E se l'identità non fosse una scelta privata ma il riflesso di una sentenza collettiva? In questo saggio limpido e tagliente, Didier Eribon mostra come la società assegni posti, tracci confini e pronunci «verdetti» che si imprimono nelle vite e spesso le inchiodano. Dalla propria traiettoria di «transfuga di classe» – un ragazzo gay cresciuto in una famiglia operaia nella Francia del dopoguerra – l'autore indaga vergogna e colpa non come responsabilità individuali, ma in quanto risposte apprese dai dispositivi dell'esclusione. Intrecciando autobiografia e analisi teorica, Eribon dialoga con Bourdieu ed Ernaux, con Beauvoir e Sartre, con la letteratura del Novecento e la sociologia contemporanea, per mostrare come i giudizi sociali abitino i corpi e plasmino le soggettività. Ne scaturisce un libro che rinnova l'indagine sui meccanismi di classe e illumina il ruolo decisivo – e ambivalente – delle istituzioni, dalla scuola alla giustizia, fino alla politica. La società come verdetto smonta l'ideologia meritocratica, mette a nudo il peso delle etichette e indica come riappropriarsi criticamente del proprio passato per trasformare il presente. È un invito a riconoscere ciò che ci determina per poterlo finalmente cambiare.
Se non ci è difficile pensare che la realtà nella quale siamo nati, la famiglia nella quale siamo cresciuti e la classe sociale nella quale ci siamo sempre mossi, non siano state nostre scelte coscienti, bensì ci siano state imposte dalle circostanze, ci sembra più difficile pensare che anche chi siamo diventati potrebbe non essere il frutto delle nostre decisioni, bensì il risultato della congerie nella quale siamo cresciuti.
Accettare le nostre radici – soprattutto quando pensiamo che potrebbero essere motivo di vergogna – ci sembra impossibile. Sarebbe meglio tagliarle di netto con un unico atto violento e decisivo. Vogliamo ergerci al di sopra dei nostri genitori, dei fratelli e delle sorelle che sono rimasti indietro, vogliamo diventare qualcun altro, quel qualcun altro – ancora immateriale eppure per noi così reale – che sentiamo più vicino e simile a noi di chiunque abbiamo conosciuto fino a quel momento.
Certo, tutto questo spesso non è esprimibile a parole, soprattutto quando lo stiamo vivendo, quando stiamo crescendo. È un lavorio sommesso e continuo, una bocca serrata che continua ad aprirsi per masticare sé stessa, la sua stessa carne, per alimentare la propria fame attraverso il dolore che si infligge.
Oltre alle fantasie e ai desideri, a spingerci a credere di poter essere diversi dall’ambiente nel quale siamo nati, a spingerci a pensare di poterci emancipare, di poter fuggire dai sobborghi difficili e poveri, c’è poi la scuola. Lo studio diventa l’arma di chi non ha nient’altro a cui aggrapparsi: ci illudiamo di poter essere migliori, di poter puntare in lato, verso un altrove che non conosciamo personalmente, ma che ci pare familiare, qualcosa che ci apparterrà di diritto se solo avremo il coraggio di lottare per ottenerlo, per farlo nostro.
Eribon ci fa riflettere sul concetto di classe sociale e di eredità familiare e ci restituisce dei momenti di riflessione letteraria e sociologica capaci di aprire degli spiragli di luce su ciò che siamo, su ciò contro cui abbiamo lottato per tutta la vita senza saperlo. Parte dalla sua esperienza di appartenente a una famiglia proletaria, ci racconta del suo desiderio di essere diverso, di essere libero da quel giogo attraverso lo studio, di aver creduto che la lettura gli avrebbe permesso di espandere i propri orizzonti, di scrollarsi di dosso le proprie origini per approdare in un mondo borghese che lo avrebbe riconosciuto come suo membro necessario. O forse no?
Contraltare ancora più saggistico di Ritorno a Reims. Ottime considerazioni sul distacco dalla famiglia e sul fare i conti con la propria classe sociale (che esiste eccome: i libri che sfatano il mito del "siamo tutti di classe media" sono sempre preziosi), anche se le pagine su Bourdieu, Ernaux e altri autori di riferimento alla fine appesantiscono.