Ciò che è perduto è sulla Luna ricreato. Dal tempo trascorso alla salute consumata, dagli imperi scomparsi alle scoperte dimenticate, tutto ciò che il tempo o la fortuna sottraggono all’uomo sulla Terra qui ricompare sotto altra forma.
I ricordi del paladino Astolfo sono però smarriti al pari delle cose dimenticate dagli uomini. È senza memorie che esce da un pozzo nella valle lunare, alla ricerca del lume della ragione di qualcuno di rilevante. Una sensazione di pericolo, anzi autentico terrore, gli stringe le viscere… come se fosse già stato lì.
È San Giovanni a guidarlo nelle tenebre della Luna e della sua mente: deve recuperare il senno perduto del campione Orlando di Francia, affinché Carlo Magno possa vincere la guerra contro i Mori. Un obiettivo degno di un cavaliere e, proprio per questo, irto di ostacoli. Nove prodi lo attendono alla volta di nove portali, ognuno per ogni grande virtù perduta sulla Terra. Nove virtù che Astolfo deve ottenere per recuperare il senno di Orlando.
Sicuro della propria riuscita, voluta da Dio e da Carlo Magno, Astolfo si addentra nella valle dove le cose perdute sono ricreate. Ma la discesa è un viaggio che sfida confini ben più labili della semplice forza d’arme, dove un re tiranno sembra plasmare le leggi di questo mondo al punto da sfidare non solo chi ci abita, ma il Creatore stesso. Preda di ricordi fumosi e memorie apparentemente non sue, Astolfo lo imparerà presto a sue spese. Del resto, giunto alla prima prova, ritrova memoria di tutte le morti precedenti… e del fatto che non è mai riuscito a passare oltre il primo portale.
lo ammetto: questo romanzo non rientra nella mia comfort zone. Non amo le storie che presentano troppi combattimenti, e in genere le atmosfere così cupe e dark non mi attirano.
Quasi per sfida personale, ho deciso di iniziarlo e... che dire? Non sono mai stata così felice di uscire dalla mia zona di comfort!
Questo romanzo è sinceramente spettacolare, una perla davvero rara da trovare in libreria. La trama è coraggiosa e mai scontata, la scrittura è immersiva e ricca, e il protagonista mi è piaciuto tantissimo!
Ho amato le discussioni religiose ed etiche tra i personaggi, si vede che l'autore è molto ferrato in materia e ci tiene a scrivere una storia godibile su molteplici livelli.
Curiosamente mi sono trovato ad affrontare storie con uno stesso concept contemporaneamente. Re: Zero, Gnosia, Il senno perduto. Due anime e un romanzo, tutti e tre che partono da un protagonista che può rinascere e dunque rivivere all'infinito le sue vicende per agire ogni volta diversamente e, se possibile, con risultati migliori.
Re: Zero lo fa in modo sublime. Gnosia lo fa in modo vomitevole. E Il senno perduto?
Per quanto mi riguarda si colloca nel mezzo tra questi due estremi. Forse anche perché poi l'autore ha aggiunto molto al concept che va a pesare sul giudizio, e la vicenda diventa presto non semplicemente un ripetersi degli stessi eventi fino al superamento delle prove. Comunque, anche quando gli eventi si ripetono, la noia rimane lontana. Direi che in generale, con l'eccezione della sequenza finale, che ho trovato un po' pesante e spiegherò perché, il resto fluisce molto facilmente.
Oltre alla scrittura scorrevole, devo lodare le atmosfere del romanzo: cupe e weird, veramente ben realizzate. Sono rimasto quasi dispiaciuto che alla fine ricevessero una spiegazione sensata. Mi sarei accontentato anche di qualcosa di più vago (nel momento in cui si tirano a mezzo i multiversi, va bene tutto), che mantenesse questa weirdness, perché davvero funziona molto bene.
Tra l'altro l'autore è riuscito a prendere una morale che di fondo è bianca e nera e a calarla in un contesto dark fantasy senza che questo aspetto perdesse di efficacia, che non è facile né banale. Anche perché, per quanto l'effetto Re: Zero sia poco, gli eventi seguono sempre (più o meno) uno stesso schema, e il rischio di nove prove uguali è parecchio. Questo chiaramente avrebbe disteso molto l'atmosfera dark (di fatto è chiaro che il protagonista alla fine arriverà alla fine delle prove vittoriose). Nonostante questo, il romanzo non lascia per strada l'interesse del lettore, ed è questa la ragione per cui mi ci sono voluti pochi giorni per leggerlo.
Nonostante questi pregi, ci sono cose che non sono riuscito ad apprezzare. Il problema principale è che ho avuto l'impressione che il romanzo volesse a tutti i costi essere profondo, incredibilmente profondo, proprio tanto profondissimo che cioè mica è stato scritto così a caso l'autore ci ha pensato con tutto se stesso! E questo costituisce quando va bene un limite, quando va male un difetto.
Un limite quando devi leggerti gli interventi della Voce, in cui in pratica il narratore onnisciente commenta gli eventi facendo riferimento a tutte le cose cui si è ispirato, perché l'autore si è documentato eh, e ha studiato a pacchi prima di tirare fuori certe idee. E ci sta, anzi, è apprezzabile, anzi meno male che ho lo ha fatto, il punto è che trovo molto poco elegante che sia sbattuto in faccia al lettore durante la lettura. Immaginate che state leggendo Oathbringer: Dalinar ha trovato la forza di combattere Odium e ha pronunciato il Terzo Ideale. Nella sua testa rimbomba la voce Unite them, lui unisce le mani, ne sgorga un fiotto di luce ed ecco, tre Reami combinati insieme...
...ma la narrazione si interrompe perché Hoid spiega che il Reame Spirituale prende ispirazione dall'Iperuranio platonico e dagli archetipi di Jung. Mmmm boh? Anche no? Anche chissenefrega? Perché lo sto leggendo e perché lo sto leggendo qui?
Documentarsi è sacrosanto, informarne il lettore no.
(A questo proposito, non è che Sanderson sia immune a cose di questo genere. In Frugal Wizard ci tiene proprio a far vedere che si è documentato sul periodo in cui ha ambientato il romanzo. Per dire: capita anche ai migliori).
Un difetto quando il romanzo vorrebbe spacciare per profonde delle verità che, stringi stringi, non sono niente di particolarmente complesso. Un esempio: la faccenda delle gigantesse. A parte che secondo me il dilemma etico lì è ben poco: queste gigantesse sono più o meno costrette a mangiare i propri figli, mica lo fanno per divertimento o per crudeltà. Comunque, anche ammesso che esista, la conclusione a cui arriva Astolfo, cioè che delle mani possono essere indegne di ricevere un dono troppo prezioso ma questo non le sminuisce, significa, in soldoni, le intenzioni contano più dei fatti. Che non mi sembra una verità filosoficamente così facilmente sostenibile, né particolarmente consolatoria, né particolarmente problematizzata.
E come posso non citare il dibattito teologico? Che ho trovato molto molto pigro. Intanto perché tutte le argomentazioni proposte sono tratte paro paro dalla Summa theologiae di Tommaso D'Aquino e ok, ci sta, ma si può provare ad adattarle, o quantomeno a riproporle in una chiave diversa e più personale per i personaggi o più immersa nel worldbuilding. Cioè così sembra proprio la lezioncina ripresa dal libro delle superiori e messa in bocca ai personaggi. Inoltre spesso la controargomentazione non è particolarmente valida. Prendiamo il primo tema: se al mondo esistono causa ed effetto, allora ci deve essere una causa prima. Si tratta di una delle cinque vie di Tommaso, se non mi sbaglio. La risposta di Fede, interlocutore del protagonista, è in pratica il rasoio di Occam. Una causa prima non ha ragione di essere postulata e farlo è solo un'esigenza di Astolfo, una sua incapacità di accettare come stanno le cose, un suo limite. Al che Astolfo replica che no, è un limite di Fede il non voler andare oltre le singole cause. E Fede si dichiara confutato! In realtà Astolfo non ha confutato un bel niente.
Parliamo del finale. Onestamente non ho apprezzato la svolta psicologica, non perché l'idea non mi piaccia di per sé (anzi, mi piace molto) ma perché ho trovato che faccia perdere alla storia, invece di farle guadagnare. Credo che dire questo mondo è una simulazione funzioni solo in due casi: 1) quando la storia finisce o 2) quando continua ma il mondo reale è più interessante della simulazione. In questo caso il mondo reale non è più interessante, complice anche il fatto che il protagonista cambia. Ho seguito Astolfo per tutto il libro e alla fine per le ultime 50 pagine seguo un personaggio per cui non provo assolutamente nulla, perché non l'ho mai davvero conosciuto e le prove che ha superato non servono a niente.
O meglio: viene raccontato che servono, ma non viene mostrato. In teoria Astolfo dovrebbe aiutare Purnima a essere migliore nella realtà, ma questo non viene fatto vedere e anzi, una volta afferma pure di essere stata traumatizzata dagli eventi che ha vissuto come Astolfo (salvo poi contraddirsi poco dopo, dicendo di non essere traumatizzata). E, anche fidandoci del raccontato, comunque ci sono cose che non sono servite a nulla: A cosa è servito il dibattito teologico? In che modo visibile nel finale, o anche solo menzionato, Purnima è stata cambiata?
Senza contare che il romanzo dissemina delle aringhe rosse che rischiano pure di contraddire la storia. All'inizio sembra che Astolfo superi le prove senza meritarlo. Poi si convince che non sia del tutto vero, almeno per alcune prove, ma resta il dubbio che non sia così. Poi la faccenda viene totalmente dimenticata e alla fine si dice che Astolfo ha superato tutto splendidamente. Ma quindi? Andava bene o non andava bene?
Per chiudere, la scrittura di Bennasib non mi fa impazzire. Non si può dire che non sia efficace in generale, per cui in parte si tratta di puro gusto personale. Lui scrive ampolloso ed enfatico, io sono per uno stile asciutto ed essenziale. Quello che non funziona in modo un po' meno soggettivo sono le forzature dell'italiano. I verbi riflessivi che diventano intransitivi. Per esempio ci sono corde (mi pare) che sfilacciano invece che si sfilacciano. Ci sono verbi intransitivi che vengono usati come transitivi. Il verbo colare, ad esempio, viene usato come se significasse far colare. E così via. Non sono stato a prendere appunti, ma non raramente delle frasi sono grammaticalmente traballanti.
Quindi peccato, perché se la scrittura fosse stata più precisa, la trama fosse stata più solida anche a una seconda e a una terza occhiata e non solo a una prima e il personaggio fosse cambiato in modo più coerente, sarebbe stato un dark fantasy davvero notevole.
Il tema di questo romanzo mi ha incuriosito subito quindi l'ho acquistato quasi a scatola chiusa e non me ne sono pentita. Sono contenta di vedere che il livello del fantasy italiano continui a salire. Il viaggio di Astolfo mi ha accompagnata a tal punto che alla fine mi sembrava di conoscerlo, l'ho trovato lineare e con prove che ponevano la non facile sfida di evitare la ripetitività. Per quanto la narrazione fosse scorrevole, avrei preferito uno stile più asciutto. Mi rendo conto però che la scelta era obbligata essendo un'immersione in un personaggio di un certo stampo, un paladino che non poteva che raccontare le cose a suo modo. Alcuni snodi mi hanno lasciato qualche dubbio che però si può spiegare con il finale.
*SPOILER* Ho capito piuttosto presto che le avventure di Astolfo non erano davvero ciò che sembravano. Certi simboli, certi nomi, erano indizi piuttosto evidenti. Ad un certo punto ho indovinato di cosa si trattasse, anche se non avevo inquadrato la parte di Nima nella storia. Ecco, ammetto che il cambio di Pov quando tutto è diventato chiaro mi ha lasciato un po' di malinconia. Dopo tante pagine ti affezioni al personaggio e cambiare per seguire qualcuno che non hai davvero conosciuto mi ha spiazzato. Bella tutta la simbologia però mi sarebbe piaciuto che in qualche modo fosse Astolfo a concludere il viaggio. Al di là di questo, però, la storia resta notevole. Conto sicuramente di leggere altro di questo autore.
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Quando l'ho acquistato, non sapevo bene cosa aspettarmi, ma sono veramente felice di averlo letto! Non si tratta di un banale retelling de "L'Orlando furioso", bensì di un romanzo molto coraggioso che pende sì spunto dal poema cavalleresco, ma mira anche a essere molto altro.
Raramente si incontrano romanzi con un'anima così ben definita, e questo è proprio uno di quei casi: atmosfere folli, personaggi interessanti, trama accattivante... non si riesce a smettere di leggerlo e, finita la lettura, si ha l'impressione di aver davvero vissuto gli eventi narrati, per quanto folli.
Mi ha stupito molto lo stile di Bennasib, che avevo apprezzato per il suo minimalismo in Protocollo Uchronia: qui la penna è completamente diversa, molto più aulica, ma perfettamente in linea con l'atmosfera del romanzo e il suo richiamo ai poemi cavallereschi. Si vede che l'autore ha messo molto impegno nella scrittura di questo libro, sia per contenuto che per stile!
Chapeau! Non vedo l'ora di leggere altro di questo autore!
L'idea di trasformare l'opera di Ariosto in un'avventura souls-like mi aveva incuriosito da prima che cominciassi a leggere il Senno Perduto. Mi aspettavo boss torreggianti, pronti a menare quel poveretto di Astolfo come il Dio (o era il Re?) dei Ricordi comanda e non sono affatto rimasto deluso. Quello che invece non mi aspettavo (ma che conoscendo Nik avrei dovuto sospettare) è che non si tratta solo di un susseguirsi di sfide punitive. Il Senno è una vera e propria discesa nell'abisso, cioè nel pozzo, da cui Astolfo sbuca dopo ogni sua morte. Una storia epica che nasconde un percorso di introspezione profonda dove le anime (al plurale?) si troveranno a fronteggiare il più grande nemico di qualsiasi memoria perduta: Il trauma.
Un testo valido, appassionante, che sa far riflettere con uno stile solido e con una struttura originale. Un esperimento lunatico e perfettamente riuscito.