Davvero il destino di ciascuno di noi è già scritto? È questo che pensano gli ex alunni della III A quando, superato l'esame di maturità, siglano il «patto sciagurato» che li vincolerà fino all'ultimo giorno. Del resto il tempo della scuola è l'unico a rimanere anche dopo trent'anni non saranno le rughe o i chili in piú a contraffare la sagoma di un vecchio compagno di banco. Ma quando di mezzo ci sono il demone della competizione e il miraggio di un premio favoloso le variabili si moltiplicano. E cosí un accordo nato quasi per scherzo si tramuta in una sfida senza esclusione di colpi per rimanere in vita il piú possibile. Michele Mari ha scritto un romanzo commosso e giocoso, svelando con perfido divertimento le pulsioni che si nascondono dentro l'amicizia. Perché in questa storia, prima di un imprevedibile finale, vale il contrario di quanto recita il chi perde un amico trova un tesoro.
22 luglio 1975: la data fatidica in cui una classe del liceo, festeggiando con una cena il primo anniversario dell'esame di maturità, decide di stipulare un accordo di sangue e denaro. Ognuno dei trenta ex alunni verserà tutti gli anni una cifra, e il capitale sarà investito in modo da generare - col trascorrere dei decenni - un'autentica fortuna. Il meccanismo è la riffa terminerà quando saranno rimasti in vita soltanto tre compagni di classe, e a quel punto i superstiti potranno godere del montepremi... Ma i rancori sopiti, gli amori taciuti, le promesse e le invidie nate sui banchi di scuola s'infiammano un anno dopo l'altro. E quando ogni 22 luglio si rivedranno a cena, si informeranno dei malanni altrui per prevedere il prossimo di loro che passerà a miglior vita. Fino a trasformare i protagonisti di questa storia in giocatori seduti al tavolo di un'immaginaria roulette, «per i quali indovinare un numero significa desiderarlo, se non altro per poter continuare a giocare». E si sa che ogni gioco ha le sue regole e i modi per scommesse clandestine, tresche, sospetti, tentativi di omicidio, improbabili macumbe e soprattutto il Caso, che agisce scompigliando anche il piano meglio architettato. Michele Mari, mai cosí divertito e divertente, segue i suoi personaggi fino al 2050 e oltre, grazie a un ingranaggio affabulatorio che inchioda il lettore alla pagina. Del resto tutti noi abbiamo vissuto la singolare ambiguità delle cene di classe, fatte di momenti prodigiosi in cui il tempo sembra essersi arrestato, anche se appena si scrosta la nostalgia quello che rimane è il disincanto di individui che poco hanno da spartire fra di loro. Senza rinunciare alle ossessioni che lo hanno fatto amare dal suo pubblico (i fumetti, il cinema, la mania tassonomica), questa volta Mari racconta la giovinezza, l'epoca in cui ci si crede immortali, e prendendo la rincorsa si sofferma a indagare le inquietudini della vecchiaia. Tra Compagni di scuola e Final Destination, un romanzo a orologeria, il cui ticchettare incessante riflette sul tempo a nostra disposizione. «Non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro».
Michele Mari è nato a Milano nel 1955. Figlio del designer e artista Enzo Mari, insegna Letteratura Italiana all'Università Statale di Milano. Dal 1992 risiede a Roma.
Filologo, cultore di fantascienza e di fumetti, il suo stile letterario, estremamente composito, sembra richiamare scrittori quali Carlo Emilio Gadda, Tommaso Landolfi e Giorgio Manganelli, e fuori d'Italia, Louis-Ferdinand Céline.
Oltre alle opere narrative, va segnalata la produzione poetica. Rilevante anche l'attività critico-filologica e saggistica, volta soprattutto alla letteratura italiana del Sette-Ottocento e alla letteratura fantastica in chiave comparatistica.
Alcuni suoi libri sono Di bestia in bestia (Longanesi 1989), Io venía pien d'angoscia a rimirarti (Longanesi 1990; Marsilio 1998), La stiva e l'abisso (Bompiani 1992; Einaudi 2002), Euridice aveva un cane (Bompiani 1993; Einaudi 2004), Filologia dell'anfibio (Bompiani 1995; Laterza 2009), Tu, sanguinosa infanzia (Mondadori 1997; Einaudi 2009), Rondini sul filo (Mondadori 1999), I sepolcri illustrati (Portofranco 2000), Tutto il ferro della torre Eiffel (Einaudi 2002), I demoni e la pasta sfoglia (Quiritta 2004; Cavallo di Ferro (2010), Cento poesie d'amore a Ladyhawke (Einaudi 2007), Verderame (Einaudi 2007), Milano fantasma (2008, in collaborazione con Velasco Vitali), Rosso Floyd (Einaudi 2010) e Fantasmagonia (Einaudi 2012).
A quanto pare - ripercorrendo feticisticamente la lista dei titoli pubblicata sul risvolto di copertina - ho letto 18 libri di Mari su 22 (anzi, con quest'ultimo, 19 su 23). Si spiegherà così il primo impatto di moderata delusione nel ritrovare una lingua (relativamente) più piatta, meno estrosa, speziata, arcaizzante, idiosincratica del solito. Ma non di solo lessico vive lo stile, e lo dimostra subito il meccanismo a eliminazione (vedi Otto scrittori) della «macabra competizione», che porta con sé un parco giochi iniziale di trenta personaggi, da schizzare tramite fissazioni, elenchi, esagerazioni di caratteristiche (tra i più simpatici spicca sicuramente l’onanista estremo Brodo), sempre seguendo l'importanza decisiva dell'infanzia e dell'adolescenza. Tutto parte e si srotola necessariamente a partire dalla scuola, dai tempi quando 'ci si chiamava per cognome'. E che nella classe III A del liceo Berchet di Milano (ovviamente dell'anno che prevede la maggioranza di nati nel 1955, come Michele) ci sia una Elisabetta Bathory, discendente della nobildonna ungherese del Cinquecento che la tradizione vuole ‘Contessa Dracula’ colpevole di orrendi delitti di sangue per cercare l’eterna giovinezza, fornisce subito l’immancabile componente gotica. La comica e ossessiva precisione dei dati (indirizzi completi delle abitazioni di ognuno, date puntuali delle cene, luoghi delle morti e modalità dei funerali) fornisce anche una specie di mappatura di Milano, che diventa un personaggio importante, ritratto a sua volta con piccoli tocchi, come per gli ex compagni di scuola che invecchiano. Ad esempio: «zona parco Ravizza, dove a bei tempi c’erano i travestiti e dove adesso imperversano gli orrendi bocconiani». Molte passioni di Mari vengono distribuite qua e là: a un collezionista di fumetti e film, una professoressa di lettura polacca che cita Gombrowicz, due (almeno) tifosi del Milan… La frase più citabile, sfornata già pronta per il quaderno di detti "mariani", è questa: «non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro.» Ma non va dimenticato che è collocata in un contesto che già dissacra la tentazione di farne un aforisma: «Rivadeneyra indugiò un istante fra compassione e dileggio, poi, con fare pontificale, pose fine agli sproloqui sentenziando che non si sfugge al passato...» ecc. Ecco. Ovviamente non si può dire come va a finire il meccanismo. Di anno in anno, di decennio in decennio tra morti accidentali, malattie, suicidi, omicidi, nonché macumbe, procede inarrestabile la macchina che «li modulava e li ossessionava; con la differenza che c’è chi l’ossessione la cavalca e chi invece se ne fa travolgere.» Ma poi? Nonostante tutti gli indizi lasciati probabilmente riesce a stupire la soluzione conclusiva. Non tanto il chi; proprio il come. Intanto la moderata delusione iniziale è evaporata.
Anche per un fan assoluto è sempre difficile e opinabile provare a classificare i libri di Michele Mari, distinguere fra opere d’impronta più apertamente autobiografica (Leggenda privata o Locus Desperatus) e scritti di autentica fiction (La stiva e l’abisso, Roderick Duddle). Si è tentati di attribuire “I convitati di pietra” a quest’ultima tipologia, ma sarebbe un errore, perché dietro a un’ipotesi (geniale) di fantasia e nonostante la presenza di episodi di inedita ferocia e capitoli ambientati in un quarto di secolo nel futuro, affiorano evidenti riferimenti che riconducono alle tematiche ma anche alla biografia dell’autore.
In prima evidenza sono comuni allo scrittore l’anno di nascita della quasi totalità dei personaggi del romanzo (1955) e il liceo che li unisce (Berchet di Milano), elemento basilare nell’economia del romanzo, ripreso dalla litania dell’appello della IIIa A scandito in ordine alfabetico (“Bathory, Brancicalievore, Brodo, Brusaglia…”) di cui ognuno di noi, a modo suo, serba personale ricordo anche dopo decenni (“Amorati, Badini, Baldini, Blesio…” è la mia, parimenti IIIa A, ma del corrispettivo liceo classico bolognese con cognomi molto meno avventurosi rispetto a quelli, veri o inventati non so, di Michele Mari!)
Ma, pur disseminati nell’attribuzione a diversi caratteri, ritroviamo anche il collezionismo, l’amore maniacale per i fumetti, per il Milan, la passione citazionista per il cinema specie degli anni ’60-’80, la maniacale tassonomia corredata di dettagli degli indirizzi milanesi e tanti altri tic che è divertente decifrare.
In realtà l’ho presa alla larga perché l’essenza del romanzo è più intimamente perturbante, una parabola che vede una trentina di persone di estrazione alto borghese catturate da un ingranaggio spietato, nato come una bravata e che diviene un’ossessione in grado di indurre, a partire dai più fragili e dai più cinici ma senza di fatto escludere nessuno, ad azioni autolesioniste, di sopraffazione,spregevoli o addirittura omicide.
Dietro la patina di una collettività legata da indelebili rituali e ricordi comuni, la IIIa A si rivela un perverso microcosmo del genere umano dove emergono, favorite da oggettive differenze di ceto ma messe in risalto dall’incalzare inesorabile della vecchiaia, le antiche ruggini in forma di gelosie, passioni, antipatie, crudeli rapporti di forza, rivalità e risentimenti talmente tenaci da resistere per mezzo secolo.
Ma proprio quando le ossessioni e la brutalità sembrano avere preso il sopravvento e avviare il racconto verso un disastro senza scampo, nell’ultima parte Mari avvolge i suoi personaggi (superstiti) in una malinconica dolcezza, un sorprendente affettuoso risveglio dell’antico legame velato di solidale pietà che commuove il lettore. [Rileggendo mi accorgo di aver tralasciato la forte componente umoristica che pervade il romanzo, tesa a stemperare nel grottesco e nella parodia i passaggi più forti e a riportare il racconto nell’ambito di una commedia umana tragicomica e incalzante nella progressione implacabile delle cene/anniversario]
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In una intervista alla radio Michele Mari ha dichiarato di aver iniziato a scrivere questa storia come divertimento personale poi trama e personaggi hanno preso la mano ed è diventata questa commedia nera su una riffa della vita o meglio della morte. Nel 1974 una terza liceo classico milanese, trenta alunni, alla cena post maturità decide di istituire una riffa singolare: ognuno annualmente verserà una quota da destinare a un fondo di investimento che verrà liquidato in futuro agli ultimi tre che saranno ancora in vita. Goliardia o sbruffoneria, sfida al destino o altro, ogni anno si ritroveranno a cena lo stesso giorno per celebrare la riffa della vita. Mari racconta con uno stile asciutto, seguendo una sorta di schema: cena dove ognuno si chiama ancora per nome come a scuola -Bathory, Brodo, Coppo, Mascolo, Migliavacca, Rivadeneyra. Semprini... - e da un certo anno in avanti il punto delle rispettive malattie; gli eventi relativi ai partecipanti con le singole dipartite e il dettaglio dei relativi funerali citando vie, orari e alunni presenti. La gara passati i cinquanta diventa un esorcizzare la morte, un ossessione che porta a galla vecchi rancori: dalle innocue macumbe si passa all'istigazione al suicidio, a tramare vendette e a commissionare omicidi. Poi mano a mano che il numero si assottiglia e ci si avvicina alla fine subentra la calma della consapevolezza: chiunque vinca sarà probabilmente ultra novantenne e avrà poco tempo per godersi la vincita diventata cospicua... Il ritmo rallenta, c'è spazio per l'amicizia sincera in un malinconico viale del tramonto. Nel corso del tempo gli alunni non sono più solo cognomi, ma persone con una personalità definita, alcune curiose come la misteriosa Bathory, discendente di quella nobile ungherese che si nutriva di sangue umano per restare giovane (e venne murata viva) o Brodo, il campione dell'atto mancato, il re delle performance solitarie di fronte allo schermo, lo schiavetto per elezione in una vita a senso unico. Infine Semprini il collezionista di fumetti di ogni epoca vuole scrivere una monumentale retrospettiva sulla carriera e i film di Gene Hackman, un omaggio all'attore scomparso in tragiche circostanze nel 2025: una passione, un progetto importante aiuta ad allungare la vita... Un romanzo intrigante che inizia quando si ha tutta la vita davanti e la giovinezza è il vero premio e finisce malinconicamente nel futuro. Mari, che guarda caso è dello stesso anno, è il trentunesimo alunno e me lo immagino attento osservatore, sempre un po' in disparte, quello bravo e un po' secchione, che scrivendo questa storia ha preso spunto dai vecchi compagni... Tre stelle e mezzo.
La vera calamita di questo romanzo per me è stato il meccanismo narrativo, un lento gioco al massacro in cui tutti sono contro tutti più per ideale e per naturale predisposizione all'agonismo che per un vero premio, che rimane lontano e quasi intangibile in fondo al percorso (per quanto evocato ossessivamente). Mari gestisce perfettamente e dona riconoscibilità e personalità ai 30+ personaggi senza far perdere il lettore. Unico limite, forse, è che alla lunga il meccanismo risulta ripetitivo e mancano altri guizzi di originalità o colpi di scena, benché il finale riesca a dare un degno coronamento a tutta la vicenda.
Primo libro del 2026 e primo Mari che leggo. Il libro mi è piaciuto ed è una lettura ottima per iniziare l'anno essendo questo un libro leggero ma non banale. La scrittura di Mari è più nelle mie corde di quanto pensassi, si fa leggere piacevolmente, e la storia è godibilissima. Spunto di trama e sviluppo interessante per parlare della morte in maniera scanzonata e grottesca. Esaspera forse un po' troppo alcune ossessioni dei personaggi allungando un filo troppo il Brodo (non a caso con la maiuscola coff coff) ma alla fine per il tipo di commedia grottesca che vuole essere funziona. Sarebbero forse tre stelle e mezzo, o tre quarti, ma arrotondo per eccesso dai. Devo recuperare altro di Mari!
La prima cosa che emerge nel leggere “I convitati di pietra” di Michele Mari è che lui si sia divertito moltissimo a scriverlo!
Un romanzo commosso e giocoso, un prisma narrativo che trasforma un patto apparentemente innocente tra ex compagni di liceo in un ingranaggio spietato di amicizia, avidità, rancori sopiti e riflessioni sulla vita e sulla morte.
Ambientato a partire dal 22 luglio 1975, quando gli alunni della III A del Liceo Berchet di Milano festeggiano il primo anniversario della maturità stipulando un “accordo di sangue e denaro”:
“Il principio peraltro era molto semplice: ognuno di loro avrebbe versato ogni anno una certa cifra (non alta ma nemmeno irrisoria), e il capitale sarebbe stato investito presso una banca, anno dopo anno per trenta nuove infusioni all’anno e riconvergendo gli interessi (composti) nell’investimento, in modo da generare, in quarant’anni e oltre, fino al mezzo secolo su su fino all’età dei piú longevi, un’autentica fortuna”
Con la costituzione di questo fondo annuale (destinato agli ultimi tre sopravvissuti della classe), il libro segue le conseguenze di questa scommessa macabra nel corso degli anni, intrecciando destini, amori nascosti, tentativi di omicidio e un umorismo nero che sfiora l’epopea goliardica ed esistenziale.
Michele Mari, con una prosa piana ma perfida, stratificata e densa di elementi extra-letterari, esplora la fragilità umana, il peso del tempo e la possibilità di un amore “felice” in extremis, offrendo un disegno inquietante del mondo reale attraverso la finzione, attraverso anche un tributo a Gene Hackman e alla sua tragica scomparsa.
Definito uno dei suoi libri più personali e felici, il romanzo bilancia toni comici e tragici, confermando il talento del grande Michele Mari nel sorprendere e nel non ripetersi mai.
“Lui si aggirava tra i suoi fumetti e i suoi film, che occupavano tutte le librerie e scaffalature della casa oltre a formare pile e colonne in ogni angolo delle stanze e lungo il corridoio. Se rivedeva un film con Gene Hackman andava a colpo sicuro su determinate scene, in ogni caso saltando le sequenze in cui lui non appariva.”
A mio avviso, non il migliore Mari, ma a suo modo, geniale e sempre disinvoltissimo nel gestire il lessico piegandolo ai suoi lazzi, forse il motivo principale per cui continuerò sempre, a leggerlo volentieri.
“Per quanto ci ripensassero e ne discutessero insieme, non riuscirono mai a stabilire chi avesse avuto l’idea. Per un certo periodo si pensò alla Migliavacca, che pur lusingata si premurò di negare, rivelando di averne sentito parlare da Rivadeneyra, il quale a sua volta fece i nomi di Fustigati e di Brodo, non ricordava però quale dei due: peccato che, in merito, Fustigati protrudesse le labbra nella posa del nesci, e Brodo indicasse prima la De Cruce poi Testaviva poi la Sancio, per ammettere alla fine di essere andato a caso. Naturalmente in proposito ognuno aveva le proprie idee, che teneva per sé come un pegno segreto o al massimo condivideva con uno o due interlocutori, piú che altro per vedere come reagivano alla suggestione. Ma il fatto decisivo era che nessuno, nemmeno velatamente, reclamò mai il merito dell’invenzione, come se quello che tutti avevano condiviso fosse stato concepito simultaneamente nella testa di tutti e trenta loro. Tanta modestia, tuttavia, non aveva nulla di nobile: al contrario corrispondeva all’imbarazzo che ciascuno provava dentro di sé, e in misura crescente con il passare degli anni, nei confronti di un progetto che, salutato inizialmente come una trovata tanto geniale quanto divertente (oltre che, andava da sé, come prova di un’intelligenza superiore), era destinato, anno dopo anno, a rivelare la propria disumana spietatezza.”
E questo è solo l’incipit. L’umorismo macabro di Michele Mari colpisce ancora.
Ero tentata di mettere 4, ma le ultime 20 pagine sono state un po’ pesanti.
È stata una sorpresa: dopo aver tentato di leggere Locus Desperatus, credevo che questo autore scrivesse con l’intenzione di non essere letto. Invece, in questo nuovo tentativo, ho trovato una storia paradossale, lugubre, morbosa ma anche molto coinvolgente. Michele Mari è sicuramente un virtuoso: conosce le parole, sa come usarle e non si tira indietro nel dare al suo stile di scrittura un tratto bizzarro e raffinato che gli dà sicuramente una meritata aura intellettuale, ma che trasuda qua e là un poco velato snobismo.
Di sicuro, deve essere un fan sfegatato di Gene Hackman, e forse i riferimenti a lui e ai suoi film erano diventati un po’ eccessivi verso il finale del libro.
A qualche giorno dalla fine della lettura continuo a pensare a questo libro, che non è affatto male, un libro da 3,5 direi. Michele Mari scrive più semplice del solito, per dirla brutalmente. La storia è facile facile, quello che resta è la caratterizzazione dei protagonisti, della loro miseria, di questa fissazione per un traguardo che cercheranno di raggiungere per 70 anni. Ne resterà solo uno, ma questo non è uno spoiler, è praticamente l'inizio della storia. È un libro che regalerei a Natale perché tutti abbiamo avuto dei compagni di classe e immaginarseli attorno al tavolo per l'anniversario della cena del diploma, mentre invecchiano pieni di acciacchi e fissazioni, è davvero divertente.
Il 22 luglio di ogni anno i trenta ex compagni di classe della IIIA del Liceo classico Berchet si ritrovano tutti assieme per una cena in un ristorante di Milano. Hanno iniziato a farlo nel 1975, l'anno successivo alla Maturità: l'incontro annuale è anche l'occasione per rinnovare un impegno reciproco - una proposta condivisa di cui nessuno ricorda la precisa paternità - , quello per ciascuno di loro di versare ogni anno una cifra che pian piano costituirà un capitale comune. Con il trascorrere degli anni, il patrimonio investito diventa di non trascurabile entità. A chi o a cosa servirà questa enorme fortuna? L'accordo stabilisce che la raccolta e relativa spartizione - una vera e propria riffa - terminerà quando saranno rimasti in vita soltanto tre compagni di classe, e a quel punto i superstiti potranno suddividere tra loro il montepremi, e goderne a loro piacimento nella parte restante dei loro giorni. Prima di leggere il libro provate ad immaginare a cosa può dar luogo un meccanismo (perverso) di questo tipo: preparatevi, perché fra le righe troverete di tutto, thriller e horror inclusi. Un accordo di sangue e denaro che porterà il lettore fino al 2053, in una corsa verso l'ignoto lunga tre quarti di secolo. Con vivace scrittura e lucida abilità nel condurre l'intreccio, un settantenne Michele Mari in gran spolvero stuzzica - e un po' tormenta - il lettore con le sue ossessioni di sempre, che ruotano attorno a temi come la memoria, gli oggetti custodi di anime e vita, il confine labile tra realtà e invenzione: con la sensibilità della sua (ben nota) nevrosi esistenziale, ci conduce a precipizio nelle vite intrecciate di questi "magnifici trenta". I suoi personaggi sono poco descritti nelle loro singole vicissitudini, ma esistono in quanto parte di quella classe di liceo (viene il dubbio che Mari da quel liceo non sia uscito mai...), manifestandosi con tratti personali solipsistici, ossessivi, maniacali.
In ogni libro di Mari c'è un "tormentone", che sia l'infanzia con i suoi scrittori, o la famiglia o il servizio militare o il gotico-horror...in questo libro ha messo fumetti a palate e una venerazione totale per Gene Hackman (morto lo scorso febbraio), attore così prolifico che ben si è prestato alla compilazione di liste infinite e relativi, circostanziatissimi, commenti. E poi Milano, Milano a profusione, in ogni sua strada e chiesa, sempre più ossessione per l'autore, che da qualche anno non ci abita più. Bel libro, leggetelo!
Ero molto curiosa di leggere quest’ultimo libro di Michele Mari che, almeno nelle premesse, prometteva di essere estremamente diverso da quelli che avevo letto in precedenza. Alla base della narrazione c’è un gruppo di maturandi, la III A, che nel luglio del 1975 comincia una riffa mortale: gli ultimi tre a rimanere in vita si troveranno in mano un’enorme fortuna, frutto di quote annuali versate dai compagni e investite da uno di loro, Rivandeyra. Anziché avventurarsi a sondare le oscure profondità dell’animo umano, Mari presenta una galleria di individui dai nomi parlanti e definiti da pochi caratteri significativi, che nell’arco di circa settant��anni affrontano avventure sempre più grottesche, coinvolti in un gioco che condiziona irrimediabilmente le loro vite, possibilmente con un sottotono magico/superstizioso. Il finale, decisamente inaspettato, controbilancia con un po’ di buoni sentimenti grazie all la tenera storia d’amore tra Elisabetta Bathory e il più grande e longevo biografo di Gene Hackman, il mitico Lothar Semprini, un patito di fumetti che racchiude in sé il meglio dei personaggi di Mari.
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Credo si sia divertito lui a scriverlo più di quanto possa provare piacere il lettore a leggerlo. Libro abbastanza inutile. Lo finisci e dici "avrei potuto spendere meglio il mio tempo". Non metto solo una stella perché in effetti l'ho letto tutto per sapere come andava a finire, per l'idea interessante alla base del libro (la riffa), per alcune trovate come (spoiler) la vicinanza tra i tre superstiti che finiscono assieme gli ultimi anni, scoprendo che quello è il vero tesoro (desiderano morire penultimi, dice l'autore). Ho trovato inutilmente pesanti le parti enciclopediche, come tutta la filmografia dell'attore Gene H., le date di nascita e morte delle persone citate (urbanisti, doppiatori, ecc...), la tipografia di Milano (per un non milanese decisamente inutile). Piattissima la rappresentazione dei personaggi, ridotte a macchiette (forse perché così ci si conosce al liceo, come figure invece che come persone). Un libro che...bah
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Dio mio, che due palle! Una storia potenzialmente intrigante resa una lagna infinita, senza suddivisione in capitoli, senza dialoghi; un narratore onnisciente soporifero, una scrittura in terza persona didascalica e priva di pathos. Zero emozioni, zero introspezione, decine di personaggi che si confondono tra loro, di cui sappiamo quasi solo i nomi e poco altro. Un testo soffocante. È davvero un peccato perché l’idea alla base è bella. Lo stile è artificioso, pomposo, inutilmente retorico e autocompiacente, per nulla adatto a una trama “semplice” come questa. Ho saltato un sacco di pagine e, arrivato alla fine, questo racconto, che avrebbe potuto lasciarmi tanto, mi ha lasciato solo una grande delusione. L’autore prova a essere divertente, comico, ma, per quanto mi riguarda, non ci riesce affatto. Quel poco di interessante che c’è è sovrastato dalla noia. Per non parlare di pagine e pagine dedicate a registi e fumetti che, boh, capisco piacciano a Mari, ma che c’entrano con questo testo? Per carità, sa scrivere benissimo. Questo romanzetto è semmai un compitino, un esercizio di stile, encomiabile da questo punto di vista, ma pessimo se bisogna valutare la sua capacità di rendere su carta una storia. Un’occasione davvero sprecata.
"Una famiglia divertente e bizzarra, scoppiettante, a suo modo erotica e insieme drammatica: la III A."
Colpita da una sinossi così originale e brillante, ho cominciato questo romanzo carica di aspettative - che, per fortuna, non sono state deluse. Certo, l'esito è scontato: moriranno tutti e "non rimarrà nessuno" (semicit.); il bello è scoprire come, quando e soprattutto chi. Si viene risucchiati in un turbinio di nomi e di informazioni tra cui inizialmente non è semplice farsi strada, ma che diventano sempre più chiare man mano che si procede. Tutto merito delle peculiarità dei singoli personaggi, che li rendono inconfondibili a dispetto della loro numerosità. Peraltro, al di là delle specifiche idiosincrasie, essi sono accomunati da passioni che contraddistinguono l'intero genere umano, come la brama di denaro e la libidine sfrenata, la smania di potere e la volontà di prevaricazione. Sono portate all'eccesso, è vero, ma ciò non impedisce al lettore di riconoscersi in esse, fino ad arrivare a condividere persino i pensieri più oscuri degli alunni della III A. Tra complotti, connivenze segrete e persino omicidi, "I convitati di pietra", se scritto diversamente, sarebbe potuto essere un grande thriller. Michele Mari sceglie invece un tono più leggero, inteso a mettere in ridicolo gli attori della vicenda narrata, piuttosto che esprimere un giudizio di condanna nei loro confronti. Anche perché, se così fosse stato, la condanna sarebbe stata rivolta ad ognuno di noi.
"Non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro."
***
Completamente stravolta da questo libro (4,5 stelle nonostante le imperfezioni, perché proprio non riesco a togliermelo dalla testa), ho sentito la forte esigenza di leggere altro di Michele Mari. Sfortunatamente, però, non ho trovato nessuna trama che mi attraesse particolarmente, se non quella di "Io venía pien d'angoscia a rimirarti". Da prof. di italiano, nonché grande fan di Leopardi, non potevo lasciarmi sfuggire questa prospettiva innovativa sulla sua poetica, qui spiegata attraverso un sillogismo molto singolare. Se la felicità è propria di bambini e antichi in virtù della loro vicinanza alla Natura, cosa c'è di più vicino ad essa dell'uomo Ho molto apprezzato anche il linguaggio arcaico usato, che stranamente non compromette il grado di attenzione del lettore. Con questo eccellente esercizio di mimesi, Mari mi ha nuovamente rapito, anche se avrei gradito una storia (e anche un finale) più estesi.
"L'uomo è la propria paura; se potrà attraversarla, se potrà viaggiare dentro di essa come in un paese straniero, allora quella paura sarà più bella, ed ei potrà riguardarla come una favola, o una animata pittura."
Chiudiamo il 2025 con una lettura davvero sorprendente. Michele Mari crea in questo libro un piccolo microcosmo, suscitando delle suggestioni mutevoli e delicate. I personaggi, inseriti in una cornice grottesca-inquietante, rivelano la propria umanità, crudele, affilata ma anche empatica (soprattutto andando avanti con l'età). La scrittura è alta e ricercata, forse troppo citazionista, ma questo identifica lo stile dell'autore. Da leggere.
La prima lettura dell'anno riguarda Michele Mari, un autore a me finora sconosciuto, grazie ad un inaspettato regalo natalizio.
Che dire? L'idea è avvincente e macabra, nel contempo: il 22 luglio 1975 gli alunni della III A di un liceo milanese, reduci dalla maturità, decidono di realizzare una riffa, impegnando ogni anno a venire, dal 1975 fino alla loro morte, una cospicua somma di denaro che verrà incassata e divisa dai tre superstiti, chissà in che anno. Andando avanti nel tempo, si arriva fino a ben oltre il 2050, che vedrà i protagonisti invecchiare e interagire fra loro, estremamente condizionati da questa somma, sempre più vertiginosa.
I protagonisti sono diversissimi, com'è ovvio e più o meno tutti legati fra loro dal responso finale in merito alla riffa: chi la vuole, chi no, chi progetta, chi odia e chi rivendica, fino a sfociare negli omicidi diretti e commissionati, su limando vendette e frustrazioni.
Leggendo, ho avvertito una sensazione che richiamava l'idea di un Ammaniti che non ce l'ha fatta, meno arguto e tagliente e un po' confusivo, a tratti.
La parte finale, contrariamente al suo intero sviluppo, è dolce e surreale.
Divertente l'accanimento di uno dei protagonisti sull'agiografia di Gene Hackman, così come il finto Parkinson di un altro, appassionato onanista.
Un romanzo senza dubbio interessante ma non del tutto riuscito.
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Quando a Squid Game ci gioca la tua classe del liceo.
Mari qui abbandona il manierismo linguistico à la Gadda o Manganelli e si concentra sulla trama. E forse proprio per questo non mi ha convinto. Ad ogni modo, l'intreccio è semplice: a partire dalla maturità, gli alunni della III A versano una quota annuale in un fondo comune che, con accumulo degli interessi, in futuro si spartiranno gli ultimi tre compagni rimasti in vita. Nell'arco di anni, decenni e lustri, il gioco a eliminazione progressiva si fa sempre più serio, tra scommesse, omicidi e macumbe. Ma, stranezza dopo stranezza, l'ironia dissacrante si depotenzia e il finale sembra sussurrato rispetto alla carica delle prime pagine. Il libro resta una lettura davvero godibile, ma non imperdibile.
Vale sempre la pena di leggere un libro di Mari, anche solo per la sua scrittura incredibilmente affilata e ossessiva. In questo libro, l’attenzione al dettaglio e i continui riferimenti a vari ambiti artistici, alti e non, hanno un che di maniacale ma sempre stemperato da una nota di assurdo, dissacrante. L’impianto narrativo, però, funziona solo in parte. Per tutta la prima parte del libro, il lettore si perde in un’alluvione di nomi, intrecci e dati. Tanto l’individualità dei membri della classe, quanto le loro relazioni tenute assieme dalla macabra scommessa alla base del libro, sono difficilmente intellegibili. Solo dopo un po’ - dopo diverse morti - alcune figure riescono ad emergere e la narrazione, che ruota attorno all’assurdità loro e dei loro rapporti, diviene realmente interessante.
Un po' battle royale ma senza violenza fisica efferata. Mi garbava molto il concetto e anche i ragionamenti che ne potrebbero venire fuori ma mi annoia che sia tutto personaggi e meno trama. Peccato per me :(
Un'idea geniale per parlare in tono comico e grottesco dell'umana nequizia. Divertente, dissacrante, inaspettatamente dolce per certi versi, ma soprattutto scritto da dio. Michele Mari ci rivedremo presto 🔥