3,5⭐️ ~ Alice, protagonista e narratrice del nuovo romanzo di Giulia Scomazzon , si racconta a noi lettori fin dalle prime pagine attraverso un’ironia lucida e disperata. Ha trent’anni, fa l’insegnante, vive con Giacomo, il compagno, e i loro due gatti in un’appartamento disseminato da bottiglie di birra vuote, in un paesino non precisato della provincia veneta. Razionale e metodico lui, autodistruttiva e alcolizzata lei.
Alice beve, principalmente lattine Bavaria 8.6, e non lo nasconde, non si nasconde, espone in prima persona l’inevitabile crisi della sua vita, lavorativa e amorosa, e lo fa come un stand up comedian in piedi al centro di un palcoscenico. Quello messo in piedi da Alice è un monologo autodistruttivo diviso in tre parti, un urlo di aiuto per essere salvata da quella dipendenza nella quale si è sempre rifugiata per scappare dalle responsabilità, dal passato, dal presente, dalla provincia giudicante e dal peso della vita. Una dipendenza che per Alice non è dissoluzione ma sopravvivenza.
Alice vive costantemente come su una soglia che, come lei stessa afferma citando il famoso tendaggio rosso della Loggia Nera in Twin Peaks, separa la vita reale da quella alterata dall’alcol. Non vuole fare la vittima e non vuole chiedere perdono perchè sa benissimo quello che sta facendo, lei sa cosa vuol dire toccare il fondo e ha imparato a conviverci.
Giulia Scamazzon, dopo il memoir “La paura ferisce come un coltello arrugginito” che ho amato e che non smetterò mai di consigliare, torna con un romanzo che non vuole porre al centro dell’attenzione il tema dell’alcolismo bensì a indurre chi legge a confrontarsi e misurarsi con le proprie dipendenze.
Una lettura sicuramente intensa che ho apprezzato per la sua onestà anche se spesso mi respingeva.