Questo libro, pubblicato in occasione dei vent’anni del festival di letteratura e traduzione Babel, riunisce uno scritto di Adania Shibli e una conversazione tra lei e Maria Nadotti.
«In Palestina/Israele, crescendo ti rendi conto che la lingua è molto più di uno strumento per raccontare o comunicare. Può essere attaccata, può essere distrutta, può essere maltrattata. La questione è quindi: come ci si può fidare della lingua quando è essa stessa causa di dolore, quando ti abbandona e devi affrontare la crudeltà nella solitudine, senza parole?» Nello scritto e nella conversazione che compongono questo libro, una scrittrice palestinese guarda a quel che sta accadendo nella sua terra. Ma nel momento in cui vorrebbe dirlo, vede con sgomento la lingua ritirarsi, venirle meno. «Cosa puoi dire di fronte a una distruzione di questa portata?» osserva parlando con la saggista Maria Nadotti. «È una sensazione molto strana. Di colpo il linguaggio ti abbandona». Eppure – come è capitato in tante tragedie della storia – la letteratura resiste, cercando modi di dire l’indicibile anche quando il linguaggio sembra irreparabilmente «attaccato, spezzato, abusato».
Adania Shibli (عدنية شبلي) was born in Palestine in 1974. Her first two novels appeared in English with Clockroot Books as Touch (tr. Paula Haydar, 2010) and We Are All Equally Far From Love (tr. Paul Starkey, 2012). She was awarded the Young Writer’s Award by the A. M. Qattan Foundation in 2002 and 2004.
Un piccolo libro che racchiude un’intervista all’autrice palestinese di “Un dettaglio minore” Adania Shibli. Una riflessione che completa la lettura del libro che offre spunti interessanti sulla lingua e sull’identità che lega questa ad un popolo (e viceversa).