Nel mondo immaginario che ho costruito per lui, a Gaza, Walid e io giochiamo alla scuola. Mio figlio ha solo tre anni ed è dall’inizio della guerra che recito per proteggerlo. Voglio che creda che la nostra tenda da sfollati sia una villa, che i pochi vasi siano un giardino, che le bombe che piovono intorno a noi siano fuochi d’artificio. Ogni sorriso che riesco a strappargli vale tutte le bugie che gli dico.
Walid si è appena affacciato alla vita quando la sua esistenza viene stravolta. Mese dopo mese, la normalità niente scuola, niente giochi, niente dolci, e poi sempre meno tutto, casa, cibo, calore, elettricità, vita. Ma c’è una cosa che suo padre Rami decide che va salvata a ogni il suo sorriso. Così, mentre la distruzione avanza e la famiglia è costretta a uno, due, tre, quattro trasferimenti forzati per cercare di sfuggire ai bombardamenti, passando da un appartamento a una tenda, con la complicità della moglie Rami crea intorno a Walid una bolla in cui ansia, tristezza e morte non possono entrare. Ogni esplosione è applaudita come un fuoco d’artificio, i droni sono uccelli che vengono a dargli il buongiorno e la tenda diventa la sua classe. Rami sa che, qualunque cosa succeda, non deve permettere che la gioia negli occhi del suo bambino si spenga.
Accolta da straordinarie recensioni come una versione reale e poetica de La vita è bella per il dramma di Gaza, l’indimenticabile dichiarazione d’amore di un padre per suo figlio e, insieme, il più efficace e realistico resoconto di un giornalista coraggioso sulla tragedia palestinese. Un romanzo-verità unico e prezioso, un canto di speranza mai vinta che emoziona, informa, commuove.
Il protagonista e autore, Rami, si trova di fronte alla sfida più grande della sua vita: proteggere l’anima di suo figlio Walid, che a soli tre anni vede il suo mondo sgretolarsi. Insieme alla moglie, Rami compie un miracolo quotidiano di immaginazione. Mentre la famiglia affronta quattro trasferimenti forzati, passando dalla sicurezza di un appartamento alla precarietà di una tenda, Rami recita. Ogni esplosione diventa un applauso al cielo, i vasi di fiori diventano un giardino incantato e la loro tenda si trasforma in una villa, in una scuola, in un regno dove la morte non ha il permesso di entrare.
L'autore ha una doppia anima: da un lato c’è il giornalista coraggioso che documenta la sparizione della normalità, la mancanza di cibo, di calore, di elettricità, con un realismo che tocca le corde più profonde della nostra coscienza. Dall’altro c’è il padre, la cui unica priorità è salvare il sorriso di Walid. È una lotta contro il tempo e contro l'orrore, dove la bugia diventa l'unico strumento di verità per preservare l'umanità di un bambino.
Nonostante il dolore lancinante che attraversa queste pagine, ciò che resta nel lettore non è solo la tristezza, ma una speranza incrollabile. È un libro che informa sulla tragedia palestinese con una precisione chirurgica, ma che al contempo eleva lo spirito, mostrandoci fin dove può spingersi l'amore di un genitore. La scrittura di Jamous è poetica e asciutta, capace di far brillare le stelle anche quando il fumo sembra coprire tutto il cielo.
Cari lettori, Le stelle brillano più forte di Rami Abou Jamous, edito da Libreria Pienogiorno, è stato un vero e proprio pugno nello stomaco. Non tutte le storie sono uguali, questa strazia chi ha una coscienza, distrugge l’animo sensibile, massacra la mente che cerca di ribellarsi a ciò che assume dalla lettura. Vedere con gli occhi di Rami l’orrore che stanno vivendo in modo incessabile da anni - molto prima del 7 ottobre - fa male e ricorda tremendamente la storia che abbiamo studiato sui libri, ma che evidentemente non abbiamo compreso e tendiamo a dimenticarlo.
Non c’è un lui e una lei protagonisti. Qui la protagonista è la distruzione a opera dei suoi antagonisti i carri armati, i droni, i quadrotteri, le mitragliatrici e le bombe. Anche se forse l’antagonista più grande è il silenzio del resto del mondo che si volta dall’altra parte per non vedere la sofferenza del vicino, in questo caso i palestinesi.
L’autore parte dalla fine degli anni ’90 e le frizioni, gli attentati, le uccisioni non erano poi così diverse da ora. Da ciò che racconta ne esce una fotografia che risale fin dalla metà degli anni ’40 dove un popolo che fino a quel momento viveva in tranquillità subisce un’invasione che porta alla prima Nabka, un esodo di un popolo intero costretto a lasciare le proprie case e le proprie vite pur di sopravvivere. La tensione nel Medio Oriente si alza e ogni tanto trova uno sfogo: la vita di cento palestinesi per un israeliano. Tutti questi anni confluiscono in una data che si sapeva avrebbe ribaltato tutti gli equilibri, avrebbe portato solo distruzione: il 7 ottobre 2023. Rami si pone una domanda lecita, che chiunque abbia un minimo di pensiero critico si è posto:
“Come hanno fatto quegli uomini ad attraversare un confine iperprotetto, un muro così blindato, a superare dispositivi elettronici di sorveglianza, droni, militari sulle torrette di guardia? Perché l’esercito non li ha fermati immediatamente? Li ha lasciati passare apposta? Perché gli israeliani non hanno ancora reagito? Le domande mi si affollano in testa. L’estrema destra israeliana ha sempre voluto espellere i palestinesi di Gaza verso il Sinai, la penisola egiziana confinante. Sono convinto che ne approfitteranno per attuare il loro piano.”
Una cosa che ho apprezzato tantissimo è la mancanza di aggressione, è un libro per costruire e non per distruggere, avrebbe potuto manifestare rabbia, e invece non si piange mai addosso. Cerca risposte, non tanto per se stesso, quanto più da poter dare ai suoi figli un domani, perché lui è cresciuto in quella realtà, quella dove per andare da una parte all’altra della tua stessa città devi subire controlli di sicurezza, quella dove ha dovuto aspettare anni per avere un passaporto che certificava la sua esistenza per il mondo, una realtà dove ora li vede vivere tra rovine, in tende arrabattate, in mezzo alle intemperie. Nemmeno le mura di un palazzo ti salva, perché viene abbattuto all’improvviso – danno cinque minuti di avvertimento per lasciare tutto, compreso la tua anima dentro una casa che ti ha visto crescere come famiglia – oppure finisci vittima del fuoco aperto dai quadrotteri che entrano da porte e finestre e sparano per uccidere.
Rami ha due figli, il primo ha conosciuto la tregua, ma anche la miseria della guerra e della sottomissione di una popolazione. Quelli che prima per lui erano fuochi d’artificio e festeggiamenti – un bambino di tre anni non dovrebbe sapere niente della cattiveria della gente –, la morte, la distruzione.
“È dall’inizio della guerra che recito per risparmiargli la realtà di ciò che stiamo passando. Voglio che creda di andare a scuola, che la nostra tenda da sfollati sia una villa, che abbiamo un bellissimo giardino, che le bombe che piovono intorno a noi giorno e notte siano fuochi d’artificio. Ogni istante di innocenza che riesco a preservare in lui vale tutte le bugie che gli dico. […] Il nostro patto è che la paura deve essere solo nostra. Walid non deve smettere di sorridere.”
Quanto deve essere difficile per un genitore creare una realtà diversa e serena perché i bambini devono sempre continuare a sognare il bello? Quanto male stiamo avallando con i silenzi? Quanta distruzione ci sta macchiando? È vero non siamo noi a sganciare le bombe, ma il silenzio uccide forse di più.
Sono poco meno di duecento pagine che solitamente leggo in un paio di giorni, ce ne ho messi il doppio per finirlo e ne sono uscita come se fossi entrata in un tritacarne. Vorrei poter stringere quella famiglia – tutte le famiglie – che in qualche modo hanno avuto la fortuna di essere sopravvissuti. Si parla di pace, di tregua. Mi viene quasi da sorridere, non esistono: in compenso c’è una linea immaginaria disegnata sui corpi di chi è caduto, esiste la fame perché gli aiuti non entrano – o quantomeno ne entrano col contagocce perché una popolazione affamata è indebolita e non si ribella –, esistono malattie sconfitte dovute alla mancanza di igiene, esistono le operazioni senza anestesia anche sui bambini perché non fanno entrare i farmaci e i medici necessari. Esiste una lunga striscia di sangue che sporca le mani di tutto il mondo, mi chiedo come facciano ad avere la speranza in tutto questo. Stiamo parlando di un popolo schiacciato da Hamas, da una parte, e da quello che si professa stato democratico e civile e che invece invade terre non sue – vedi Cisgiordania e Libano e la stessa Striscia –, stiamo parlando di un popolo che soccombe ogni giorno mentre il resto del mondo decide se sia o meno il caso di parlare di genocidio.
“Ditemi voi: cosa c’entrano questi bambini con Hamas? Sotto gli occhi del mondo intero, in totale impunità, ha luogo il «gazacidio», senza che nessuno faccia niente.”
A me tutto questo ricorda atti passati; mio figlio quest’inverno, mentre parlavamo del giorno della memoria, mi ha chiesto come sia possibile che chi è stato oppresso e sterminato ora sia passato dall’altra parte, come sia possibile che chi ha subìto il conteggio delle calorie per la sopravvivenza, chi ha subìto torture, chi ha subìto la cancellazione di una parte del proprio popolo, ora stia ripetendo con armi più sofisticate esattamente le stesse cose. Come si fa a non vedere le somiglianze tragiche e spaventose?
“La guerra ha molte facce, non è fatta solo di bombe e distruzione. C’è anche l’umiliazione: l’umiliazione di dover lasciare la propria casa, di essere a terra, feriti, e non venire soccorsi, di morire per strada, da soli. L’umiliazione è un’arma di guerra.”
Questo è un libro che dovrebbe essere letto nelle scuole, nelle case, ai nostri figli, insieme ad altri che narrano lo stesso tipo di genocidio attuato su chi adesso sta uccidendo. È un argomento scomodo e sinceramente non ne comprendo il motivo, ma le nostre anime dovrebbero leggerlo per subire quello scossone che dà a ogni parola. Forse troppe persone dovrebbero ricevere uno schiaffo in piena faccia o quel cazzotto nello stomaco che questo libro dà a ogni capitolo. Potrei parlare per ore e ore dei miei pensieri, della rabbia, perché io ne provo, mi vergogno di lasciare questo mondo arido di buoni sentimenti a mio figlio, un’eredità che peserà su di lui e su tutte le generazioni future se non si fa qualcosa, se non si scuotono gli animi.
Non posso che ringraziare la casa editrice che ha deciso di pubblicare questa testimonianza dura, e Rami per aver voluto testimoniare ogni giorno ciò che vede e subisce il popolo.
Un racconto indispensabile che restituisce umanità e costringe a testimoniare una realtà di genocidio ormai normalizzata, di fronte alla quale ci siamo intorpiditi.
In Le stelle brillano più forte, ogni pagina è fedele alla promessa che Rami, giornalista gazawi indipendente, consacra a sé stesso e al proprio popolo: quella di non cancellare le tracce dei crimini dell’ente genocida sionista; quella di elevare le voci palestinesi contro l’indifferenza e la solitudine a cui il mondo le sottopone. Rami riporta “odori, paesaggi e rumori” di una distruzione fisica, socioculturale e psicologica totalizzante di cui lui stesso, con la famiglia, è preda. Scrive pagine crude che raccolgono i frammenti di un intero tessuto urbanistico, relazionale, affettivo e vitale raso al suolo. Descrive il logoramento psicofisico di chi tocca scene di massacro indicibile e pesta il sangue del propio popolo quotidianamente; di chi è sfollato da un’abitazione bombardata all’altra, di città e città, di tenda in tenda; di chi non può più tornare nella propria casa, di chi ha perso ricordi, oggetti affettivi, microcosmi identitari e scrigni della propria memoria; di chi non può più accontentare i desideri di un figlio, sfamare la propria famiglia, di chi vive il deperimento del proprio corpo e volto, di chi cammina a fatica, di chi non si riconosce più. Raccoglie lo sfinimento di chi rimane ma respira la propria morte ogni giorno.
Nel dolore, nel massacro e sradicamento, la priorità di Rami rimane quella di trasportare il figlio Walid, di appena due anni, in una fantasia di felicità e normalità. È quella di rimanere in un gioco; di custodire il suo diritto al l’infanzia montando teatrini che lo riportano a scuola; di continuare ad ammirare un cielo libero da droni, costellato da aerei e scintille; di abitare una tenda che altro non è che una villa felice; di continuare a cantare e sorridere.
Le stelle brillano più forte è un atto di amore di un padre verso il figlio. Il libro è anche una promessa di resistenza: di non soccombere all’umiliazione di morire nello sradicamento, di rimanere attaccati alla vita e alla propria terra. Quello di Rami è un grido di amore, alla vita e alla Palestina.
Questo libro è un pugno allo stomaco, una stretta al cuore, lacrime continue dalla prima all'ultima pagina. È surreale, è puntuale, è necessario. È un libro che tutti dovrebbero leggere. È il racconto di una follia, che dura ancora e non accenna ad avere fine, che dura da sempre, in realtà, e ha conosciuto appena qualche intervallo di pace. È il racconto delle immagini che si vedono sui social, più che al telegiornale. È una storia vera, amara, dolcissima, di un padre che non rinuncia a proteggere l'innocenza di suo figlio, di un giornalista che non rinuncia a fare il suo mestiere, di un uomo che non rinuncia ad essere uomo, nonostante le macerie e la carestia e i bombardamenti e le umiliazioni e le torture psicologiche cui è sottoposto quotidianamente. Questo libro è da leggere perchè non è solo la sua storia, ma è la storia di tanti, è la storia di tutti, dei morti senza nome, dei moribondi senza voce. Si muore in tanti modi diversi e per tanti motivi, le bombe sono solo la punta dell'iceberg, e qui lo si impara bene. Lo imparano loro, i personaggi, no, le persone che lo stanno vivendo, ma soprattutto lo imparo io, che leggo al calduccio nella mia stanza, nel mio letto, che posso immaginare, cercare, informarmi, certo, ma non lo vivo. Con questo libro, invece, un po' sì. Ed è folle, doloroso, surreale, ma necessario.
Il dramma di Gaza raccontato con crudezza e realismo. La stella mancante è per il prezzo. 18 euro per un libro di 190 pagine è congruo, ma qui alla foliazione hanno contribuito dimensioni di font e interlinea. Chi lo acquista in libreria (come me) ha modo di scegliere ugualmente di comprarlo a quel prezzo, chi lo acquista online no. Il libro comunque merita e lo consiglio.
L'autore, giornalista gazawi, racconta, in modo semplice, come è cambiata la sua vita, quella dei suoi famigliari, del popolo palestinese, dopo il 7 ottobre 2023. E' un racconto toccante. Colpisce la sua determinazione nel voler mantenere intatta l'innocenza del figlio Walid, di far sì che nel suo cuore " non alberghino nè rancore nè odio".
Come si commenta un libro cosi'? Come si commentano la vita e le esperienze di un popolo che vive sotto la paura giornaliera e costante. Grazie per questa testimonianza, per il coraggio, la resilienza. Che le stelle brillino sempre piu' forte sotto i cieli di della Palestina.