Sono tuttora incerta se scrivere un commento su questo libro; ho seguito saltuariamente, ma con curiosità e interesse, il blog dell’autrice, che si è più volte espressa contro chi scrive recensioni negative, con argomenti del tipo “la vita di un autore è già abbastanza difficile, i libri non si vendono, consigliate i libri che vi piacciono ai vostri amici, piuttosto che criticare quelli che non avete apprezzato: a qualcun altro piaceranno”. Fair enough; il problema è che a) a me piace confrontarmi con gli altri lettori di un libro, e leggere sia recensioni positive che negative; per di più b) mi ero ripromessa di scrivere qualcosa su goodreads per tutte le letture di questi mesi, nonché c) quando un libro mi delude e/o mi infastidisce non riesco a esimermi dal gridarlo dietro a chiunque mi capiti a tiro.
E “Angelize” mi ha veramente, veramente deluso.
L’idea generale non è peregrina, e per quel poco che ne so di urban fantasy è anche abbastanza originale; “angeli puri” freddi, crudeli, inumani, “mezzi angeli” prosaici e miseri che lottano per la sopravvivenza. Fin qui (e abbiamo finito la quarta di copertina) tutto bene; ma subito cominciano i problemi.
La trama è scarna, l’intreccio non raggiunge mai il livello di complessità che mi aspetto da un romanzo. Sembra di sentire l’influenza di altri media (film, anime, manga, musica, videogiochi); ma, anziché arricchire l’opera e renderla più originale, i riferimenti non fanno che metterne in risalto l’inadeguatezza come romanzo, e farmi rimpiangere tutto ciò che questo libro non è, stimolandomi pensieri del tipo “magari come sparatutto sarebbe anche giocabile; di sicuro apprezzerei di più prendere a sprangate questo assortimento di deficienti che leggere paginate di descrizione di colpi di spranga, spaccamento di ossa e NON SI TORNA PIU’ INDIETRO — sì, Hesediel, ho capito: puoi risparmiarti le tue seghe mentali almeno mentre ti stanno spaccando il muso?”.
Per quanto riguarda i personaggi, forse il problema è mio: non ho stabilito la benché minima connessione con i protagonisti. In più, al di là dei tre mezzi angeli “principali” e di qualche altro elemento funzionale alla storia (l’antagonista, la Dea, Lucifero), si ha l’impressione di un’indistinta massa di cloni messi lì per riempire gli sfondi e fare colore; ogni tanto a uno dei mezzi angeli vengono appioppati un nome, qualche linea di dialogo e un ruolo (il rompicoglioni egoista, il giovane coraggioso, l’ottimista incoraggiante), tipicamente solo per dare una parvenza di significato alla sua morte, che avverrà a breve in maniera completamente generica. Una cosa che mi ha infastidito è la mancanza pressoché completa di personaggi femminili (con due eccezioni che sono poco più che comparse — e no, non posso certo contare Haniel come personaggio femminile); le donne non possono diventare angeli ibridi? Non del tutto inverosimile, visto che gli angeli sono agenti del dio maschio e bla bla, ma perché nessuno accenna mai a questo fatto? Haniel ha cercato di indurre al “suicidio” una ragazza, ma è stato fermato: cosa sarebbe successo se ci fosse riuscito? E se le donne possono diventare angeli ibridi, perché non se ne vede NEMMENO UNA? Sono io che mi sono persa qualcosa?
Detto questo, l’elemento dal quale sono forse più delusa in assoluto è il ruolo della città nella storia. Sì, presumo che la “geografia” di Milano sia corretta, che i luoghi descritti esistano, eccetera. Ma nella Milano di Angelize non c’è niente di speciale, niente che la distingua davvero dalla generica idea di metropoli puzzolente e grigia, pericolosa, un agglomerato di night club di notte e un’asfissiante sfilata di facce estranee di giorno: qualche scena al Duomo, a Parco Sempione, al Cimitero Monumentale… poco di più. La città non prende vita; soprattutto, non interagisce realmente con la storia: ogni notte una mezza dozzina di cadaveri con ferite e bruciature compare in giro per Milano; e qual è la reazione della città? Nessuna. La polizia arriva sempre troppo tardi (se arriva!) e i nostri protagonisti hanno tutto il tempo di battersela e infilarsi sanguinanti in club o stazioni della metro, dove tutto quello che la gente fa è guardarli male ed evitarli. Cioè, io penserei che c’è un serial killer in giro per Milano, e nessuno stato di allerta, si può sfilare in pieno giorno grondanti sangue e carichi di spranghe? Si direbbe che siamo nel 2009: dovrebbe bastare ben poco per scatenare il panico da minaccia-terrorismo, e invece puoi andartene in giro in metro blaterando di omicidi con la faccia incrostata di sangue? In qualche situazione si accenna a possibili spiegazioni soprannaturali (se non altro per il fatto che la chiesa di San Michele sia sempre inverosimilmente e convenientemente vuota), ma non in modo abbastanza coerente da mettere a tacere i miei dubbi. Verso la fine un personaggio fa un commento del tipo “ah! Ma tu guarda, che fortuna che non ci abbia fermati la polizia, sembriamo veramente una banda di teppisti armati” (cosa che incidentalmente siete, caro Vasariah), il che alle mie orecchie è suonato veramente come “sì, brava che ti sei accorta anche da sola del fatto che questa scena non abbia senso, guarda che ci ho pensato anch’io, eh! Solo che non ho intenzione di dare una spiegazione plausibile: pensaci tu se ci tieni, diciamo che magari sono stati fortunati, no?”.
Insomma, fine del “rant”. Forse dall'idea sarebbe uscito un buon racconto, un buon manga, un buon videogioco. Del romanzo sono davvero poco convinta: de gustibus; sono certa che possa piacere, e prova ne sono tutte le recensioni positive. Continuerò a seguire gli interessanti pensieri dell’autrice sulla scrittura, sull’editoria, sul fantasy, ma non credo che questa serie faccia per me.