«Ero l'Arminuta, la ritornata. Parlavo un'altra lingua e non sapevo più a chi appartenere. La parola mamma si era annidata nella mia gola come un rospo. Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza»
Non ha ancora quattordici anni quando il padre la riporta nel paesino abruzzese dell'entroterra in cui è nata.
È appena stata separata con forza dalla madre, dalla sua casa e dall'ambiente in cui è cresciuta fin dalla nascita, e le è stato rivelato che i suoi genitori non sono quelli che ha sempre creduto, ma i suoi zii. Che la città e l'ambiente borghese in cui è stata cresciuta - la scuola di danza, la piscina, la casa, al mare, i vestiti, la scuola media che frequenta - non sono quelli in cui era nata.
Lei è nata lì, in quella famiglia povera, piena di fratelli e di una sorella, quella famiglia i cui genitori - i suoi - le fanno quasi ribrezzo a causa della loro ignoranza, sporcizia, povertà.
E ora è ritornata, senza sapere nemmeno perché, suo padre l'ha presa e riportata depositandola come un pacco, dicendole che è lì che deve stare, con la sua famiglia: quella vera.
La ritornata, l'Arminuta, come la chiamano in paese i compagni di scuola, perché anche se a lei è stato detto che erano stati i genitori a rivolerla indietro, i coetanei si sa, spesso sono impietosi e di una ferita, di una diversità, di un pettegolezzo, sono capaci di farne derisione, emarginazione, sfottò.
La storia dell'Arminuta, che nel romanzo non avrà mai nome - a indicare la perdita di un'identità e di un'appartenenza fino a quel momento certe, ma poi capaci di dissolversi di fronte a una rivelazione, e a un gesto, capace di annientare la seppur breve esistenza pregressa - è quella del suo ritorno, del suo disagio, della malcelata volontà di ambientarsi e trapiantarsi - questa volta scientemente - nella sua famiglia di origine.
È la storia, principalmente, del confronto fra due madri, quella naturale e quella adottiva, di due madri che, in maniera diversa l'una dall'altra, melliflua e sfuggente l'una, grossolana e ruvida l'altra, l'hanno voluta e poi abbandonata, amata e poi tradita.
Ma è anche la storia, e qui il romanzo è senz'altro di formazione, del percorso di crescita, soprattutto interiore, che l'Arminuta fa per accettare la sua nuova famiglia, per accettare se stessa - così diversa, perché "educata" in tutti i sensi, dalla famiglia e dalla scuola, e perciò diversa dagli altri perché dotata di capacità cognitive e di cultura, seppur scolastica - e per farsi accettare dagli altri che ha discriminato e da cui è stata discriminata.
Infine è la storia, struggente, del rapporto, atipico, che instaura con la sorella Adriana: più piccola, ruspante, genuina; ma anche tenace e determinata, che si lega a lei, unica altra femmina, con un legame che diventa subito viscerale, carnale, complice.
Donatella Di Pietrantonio, che non mi aveva affatto convinta con l'opera prima "Mia madre è un fiume" proprio a causa dello stile, troppo artificioso e visibilmente ricercato, qui mi ha letteralmente travolta: rinunciando a ricercatezze stilistiche fini a se stesse e a barocchismi impervi, denuda la lingua e la riduce all'essenziale, funzionale, per colpire attraverso la storia e alla descrizione, momento dopo momento, della trasformazione emotiva dell'Arminuta: è poco più di una bambina spaurita quando arriva in paese alla fine della scuola a ridosso dei mesi estivi, è poco meno di una donna quando l'estate è finita.
A raccontarci la sua storia è un'Arminuta adulta, poco meno che quarantenne, ma l'adulta scompare quasi subito, fra le righe della sua storia, per lasciare spazio alla tredicenne di allora.
Bello, coinvolgente, emozionante: uno di quei romanzi che si divorano in pochi giorni e che poi restano lì, per molto più tempo, a farsi spazio nella mente.
«Ci siamo fermate una di fronte all'altra, così sole e vicine, io immersa fino al petto e lei al collo. Mia sorella.
Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza.
Ora ci somigliamo meno nei tratti, ma è lo stesso il senso che troviamo in questo essere gettate nel mondo. Nella complicità ci siamo salvate.
Ci guardavamo sopra il tremolio leggero della superficie, i riflessi accecanti del sole. Alle nostre spalle il limite acque sicure. Stringendo un poco le palpebre l'ho presa prigioniera tra le ciglia.»