Rinchiuso in un bunker della città di *** Hugo Boll racconta a Karl Olsen la sua disfatta privata. Figlio visionario di un’aristocrazia in rovina, Hugo decide di dilapidare il patrimonio di famiglia per vendicarsi del padre appena deceduto. Sullo sfondo, i raptus della dilagante “febbre delle mutilazioni” e il Luogo, sottostruttura infernale che spinge la realtà verso il collasso.
Inizia una strage morale, una lotta contro i pilastri sacri su cui una società si fonda. Un uomo in fiamme, un’orgia familiare, un suicidio di massa: “Non ci sarà più tenerezza, senza abiezione”. Assistere a questo teatro delle crudeltà è l’unica via per stanare i bagliori di un’ipotetica salvezza.
Inaugura stanotte il secolo del bene è lo specchio di una contemporaneità incapace di assumersi il peso dei mali del mondo. Una radiografia del senso di colpa dell’umanità.
”Nel frattempo, sullo schermo, all'uomo in tuta arancione avevano davvero tagliato la testa. Tuttavia, nel locale non cambiò niente. Non c'erano stati bagni di sangue né titoli di coda. Solo giubilo da parte degli uomini in nero attorno al cadavere mozzato. Le persone continuarono a vociare instancabili. Poi partì la réclame di una crema corpo ad alto contenuto nutritivo. “Dovremmo chiedere un prestito, i tassi sono bassi ora”, aveva detto la moglie al marito, seduti di fianco a me. Eppure, quel servizio al TG era stato così osceno, così pornografico, che mi si presentarono le istanze di un'erezione inattesa. “Il soffione della doccia è rotto. Chiamerai qualcuno per aggiustarlo?”. Mi scoppiava la testa, Karl. E avevo il cazzo duro. Una decapitazione buttata lì, del tutto avulsa da ogni giudizio storico. Carne da macello mediatico. Pensai che il solo assistervi bastasse a prendere parte alla grande congiura ordita dalla contemporaneità per appiattire, livellare, depotenziare, uniformare un contenuto al seguente, le guerre e i genocidi ai sottaceti freschi e agli spazzolini elettrici: è questa, sì, la democrazia! “Guarda che piega! Abbiamo comprato proprio il miglior asciugacapelli in circolazione”. Piuttosto: bulimia. Grigiastra, stordente bulimia che fagocita e defeca - fagocita e defeca ad libitum - anche i sistemi cognitivi meglio intenzionati, proprio come fanno quelle poderose galoppate di culi negli hardcore che surclassano la libido sessuale, degradandola.”
È forse con la prima guerra del Golfo che è iniziata la spettacolarizzazione della guerra e l’assuefazione inesorabile alla violenza e alla morte che diventa il sottofondo asfissiante della nostra esistenza. Assuefazione che va di pari passo all’indifferenza verso il dolore degli altri, alla noia, alla narcosi, verso cui questa società capitalista e individualista spinge e che costringe a una ricerca di soddisfazione, di desiderio e piacere portata sempre più al limite estremo. Depressione, follia, violenza gratuita fino all’omicidio, autolesionismo sono diventati sempre più le risposte a questo male di vivere. Questo libro di Montisano racconta un po’ questa deriva, ”Non ci sarà più tenerezza, senza abiezione.”
Wojtek sta diventando una delle mie case editrici prefe, lo vedo dal fatto che ormai prendo i loro libri un po' sulla fiducia - come è successo in questo caso - e raramente (a pensarci bene mai, per ora) rimango deluso. Quello che salta all'occhio già dopo un paio di pagine di questo romanzo è che Montisano scrive bene, o perlomeno il suo stile, la sua scrittura materica (si può ancora scrivere materico oppure è già uno di quei termini inflazionati che cominciano a infastidire?), è roba che ti cola tutta addosso e tu ci sei dentro, coinvoltə. Non è un romanzo facile questo, nel senso che c'è poco di conciliante, anzi, a tratti è respingente come Hugo, il personaggio protagonista, che prende a picconate "i pilastri sacri su cui si fonda la società", così ben rappresentati dal defunto padre Marcel: c'è un mondo che va (auto)distruggendosi, e Hugo ci mette del suo a contribuire allo sfacelo, alla ricerca di un qualche spiraglio di luce che magari riesca a farsi strada tra le crepe dell'involucro di tenebra che racchiude la città di *** e i suoi abitanti. "Mutuamente separati, i corpi sono la forma più atroce di clausura. Il loro non è un limite né pubblico né privato. Tra l'esterno e l'interno, la materia assume il ruolo di una dogana invalicabile; gli esseri diventano frontalieri del sé: impediti, contenuti, e però prossimi gli uni agli altri." scrive Montisano con la voce del suo personaggio, riflettendo sui misteriosi suicidi causati dalla "febbre delle mutilazioni". Non vi dico altro, il resto sta a voi scoprirlo. Se avete voglia di qualcosa di intenso e magari siete stanchə di leggere Fabio Volo, allora procuratevi questo affascinante romanzo.
La mia esperienza di lettura sconta un po' la mia personale resistenza alle narrazioni distopiche e post apocalittiche e il loro innegabile inflazionamento. Al netto di ciò, Montisano confeziona un romanzo chiaro nel suo intento, univoco nel suo nichilismo, con l'utilizzo di una lingua alta anche e soprattutto nel dipingere la violenza e l'abiezione della fauna "post umana" di cui narra. Il tutto dà vita ad un romanzo cupissimo, dal tono glaciale, che nel mood mi ha rimandato a Il Grido di Luciano Funetta.