Davvero il destino di ciascuno di noi è già scritto? È questo che pensano gli ex alunni della III A quando, superato l'esame di maturità, siglano il «patto sciagurato» che li vincolerà fino all'ultimo giorno. Del resto il tempo della scuola è l'unico a rimanere anche dopo trent'anni non saranno le rughe o i chili in piú a contraffare la sagoma di un vecchio compagno di banco. Ma quando di mezzo ci sono il demone della competizione e il miraggio di un premio favoloso le variabili si moltiplicano. E cosí un accordo nato quasi per scherzo si tramuta in una sfida senza esclusione di colpi per rimanere in vita il piú possibile. Michele Mari ha scritto un romanzo commosso e giocoso, svelando con perfido divertimento le pulsioni che si nascondono dentro l'amicizia. Perché in questa storia, prima di un imprevedibile finale, vale il contrario di quanto recita il chi perde un amico trova un tesoro.
22 luglio 1975: la data fatidica in cui una classe del liceo, festeggiando con una cena il primo anniversario dell'esame di maturità, decide di stipulare un accordo di sangue e denaro. Ognuno dei trenta ex alunni verserà tutti gli anni una cifra, e il capitale sarà investito in modo da generare - col trascorrere dei decenni - un'autentica fortuna. Il meccanismo è la riffa terminerà quando saranno rimasti in vita soltanto tre compagni di classe, e a quel punto i superstiti potranno godere del montepremi... Ma i rancori sopiti, gli amori taciuti, le promesse e le invidie nate sui banchi di scuola s'infiammano un anno dopo l'altro. E quando ogni 22 luglio si rivedranno a cena, si informeranno dei malanni altrui per prevedere il prossimo di loro che passerà a miglior vita. Fino a trasformare i protagonisti di questa storia in giocatori seduti al tavolo di un'immaginaria roulette, «per i quali indovinare un numero significa desiderarlo, se non altro per poter continuare a giocare». E si sa che ogni gioco ha le sue regole e i modi per scommesse clandestine, tresche, sospetti, tentativi di omicidio, improbabili macumbe e soprattutto il Caso, che agisce scompigliando anche il piano meglio architettato. Michele Mari, mai cosí divertito e divertente, segue i suoi personaggi fino al 2050 e oltre, grazie a un ingranaggio affabulatorio che inchioda il lettore alla pagina. Del resto tutti noi abbiamo vissuto la singolare ambiguità delle cene di classe, fatte di momenti prodigiosi in cui il tempo sembra essersi arrestato, anche se appena si scrosta la nostalgia quello che rimane è il disincanto di individui che poco hanno da spartire fra di loro. Senza rinunciare alle ossessioni che lo hanno fatto amare dal suo pubblico (i fumetti, il cinema, la mania tassonomica), questa volta Mari racconta la giovinezza, l'epoca in cui ci si crede immortali, e prendendo la rincorsa si sofferma a indagare le inquietudini della vecchiaia. Tra Compagni di scuola e Final Destination, un romanzo a orologeria, il cui ticchettare incessante riflette sul tempo a nostra disposizione. «Non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro».
Michele Mari è nato a Milano nel 1955. Figlio del designer e artista Enzo Mari, insegna Letteratura Italiana all'Università Statale di Milano. Dal 1992 risiede a Roma.
Filologo, cultore di fantascienza e di fumetti, il suo stile letterario, estremamente composito, sembra richiamare scrittori quali Carlo Emilio Gadda, Tommaso Landolfi e Giorgio Manganelli, e fuori d'Italia, Louis-Ferdinand Céline.
Oltre alle opere narrative, va segnalata la produzione poetica. Rilevante anche l'attività critico-filologica e saggistica, volta soprattutto alla letteratura italiana del Sette-Ottocento e alla letteratura fantastica in chiave comparatistica.
Alcuni suoi libri sono Di bestia in bestia (Longanesi 1989), Io venía pien d'angoscia a rimirarti (Longanesi 1990; Marsilio 1998), La stiva e l'abisso (Bompiani 1992; Einaudi 2002), Euridice aveva un cane (Bompiani 1993; Einaudi 2004), Filologia dell'anfibio (Bompiani 1995; Laterza 2009), Tu, sanguinosa infanzia (Mondadori 1997; Einaudi 2009), Rondini sul filo (Mondadori 1999), I sepolcri illustrati (Portofranco 2000), Tutto il ferro della torre Eiffel (Einaudi 2002), I demoni e la pasta sfoglia (Quiritta 2004; Cavallo di Ferro (2010), Cento poesie d'amore a Ladyhawke (Einaudi 2007), Verderame (Einaudi 2007), Milano fantasma (2008, in collaborazione con Velasco Vitali), Rosso Floyd (Einaudi 2010) e Fantasmagonia (Einaudi 2012).
A quanto pare - ripercorrendo feticisticamente la lista dei titoli pubblicata sul risvolto di copertina - ho letto 18 libri di Mari su 22 (anzi, con quest'ultimo, 19 su 23). Si spiegherà così il primo impatto di moderata delusione nel ritrovare una lingua (relativamente) più piatta, meno estrosa, speziata, arcaizzante e idiosincratica del solito. Ma non di solo lessico vive lo stile, e lo dimostra subito il meccanismo a eliminazione (vedi Otto scrittori) della «macabra competizione», che porta con sé un parco giochi iniziale di trenta personaggi, da schizzare tramite fissazioni, elenchi, esagerazioni di caratteristiche (tra i più simpatici spicca sicuramente l’onanista estremo Brodo), sempre seguendo l'importanza decisiva dell'infanzia e dell'adolescenza. Tutto parte e si srotola necessariamente a partire dalla scuola, dai tempi quando 'ci si chiamava per cognome'. E che nella classe III A del liceo Berchet di Milano (ovviamente dell'anno che prevede la maggioranza di nati nel 1955, come Michele) ci sia una Elisabetta Bathory, discendente della nobildonna ungherese del Cinquecento che la tradizione vuole ‘Contessa Dracula’ colpevole di orrendi delitti di sangue per cercare l’eterna giovinezza, fornisce subito l’immancabile componente gotica. La comica e ossessiva precisione dei dati (indirizzi completi delle abitazioni di ognuno, date puntuali delle cene, luoghi delle morti e modalità dei funerali) fornisce anche una specie di mappatura di Milano, che diventa un personaggio importante, ritratto a sua volta con piccoli tocchi, come per gli ex compagni di scuola che invecchiano. Ad esempio: «zona parco Ravizza, dove a bei tempi c’erano i travestiti e dove adesso imperversano gli orrendi bocconiani». Molte passioni di Mari vengono distribuite qua e là: a un collezionista di fumetti e film, una professoressa di lettura polacca che cita Gombrowicz, due (almeno) tifosi del Milan… La frase più citabile, sfornata già pronta per il quaderno di detti "mariani", è questa: «non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro.» Ma non va dimenticato che è collocata in un contesto che già dissacra la tentazione di farne un aforisma: «Rivadeneyra indugiò un istante fra compassione e dileggio, poi, con fare pontificale, pose fine agli sproloqui sentenziando che non si sfugge al passato...» ecc. Ecco. Ovviamente non si può dire come va a finire il meccanismo. Di anno in anno, di decennio in decennio tra morti accidentali, malattie, suicidi, omicidi, nonché macumbe, procede inarrestabile la macchina che «li modulava e li ossessionava; con la differenza che c’è chi l’ossessione la cavalca e chi invece se ne fa travolgere.» Ma poi? Nonostante tutti gli indizi lasciati probabilmente riesce a stupire la soluzione conclusiva. Non tanto il chi; proprio il come. Intanto la moderata delusione iniziale è evaporata.
Non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro
Qualcuno di voi ha evitato le rimpatriate con gli ex compagni di classe? Qualcuno ai tempi di Faccialibro è riuscito ad occultarsi abilmente quanto un nazista in Sudamerica? Io non sono fra coloro che hanno tentato di nascondersi, pur non essendo iscritto a Faccialibro, sono stato trovato ed ho prestato aiuto nel cercare gli altri. Nel nostro caso è stato abbastanza semplice, alla maturità ci presentammo in quindici. Il biennio precedente ad essa fu una pandemia didattica. Il nostro primo incontro è stato proprio post pandemia (quella vera da covid-19) e ne ha generati altri da allora in poi. Chi (e immagino si tratti della maggioranza) ha partecipato a queste cene nostalgiche, è al corrente dell’effetto viaggio nel tempo che sono in grado di generare. È sorprendente come dietro i capelli bianchi e diradati, le rughe, le macchie, si riesca a rivedere i volti imberbi dei compagni che rievocano le proprie gesta. Chissà che a Michele Mari l’idea di questo romanzo non sia venuta proprio durante una di queste cene. Michele, anno di nascita 1955, maturità 1974, ne aveva di vita da raccontare e romanzare sui propri compagni. Io spero si sia divertito a farlo più di quanto non mi sia divertito io a leggerlo. Il suo italiano è sempre all’altezza, in questo caso è meno aulico e per questo ancora più fruibile. Non ci risparmia la sua ossessione per i fumetti, stavolta la combina a quella per il cinema, in particolare per Gene Hackman. Disloca le sue passioni fra i trenta compagni di classe in modo da aver sempre occasione di metterle in risalto. Con un patto che si rivelerà scellerato, i maturandi decidono di accantonare annualmente una cifra pro capite che verrà suddivisa e riscossa dai tre più longevi fra loro. Il 22 luglio di ogni anno, si incontreranno per fare il punto della situazione. Se le passioni di Mari si possono anche leggere, le dinamiche noir che scaturiscono fra gli ex compagni di scuola, impegnati in una lotta senza esclusione di colpi per aggiudicarsi il premio della riffa, sono decisamente improbabili. Lo schema collaudato che Mari aveva proposto in uno dei suoi racconti più riusciti (Otto scrittori) non si applica con altrettanto successo ai compagni di scuola. Mentre essi venivano eliminati (morte naturale, omicidio, incidente stradale) uno alla volta, speravo di arrivare velocemente alla fine. L’ultima parte riscatta parzialmente le precedenti ispirando affetto per quel manipolo di anziani rimasti in vita a contendersi un premio che non avranno più tempo di spendere.
La colonna sonora questa volta la scelgo di mia iniziativa: c’è un parallelo fra la vita, la naja e noi che andiamo via senza avere una risposta https://youtu.be/jMhntaKKQ5o?si=etfkJ... Umberto Smaila - Soldati 365 all'alba
In una intervista alla radio Michele Mari ha dichiarato di aver iniziato a scrivere questa storia come divertimento personale poi trama e personaggi hanno preso la mano ed è diventata questa commedia nera su una riffa della vita o meglio della morte. Nel 1974 una terza liceo classico milanese, trenta alunni, alla cena post maturità decide di istituire una riffa singolare: ognuno annualmente verserà una quota da destinare a un fondo di investimento che verrà liquidato in futuro agli ultimi tre che saranno ancora in vita. Goliardia o sbruffoneria, sfida al destino o altro, ogni anno si ritroveranno a cena lo stesso giorno per celebrare la riffa della vita. Mari racconta con uno stile asciutto, seguendo una sorta di schema: cena dove ognuno si chiama ancora per nome come a scuola -Bathory, Brodo, Coppo, Mascolo, Migliavacca, Rivadeneyra. Semprini... - e da un certo anno in avanti il punto delle rispettive malattie; gli eventi relativi ai partecipanti con le singole dipartite e il dettaglio dei relativi funerali citando vie, orari e alunni presenti. La gara passati i cinquanta diventa un esorcizzare la morte, un ossessione che porta a galla vecchi rancori: dalle innocue macumbe si passa all'istigazione al suicidio, a tramare vendette e a commissionare omicidi. Poi mano a mano che il numero si assottiglia e ci si avvicina alla fine subentra la calma della consapevolezza: chiunque vinca sarà probabilmente ultra novantenne e avrà poco tempo per godersi la vincita diventata cospicua... Il ritmo rallenta, c'è spazio per l'amicizia sincera in un malinconico viale del tramonto. Nel corso del tempo gli alunni non sono più solo cognomi, ma persone con una personalità definita, alcune curiose come la misteriosa Bathory, discendente di quella nobile ungherese che si nutriva di sangue umano per restare giovane (e venne murata viva) o Brodo, il campione dell'atto mancato, il re delle performance solitarie di fronte allo schermo, lo schiavetto per elezione in una vita a senso unico. Infine Semprini il collezionista di fumetti di ogni epoca vuole scrivere una monumentale retrospettiva sulla carriera e i film di Gene Hackman, un omaggio all'attore scomparso in tragiche circostanze nel 2025: una passione, un progetto importante aiuta ad allungare la vita... Un romanzo intrigante che inizia quando si ha tutta la vita davanti e la giovinezza è il vero premio e finisce malinconicamente nel futuro. Mari, che guarda caso è dello stesso anno, è il trentunesimo alunno e me lo immagino attento osservatore, sempre un po' in disparte, quello bravo e un po' secchione, che scrivendo questa storia ha preso spunto dai vecchi compagni... Tre stelle e mezzo.
Anche per un fan assoluto è sempre difficile e opinabile provare a classificare i libri di Michele Mari, distinguere fra opere d’impronta più apertamente autobiografica (Leggenda privata o Locus Desperatus) e scritti di autentica fiction (La stiva e l’abisso, Roderick Duddle). Si è tentati di attribuire “I convitati di pietra” a quest’ultima tipologia, ma sarebbe un errore, perché dietro a un’ipotesi (geniale) di fantasia e nonostante la presenza di episodi di inedita ferocia e capitoli ambientati in un quarto di secolo nel futuro, affiorano evidenti riferimenti che riconducono alle tematiche ma anche alla biografia dell’autore.
In prima evidenza sono comuni allo scrittore l’anno di nascita della quasi totalità dei personaggi del romanzo (1955) e il liceo che li unisce (Berchet di Milano), elemento basilare nell’economia del romanzo, ripreso dalla litania dell’appello della IIIa A scandito in ordine alfabetico (“Bathory, Brancicalievore, Brodo, Brusaglia…”) di cui ognuno di noi, a modo suo, serba personale ricordo anche dopo decenni (“Amorati, Badini, Baldini, Blesio…” è la mia, parimenti IIIa A, ma del corrispettivo liceo classico bolognese con cognomi molto meno avventurosi rispetto a quelli, veri o inventati non so, di Michele Mari!)
Ma, pur disseminati nell’attribuzione a diversi caratteri, ritroviamo anche il collezionismo, l’amore maniacale per i fumetti, per il Milan, la passione citazionista per il cinema specie degli anni ’60-’80, la maniacale tassonomia corredata di dettagli degli indirizzi milanesi e tanti altri tic che è divertente decifrare.
In realtà l’ho presa alla larga perché l’essenza del romanzo è più intimamente perturbante, una parabola che vede una trentina di persone di estrazione alto borghese catturate da un ingranaggio spietato, nato come una bravata e che diviene un’ossessione in grado di indurre, a partire dai più fragili e dai più cinici ma senza di fatto escludere nessuno, ad azioni autolesioniste, di sopraffazione,spregevoli o addirittura omicide.
Dietro la patina di una collettività legata da indelebili rituali e ricordi comuni, la IIIa A si rivela un perverso microcosmo del genere umano dove emergono, favorite da oggettive differenze di ceto ma messe in risalto dall’incalzare inesorabile della vecchiaia, le antiche ruggini in forma di gelosie, passioni, antipatie, crudeli rapporti di forza, rivalità e risentimenti talmente tenaci da resistere per mezzo secolo.
Ma proprio quando le ossessioni e la brutalità sembrano avere preso il sopravvento e avviare il racconto verso un disastro senza scampo, nell’ultima parte Mari avvolge i suoi personaggi (superstiti) in una malinconica dolcezza, un sorprendente affettuoso risveglio dell’antico legame velato di solidale pietà che commuove il lettore. [Rileggendo mi accorgo di aver tralasciato la forte componente umoristica che pervade il romanzo, tesa a stemperare nel grottesco e nella parodia i passaggi più forti e a riportare il racconto nell’ambito di una commedia umana tragicomica e incalzante nella progressione implacabile delle cene/anniversario]
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Un po’ commedia nera. Un po’ giallo a eliminazione. Un po’ Wikipedia. Un po’ TuttoCittà. Un po’ Medicina 33.
Un po’ poco per appassionarmi; ma almeno il funereo sadismo che permea tutto il romanzo si scioglie nel finale in una dolce carezza che somiglia più a un augurio che a una promessa, quasi fosse l’autore stesso ad auspicare per sé una conclusione di percorso altrettanto dignitosa.
"L'architetto Raniero Mercandalli pensava ai propri compagni della IIIA con un senso di perplessità. Di fatto, non sapeva se nei loro confronti prevalesse l'affetto o il fastidio. L'affetto era una conseguenza naturale della consuetudine, ma a ben vedere, tolto il momento della cena, una volta all'anno, la complicità era tutta concentrata negli anni del liceo, come qualcosa di radioattivo che continuava a rilasciare nel tempo (e sempre meno con il passare degli anni) un po' dell'energia originaria. Ma perché rimanere fedeli a quell'energia, se ormai poco più di un ricordo, qualcosa da tematizzare, da commentare, da citare, ma non più da vivere? Di che affetto si trattava, dunque? Di nostalgia, prevalentemente, ma allora sarebbe stato più corretto parlare di auto-affetto, di pulsione regressiva, di un sogno in cui la presenza e il contributo dei suoi compagni erano del tutto casuali..."
Leggo di un Michele Mari in forma minore; le malelingue, pare, sussurrerebbero di un racconto lungo adattato a romanzo breve per esigenze editoriali. Niente di più lontano dal vero: I convitati di pietra, forte di un soggetto fulminante, all'inizio quasi una sorta di commedia nera - la morte a far capolino sui commensali di una cena di classe a cadenza annuale, una gigantesca somma di denaro per gli ultimi che sopravvivranno - con il proseguo diventa puro divertissement sull'impietoso scorrere del tempo; e l'ossessione dell'arte, forse, si rivela l'unica via capace di riscattare l'uomo dall'inesorabile - e probabilmente anche dai suoi lati peggiori. Piccolo gioiello di romanzo, esaltato da una prosa formidabile che arricchisce un soggetto già di suo brillante.
"Non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro."
Divertente e raffinato, per chi ha vissuto e frequentato il liceo a Milano in quegli anni o in quelli successivi è ancora più godibile. Apparentemente diverso dagli altri romanzi, c'è molto umorismo e un pizzico di cinismo, ritrovo molti riferimenti e un timbro inconfondibile.
La vera calamita di questo romanzo per me è stato il meccanismo narrativo, un lento gioco al massacro in cui tutti sono contro tutti più per ideale e per naturale predisposizione all'agonismo che per un vero premio, che rimane lontano e quasi intangibile in fondo al percorso (per quanto evocato ossessivamente). Mari gestisce perfettamente e dona riconoscibilità e personalità ai 30+ personaggi senza far perdere il lettore. Unico limite, forse, è che alla lunga il meccanismo risulta ripetitivo e mancano altri guizzi di originalità o colpi di scena, benché il finale riesca a dare un degno coronamento a tutta la vicenda.
Vuoi essere la mia padrona? I convitati sono la III A di un liceo classico milanese che si ritrovano a cena e inventano una ragione per ritrovarsi insieme almeno una volta l’anno: un accantonamento annuale di denaro, gestito da una banca, che sarà ritirato dagli ultimi tre sopravvissuti. Idea grottesca di teste diciottenni, che con gli anni diventa di gusto sempre peggiore, con invito a dichiarare le patologie di ciascuno per speziare gli incontri. Non amo il genere grottesco, pur illudendomi di avere ironia e umorismo, e anche se non rimpiango affatto i compagni della scuola superiore, questi fanno un po’ spavento. Molti lettori hanno detto che per un milanese il libro è divertente, io conosco pochissimo Milano e ho perso questa occasione. Ho trovato interessanti i suggerimenti sui fumettisti che cercherò su Internet, Mari è a sua detta un estimatore – i famosi giornalini di “Tu, sanguinosa infanzia” (bellissimo). Posso dire che il libro andando avanti tende a migliorare e di questo ringrazio Mari, perché la vecchiaia è comunemente associata alla perdita, di persone care, di salute, di memoria, invece i suoi personaggi insperatamente acquistano umanità e spessore. Stupenda la coppia servo/domina.
Primo libro del 2026 e primo Mari che leggo. Il libro mi è piaciuto ed è una lettura ottima per iniziare l'anno essendo questo un libro leggero ma non banale. La scrittura di Mari è più nelle mie corde di quanto pensassi, si fa leggere piacevolmente, e la storia è godibilissima. Spunto di trama e sviluppo interessante per parlare della morte in maniera scanzonata e grottesca. Esaspera forse un po' troppo alcune ossessioni dei personaggi allungando un filo troppo il Brodo (non a caso con la maiuscola coff coff) ma alla fine per il tipo di commedia grottesca che vuole essere funziona. Sarebbero forse tre stelle e mezzo, o tre quarti, ma arrotondo per eccesso dai. Devo recuperare altro di Mari!
La prima cosa che emerge nel leggere “I convitati di pietra” di Michele Mari è che lui si sia divertito moltissimo a scriverlo!
Un romanzo commosso e giocoso, un prisma narrativo che trasforma un patto apparentemente innocente tra ex compagni di liceo in un ingranaggio spietato di amicizia, avidità, rancori sopiti e riflessioni sulla vita e sulla morte.
Ambientato a partire dal 22 luglio 1975, quando gli alunni della III A del Liceo Berchet di Milano festeggiano il primo anniversario della maturità stipulando un “accordo di sangue e denaro”:
“Il principio peraltro era molto semplice: ognuno di loro avrebbe versato ogni anno una certa cifra (non alta ma nemmeno irrisoria), e il capitale sarebbe stato investito presso una banca, anno dopo anno per trenta nuove infusioni all’anno e riconvergendo gli interessi (composti) nell’investimento, in modo da generare, in quarant’anni e oltre, fino al mezzo secolo su su fino all’età dei piú longevi, un’autentica fortuna”
Con la costituzione di questo fondo annuale (destinato agli ultimi tre sopravvissuti della classe), il libro segue le conseguenze di questa scommessa macabra nel corso degli anni, intrecciando destini, amori nascosti, tentativi di omicidio e un umorismo nero che sfiora l’epopea goliardica ed esistenziale.
Michele Mari, con una prosa piana ma perfida, stratificata e densa di elementi extra-letterari, esplora la fragilità umana, il peso del tempo e la possibilità di un amore “felice” in extremis, offrendo un disegno inquietante del mondo reale attraverso la finzione, attraverso anche un tributo a Gene Hackman e alla sua tragica scomparsa.
Definito uno dei suoi libri più personali e felici, il romanzo bilancia toni comici e tragici, confermando il talento del grande Michele Mari nel sorprendere e nel non ripetersi mai.
“Lui si aggirava tra i suoi fumetti e i suoi film, che occupavano tutte le librerie e scaffalature della casa oltre a formare pile e colonne in ogni angolo delle stanze e lungo il corridoio. Se rivedeva un film con Gene Hackman andava a colpo sicuro su determinate scene, in ogni caso saltando le sequenze in cui lui non appariva.”
“Per quanto ci ripensassero e ne discutessero insieme, non riuscirono mai a stabilire chi avesse avuto l’idea. Per un certo periodo si pensò alla Migliavacca, che pur lusingata si premurò di negare, rivelando di averne sentito parlare da Rivadeneyra, il quale a sua volta fece i nomi di Fustigati e di Brodo, non ricordava però quale dei due: peccato che, in merito, Fustigati protrudesse le labbra nella posa del nesci, e Brodo indicasse prima la De Cruce poi Testaviva poi la Sancio, per ammettere alla fine di essere andato a caso. Naturalmente in proposito ognuno aveva le proprie idee, che teneva per sé come un pegno segreto o al massimo condivideva con uno o due interlocutori, piú che altro per vedere come reagivano alla suggestione. Ma il fatto decisivo era che nessuno, nemmeno velatamente, reclamò mai il merito dell’invenzione, come se quello che tutti avevano condiviso fosse stato concepito simultaneamente nella testa di tutti e trenta loro. Tanta modestia, tuttavia, non aveva nulla di nobile: al contrario corrispondeva all’imbarazzo che ciascuno provava dentro di sé, e in misura crescente con il passare degli anni, nei confronti di un progetto che, salutato inizialmente come una trovata tanto geniale quanto divertente (oltre che, andava da sé, come prova di un’intelligenza superiore), era destinato, anno dopo anno, a rivelare la propria disumana spietatezza.”
E questo è solo l’incipit. L’umorismo macabro di Michele Mari colpisce ancora.
A mio avviso, non il migliore Mari, ma a suo modo, geniale e sempre disinvoltissimo nel gestire il lessico piegandolo ai suoi lazzi, forse il motivo principale per cui continuerò sempre, a leggerlo volentieri.
Se Gene Hackman non fosse mai nato (chi ha letto sa) probabilmente il mio voto sarebbe stato leggermente più alto.
Questo breve romanzo dalle tinte macabre si è profilato come una lettura estremamente scorrevole e davvero sorprendente: l’ho trovato infatti molto originale e non mi è affatto dispiaciuto lo stile secco che Mari ha scelto per scriverla.
L’aspetto migliore per me è stato il fatto che se all’inizio la riffa della morte fosse angosciante, alla fine si è rivelato un gioco quasi tenero (almeno per gli ultimi partecipanti) che grazie a questo patto che li legava sono riusciti a rimanere uniti dagli anni del liceo per il resto della vita, evitando di morire soli. L’ho apprezzato molto; avrei gradito che fosse un pochino più lungo ma comunque resta una piacevolissima lettura.
Dio mio, che due palle! Una storia potenzialmente intrigante resa una lagna infinita, senza suddivisione in capitoli, senza dialoghi; un narratore onnisciente soporifero, una scrittura in terza persona didascalica e priva di pathos. Zero emozioni, zero introspezione, decine di personaggi che si confondono tra loro, di cui sappiamo quasi solo i nomi e poco altro. Un testo soffocante. È davvero un peccato perché l’idea alla base è bella. Lo stile è artificioso, pomposo, inutilmente retorico e autocompiacente, per nulla adatto a una trama “semplice” come questa. Ho saltato un sacco di pagine e, arrivato alla fine, questo racconto, che avrebbe potuto lasciarmi tanto, mi ha lasciato solo una grande delusione. L’autore prova a essere divertente, comico, ma, per quanto mi riguarda, non ci riesce affatto. Quel poco di interessante che c’è è sovrastato dalla noia. Per non parlare di pagine e pagine dedicate a registi e fumetti che, boh, capisco piacciano a Mari, ma che c’entrano con questo testo? Per carità, sa scrivere benissimo. Questo romanzetto è semmai un compitino, un esercizio di stile, encomiabile da questo punto di vista, ma pessimo se bisogna valutare la sua capacità di rendere su carta una storia. Un’occasione davvero sprecata.
trovata geniale quella della riffa. all'inizio scorre, poi rallenta perché diventa prevedibile. le digressioni "Gene Hackmann" da sfoltire (le saltavo regolarmente). finale apprezzabile, inserisce un forte contrasto con il resto rompendo il cinismo. complessivamente buon romanzo grottesco con interessanti spunti di riflessione!
Ero tentata di mettere 4, ma le ultime 20 pagine sono state un po’ pesanti.
È stata una sorpresa: dopo aver tentato di leggere Locus Desperatus, credevo che questo autore scrivesse con l’intenzione di non essere letto. Invece, in questo nuovo tentativo, ho trovato una storia paradossale, lugubre, morbosa ma anche molto coinvolgente. Michele Mari è sicuramente un virtuoso: conosce le parole, sa come usarle e non si tira indietro nel dare al suo stile di scrittura un tratto bizzarro e raffinato che gli dà sicuramente una meritata aura intellettuale, ma che trasuda qua e là un poco velato snobismo.
Di sicuro, deve essere un fan sfegatato di Gene Hackman, e forse i riferimenti a lui e ai suoi film erano diventati un po’ eccessivi verso il finale del libro.
A qualche giorno dalla fine della lettura continuo a pensare a questo libro, che non è affatto male, un libro da 3,5 direi. Michele Mari scrive più semplice del solito, per dirla brutalmente. La storia è facile facile, quello che resta è la caratterizzazione dei protagonisti, della loro miseria, di questa fissazione per un traguardo che cercheranno di raggiungere per 70 anni. Ne resterà solo uno, ma questo non è uno spoiler, è praticamente l'inizio della storia. È un libro che regalerei a Natale perché tutti abbiamo avuto dei compagni di classe e immaginarseli attorno al tavolo per l'anniversario della cena del diploma, mentre invecchiano pieni di acciacchi e fissazioni, è davvero divertente.
Il 22 luglio di ogni anno i trenta ex compagni di classe della IIIA del Liceo classico Berchet si ritrovano tutti assieme per una cena in un ristorante di Milano. Hanno iniziato a farlo nel 1975, l'anno successivo alla Maturità: l'incontro annuale è anche l'occasione per rinnovare un impegno reciproco - una proposta condivisa di cui nessuno ricorda la precisa paternità - , quello per ciascuno di loro di versare ogni anno una cifra che pian piano costituirà un capitale comune. Con il trascorrere degli anni, il patrimonio investito diventa di non trascurabile entità. A chi o a cosa servirà questa enorme fortuna? L'accordo stabilisce che la raccolta e relativa spartizione - una vera e propria riffa - terminerà quando saranno rimasti in vita soltanto tre compagni di classe, e a quel punto i superstiti potranno suddividere tra loro il montepremi, e goderne a loro piacimento nella parte restante dei loro giorni. Prima di leggere il libro provate ad immaginare a cosa può dar luogo un meccanismo (perverso) di questo tipo: preparatevi, perché fra le righe troverete di tutto, thriller e horror inclusi. Un accordo di sangue e denaro che porterà il lettore fino al 2053, in una corsa verso l'ignoto lunga tre quarti di secolo. Con vivace scrittura e lucida abilità nel condurre l'intreccio, un settantenne Michele Mari in gran spolvero stuzzica - e un po' tormenta - il lettore con le sue ossessioni di sempre, che ruotano attorno a temi come la memoria, gli oggetti custodi di anime e vita, il confine labile tra realtà e invenzione: con la sensibilità della sua (ben nota) nevrosi esistenziale, ci conduce a precipizio nelle vite intrecciate di questi "magnifici trenta". I suoi personaggi sono poco descritti nelle loro singole vicissitudini, ma esistono in quanto parte di quella classe di liceo (viene il dubbio che Mari da quel liceo non sia uscito mai...), manifestandosi con tratti personali solipsistici, ossessivi, maniacali.
In ogni libro di Mari c'è un "tormentone", che sia l'infanzia con i suoi scrittori, o la famiglia o il servizio militare o il gotico-horror...in questo libro ha messo fumetti a palate e una venerazione totale per Gene Hackman (morto lo scorso febbraio), attore così prolifico che ben si è prestato alla compilazione di liste infinite e relativi, circostanziatissimi, commenti. E poi Milano, Milano a profusione, in ogni sua strada e chiesa, sempre più ossessione per l'autore, che da qualche anno non ci abita più. Bel libro, leggetelo!
Credo si sia divertito lui a scriverlo più di quanto possa provare piacere il lettore a leggerlo. Libro abbastanza inutile. Lo finisci e dici "avrei potuto spendere meglio il mio tempo". Non metto solo una stella perché in effetti l'ho letto tutto per sapere come andava a finire, per l'idea interessante alla base del libro (la riffa), per alcune trovate come (spoiler) la vicinanza tra i tre superstiti che finiscono assieme gli ultimi anni, scoprendo che quello è il vero tesoro (desiderano morire penultimi, dice l'autore). Ho trovato inutilmente pesanti le parti enciclopediche, come tutta la filmografia dell'attore Gene H., le date di nascita e morte delle persone citate (urbanisti, doppiatori, ecc...), la tipografia di Milano (per un non milanese decisamente inutile). Piattissima la rappresentazione dei personaggi, ridotte a macchiette (forse perché così ci si conosce al liceo, come figure invece che come persone). Un libro che...bah
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22 luglio 1975: durante la prima, di una lunga serie, di cene di classe dell’ex 3A del Liceo Classico Berchet di Milano viene ideato un progetto assurdo, macabro e stipulato, seduta stante un vero e proprio patto sciagurato: ad ogni cena annuale, il 22 di luglio, ogni componente della classe verserà una quota che darà vita a un vero e proprio patrimonio, che andrà diviso tra i 3 sopravvissuti, gli ultimi 3 a morire.
Ne “I convitati di pietra” Michele Mari abbandona la sua tipica prosa gaddiana, per immergerci in un romanzo godibilissimo, che è una riflessione su temi quali l’amicizia, la morte e la malattia. Lo fa in modo scanzonato, squadernando sin da subito, davanti al lettore, una serie di personaggi tra il ridicolo e la macchietta, ma che incarnano tanti stereotipi di chi conosce Milano.
La miriade di personaggi, che necessita di un taccuino a fianco del libro per ricordarne nomi, parentele, carattere, ma soprattutto ossessioni, rimane sullo sfondo, assurge a protagonista in 2-3 pagine e sparisce, progressivamente, così come le morti e le malattie registrate con precisione chirurgica, in una cavalcata che dura 150 pagine e si conclude con un i tre superstiti divenuti una famiglia e la sopravvivenza di un personaggio singolare, uno scrittore, forse proiezione dell’autore stesso, a cui affida la riflessione finale:
«sentiva che solo in quei giorni di fervore tanti discorsi fatti e ascoltati al liceo sul patrimonio dell’umanità e sulla memoria storica e sul fine della ricerca e sulle arti e sulle tecniche e sul genio e sul canone trovavano un senso» (p. 159).
Forse non è un quattro pieno, ma ci va vicino. Non ho amato alcune lunghe digressioni, che me pare sempre più spesso ultimamente che scrivere un libro sia diventato anche un po’ dire agli altri:”oh guardate quante ne so! Giochiamo a chi ce l’ha più lungo”. Eppure, qualcosa di questo libro sento che mi è entrato dentro dolcemente, a toccare corde giovani con consapevolezze da adulti.
Forse, con questo libro, lascio per un po’ da parte il tema della morte, ma sicuramente mi aiuta a chiudere bene questi mesi di approfondimento sul tema!