente per un emergente. Quello che mi ha impedito di concludere la lettura, insomma, non ha nulla a che vedere con un problema di trama o di stile di scrittura. Il mio problema riguarda fondamentalmente il campo d’affari del protagonista – la droga. Perché se c’è droga di mezzo, io non ce la posso fare. Sto male fisicamente, il solo pensiero risveglia in me un malessere fisico che mi rende insopportabile non solo la lettura ma anche la visione di determinati titoli solo perché la trama è intrecciata allo spaccio o al consumo di sostanze stupefacenti. E di droga ce ne è davvero tanta, in questo romanzo. Mi sono sforzata, in nome delle dinamiche sopra citate, di andare oltre, ma per quanto ci abbia messo tutta me stessa, alla lunga mi sono arresa all’evidenza e ho lasciato perdere: A un passo dalla vita è un bel libro, ma non fa per me.