Gli italiani non sono un popolo di allenatori della Nazionale (in questo numero di COSE Spiegate bene parliamo anche di frasi fatte e luoghi comuni) ma di linguisti: d’altronde non c’è niente che venga insegnato loro a scuola così a lungo quanto l’italiano, e non c’è niente che venga esercitato quotidianamente con tanta intensità. Si può capire che tendiamo a essere presuntuosi, sulla conoscenza dell’italiano e dei suoi usi. I social network, poi, hanno dato spazio a ricchi dibattiti, confronti, riflessioni, anche sulle stesse parole di cui li affolliamo. C’erano insomma ottime ragioni per dedicare COSE Spiegate bene a storie e spiegazioni che riguardano il linguaggio, con approcci prudenti e indulgenti e con molta carne al fuoco (espressione figurata: anche di queste ne abbiamo tante). Parliamo della lingua delle intelligenze artificiali, di quella dei tribunali, di quelle inventate dal cinema e dalla letteratura. Ma anche del vituperato schwa, del latino che usiamo e dei suoi equivoci, e di parole ed espressioni come «movida», «piuttosto che», «cringe», e di certe che non si possono dire. Di come mai diciamo «pronto?» quando rispondiamo al telefono, e di quando smettere di dire «buongiorno» e iniziare a dire «buonasera». Ricordando che «le parole sono importanti», ma anche che «sono solo parole». Con testi di Stefano Bartezzaghi, Marco Cassini, Chiara Galeazzi, Ilaria Padovan e della redazione del Post. A cura del Post e di Nicola Sofri. Illustrazioni di Luca Cannizzo.
Libro abbastanza interessante, anche se secondo me, un pochino troppo dotto. Bello perché leggendolo si imparano molte cose sulle parole che usiamo ogni giorno, sui modi dire, sui latinismi che non tutti capiscono, sugli inglesi i spesso usati a sproposito. Si può scoprire da dove deriva il fatto di rispondere pronto alle telefonate, o si può parlare di schowa e inclusivismo, capire perché ci piacciono molto dei modi di dire oppure certe espressioni moderne come movida o altri luoghi comuni. Nel complesso scritto bene e consigliato.
Mentre mi godevo l’ultimo (l’ultimo? ho perso il conto) Cose Spiegate Bene del Post, pensavo a quante volte e in quanti contesti ho sentito la vertigine di un insieme di lettere o suoni.
“Ti ho dato la mia parola”, ed in effetti era lì, ad aspettarmi in aeroporto, a un orario improbabile e nonostante le mille cose da fare.
“Ma dì soltanto una parola”
“Le mie parole sono sassi / precisi e aguzzi, pronti da scagliare / Su facce vulnerabili e indifese (…) Sono andate a dormire / Sorprese da un dolore profondo che non mi riesce di spiegare / Fanno come gli pare, si perdono al buio per poi ritornare”
ma anche…
“Qui sul mio onore, smetterei di giocar con le parole / ma è un vizio antico e poi quando ci vuole per la battuta mi farei spellare”
E le parole che ci avete lasciato sopra un foglio di carta, e non sapete quanto siano importanti.
E quelle che ho pensato e non ho mai detto, quelle che ho detto senza pensare, quelle che ho scritto e poi ho buttato via, una volta persino bruciando un foglio a Barcola, davanti al mare, con la stupidirà romantica dei sedici anni, quando ogni gesto sembra definitivo e ogni azione catartica.
(e poi quelle dei post-it a colazione, i messaggi che sei arrivata, il senso dell’aspettarsi)
L’ultimo numero di Cose Spiegate Bene non è così emotivo, anzi. Con lo stile preciso che conosciamo noi lettori del Post e la commuovente volontà di spiegarsi, e di spiegare dopo essersi documentati, ti racconta perché diciamo OK, ti relaziona sui vari modi di dirsi Pronto al telefono, elenca le frasi comuni da cui stare giornalisticamente lontani, si spende su galateo, linguaggi di intelligenze artificiali e mille altre cose ancora. Si legge a pezzetti, adattissimo agli spostamenti metropolitani, ed è pure un piacere per gli occhi. Sarà anche per quello che mi ha smosso qualcosa dentro, chi può dirlo.
Un "Cose" particolarmente ricco e dotto, anzichenò! Le parole sono parte integrante di ciò che siamo, dalla cultura alla singola persona, dal nostro modo di fare scienza alle nostre trasformazioni sociali. Un libro che fa di tutto, dallo spiegare i significati e le origini di parole e frasi che diamo per scontate al ricordarci in cosa sbaglia la stampa nel parlare di femminicidio. dai falsi anglicismi a quelli fuori contesto, dal criptico rapporto tra il linguaggio giuridico ai latinismi più efferati -il tutto mentre esamina l'evoluzione del connubio tra l'evoluzione linguistica ed i nuovi media, e di come le nuove tecnologie di traduzione stiano aprendo la strada ad un futuro di ignoranza. Un volume, come sempre, scevro di facili qualunquismi, divertente ed analitico senza pesare sul lettore.