Quando si trova la strada giusta nella vita? Ilaria ha finito il liceo e non ha idea di cosa fare da grande. In attesa di settembre, e nella speranza che l'estate porti consiglio, inizia a lavorare all'Oasi, uno sgangherato bar multiculturale a Ostia. Quella dell'Oasi è una fauna atipica, di cui Ilaria impara presto a conoscere le sfumature. Ci lavorano Syed, Irina, Alicia e Amin, arrivati in Italia da diversi angoli del mondo, ognuno con una storia intensa alle spalle e con una lingua zoppicante e affettuosa tutta da decifrare. Ma ci sono anche Davide, il figlio-del-capo, con i suoi compiti da fare, e Viola, una ragazzina magrissima e silenziosa che tutti i giorni monta un mercatino davanti al locale.
In questo confusionario contesto, Ilaria dovrà imparare a distinguere l'Aperol dal Campari (e a non rovesciarli), pulire la menta in pochi secondi e portare le comande giuste al bizzoso pizzaiolo ma, soprattutto, scoprirà che nella giungla umana che la circonda è possibile trovare esemplari insospettabilmente più simili a lei di quanto non immaginasse.
Ilaria nella giungla è un romanzo che non assomiglia a nessun altro, dove la più profonda ironia si alterna alla commozione, le preghiere in romanesco lasciano spazio alle poesie in rima e dove uno spirito genuinamente naif si affianca a una sensibilità concreta verso questioni di integrazione, povertà, disturbi alimentari, in una carovana di emozioni che solo una ragazza di vent'anni avrebbe potuto raccontare con tanta libertà.
È vero quello che si legge nella quarta: questo è un romanzo che non assomiglia a nessun altro.
Ilaria ha vent’anni e non ha ancora capito quale sia il suo posto nel mondo. In attesa di scoprirlo, lavora all’Oasi, la “giungla”, un ristorante/bar di Ostia. Intorno a lei gravitano persone, perlopiù straniere, che ogni giorno le ricordano quanto sia fortunata ad avere la possibilità di scegliere. Poi c’è Davide, il tredicenne figlio del capo, abituato a passare il tempo da solo a locale. Tra lui e Ilaria, nasce un’amicizia fuori dall’ordinario: compiti, specialmente ricerche sugli animali, silenzi condivisi. E poi Viola, una ragazzina che indossa spesso il cappuccio e fa un “mercatino” di oggetti strani, vintage, chincaglierie su cui inventa storie fantastiche per venderle. Tra Davide e Viola nasce un’intesa improbabile: all’apparenza non potrebbero essere più diversi, in realtà sono due solitudini simili, due fragilità in un mondo che li vuole iperconnessi, dove la parola “amici” spesso nasce da un follow.
Scritto mantenendo la tipica “parlata” italiana degli stranieri che provengono dal mondo arabo e il dialetto “romano”; inframezzando episodi di vita quotidiana, riflessioni sulla vita, pensieri su integrazione, disturbi alimentari e solitudine, lettere a Gesù, poesie e trattati sugli animali, “Ilaria nella giungla” è il libro di cui non sapevo di aver bisogno. Ruvido al punto giusto e capace di toccare delle corde interne profonde.
«E io mi sento travolta da un grande senso di colpa, perché, al contrario di lei alla mia età, il privilegio di studiare io ce l'ho. Ma non so quali sogni voglio fare veri. E mi sento in colpa, per non sapere ancora quali sogni ho. Io non lo so, che voglio fare dopo, ma è sempre stato ovvio per chiunque mi circondasse che una tutta sentimenti e sintassi come me avrebbe fatto l'università e scelto una facoltà umanistica. Mmh, e poi? Che faccio, poi? Che fa uno bravo, bravissimo, studioso e competente, dopo una facoltà umanistica? Vedo una ben cospicua maggioranza di benzinai pluridiplomati e camerieri con due master o dottorandi che il venerdì sera passano codici a barre in cassa alla Coop. E allora forse è giusto così, è giusto fare un lavoro che serve agli altri e non a te. Che non c'entra con i tuoi sogni. E a te resta da prendere la tua parte di soddisfazione, il tuo riscatto. Ci sarà tempo per capire se sarà Diesel o punti Coop. Io, prima, devo trovare i sogni.»
5 ⭐️ Ecco un libro che vorrei leggere sempre. Scrittura semplice e divertente ma anche molto intelligente: ovviamente divorato in mezza giornata. Si trattano i temi del lavoro, degli studi, ma anche dell’amicizia e dell’amore, e infine dei disturbi del comportamento alimentare (toccandolo piano quasi sfiorandoli). Un bel pieno voto a questa Ilaria nella giungla!
Ilaria nella giungla di Ilaria Camilletti racconta un’estate di passaggio, in cui una diciannovenne fresca di maturità, senza direzione precisa (come tutti a quell’età), inizia a lavorare in un bar di Ostia, circondata da una piccola comunità fatta di migranti, stereotipi, storie difficili, vite in bilico. L’idea ha una sua forza (circa), ma il modo in cui viene portata avanti non mi ha convinto. I temi non sono nuovi, anzi: precarietà, passaggio dall’adolescenza all’età adulta, incontro con l’altro, identità disturbo alimentare. Per come sono stati raccontati, quindi tramite molti stereotipi, sembrano appartenere a qualche decennio fa più che al presente che vorrebbero raccontare. La scrittura è tutta giocata su frasi brevi, aforismi più che altro, quasi telegrafici. Si legge velocemente, ma resta poco. Capisco perché possa piacere: è accessibile e immediato, con una scrittura molto basilare. Ma per me resta troppo in superficie. Di conseguenza, continuo a non essere convinta dalla proposta editoriale di Accento, che mi sembra muoversi verso qualcosa eccessivamente mainstream per potermi interessare.
Onestamente non so da dove iniziare e infatti la giungla è caotica, credo che ci possa stare. Parto dal caos perché io il caos lo detesto proprio, ma è proprio vero che leggere un po’ ti cambia e Ilaria Camilletti mi ha fatto capire che il calore e l’entropia sono strettamente collegate; non inizierò ad amarlo di certo, però quanto calore c’è in questo romanzo non riesco a quantificarlo e più aumentava e meno le cose si ordinavano. Questa non è una storia di ordine, piuttosto è una storia di apprezzamento del disordine perché nessuna realtà è perfetta e questa mi è uscita proprio come una banalità. Penso che sia importante parlare banalmente di libri speciali, un po’ perché sennò si appesantiscono e non lo meritano, un po’ perché i sentimenti sono una cosa facile; siamo noi che li rendiamo difficili con sovrastrutture progettate da mio cugggino e costruite da Renzo Piano che inspiegabilmente si fida e porta avanti il disegno - ma certo che è bellissimo questo ponte sospeso tra due corde che splendida idea e lo vuoi fatto di seta ma certo! Delle volte camminare su ponti di seta ci aiuta a non guardare nel futuro, a legarsi al qui e ora, a sentirsi importanti perché ci hanno abituato che essere indispensabili è una qualità che ci insostituibili. E allora forse ammiocuggino ha progettato coscienziosamente questo ponte sgangherato, perché avere paura del futuro è correre più avanti della strada e lo ha disegnato così per farci insegnare qualcosa dalle persone che abbiamo intorno e farci fidare della vita che condividono con noi. La giungla è colori, suoni, abitudini, interazioni. Ogni storia è un microcosmo: noi pure, individui, siamo una giungla e c’abbiamo mille animali dentro. Io però sento che per la maggior parte sono un ruzzolam3rde e sapete come ho scoperto che si orienta? Con le stelle. Pensate voi, un insettino minuscolo che fa centinaia di metri rotolando una paletta di cacca nel pericolo e nell’incertezza costante, ma seguendo le stelle.
Audiolibro. Ci sono mille libri diversi a cui dare 5 stelle, anche imparagonabili tra loro. Lo so che molti potrebbero storcere il naso, ma questo esordio letterario è un piccolo tesoro. Ilaria (o Ileria come tutti la chiamano nel bar Oasi, scenario principale del libro) è una ragazza come tante, che deve decidere cosa fare da grande, ora che ha finito con il liceo, quando tutti si aspettano che si abbia le idee chiare sul futuro. Un’esperienza lavorativa estiva, in un bar qualsiasi, la mette di fronte a esistenze variegate come gli animali di una giungla, ciascuno con i propri disagi e i propri sogni. Ognuna di queste esistenze la aiuta a riflettere e vedere la sua vita da una nuova prospettiva. Insieme a Ilaria vediamo crescere anche Davide, figlio del proprietario del bar, un ragazzino all’apparenza arrogante e viziato che si scopre essere soprattutto molto solo. L’ho ascoltato narrato da Sara Ciocca, alla quale farei di cuore i miei complimenti perché ha saputo riportare con la sua voce la genuinità della scrittura di Camilletti e ha modulato toni e sentimenti in maniera perfetta. Dunque lo so, non è un classico, ma ha le mie cinque stelle. E stamattina, finendo di ascoltarlo, ho trattenuto le lacrime e avrei abbracciato uno ad uno i protagonisti di questa giungla chiedendomi, ma io, che animale sono?
Ilaria Camilletti ha una penna fresca, ma già sorprendentemente matura. Nella sua scrittura si avverte una profondità di pensiero che va ben oltre i suoi vent’anni: uno sguardo lucido, curioso, capace di attraversare le cose senza superficialità. Mi ha riportata ai miei primi anni universitari, quando anch’io dividevo lo studio con un lavoro part-time da cameriera, immersa in una piccola “giungla” di umanità varia e imprevedibile. Sarà l’omonimia, sarà la scelta di studiare filosofia (il grande rimpianto della mia vita) o forse quella tensione idealistica a voler cambiare il mondo partendo dal quotidiano. Fatto sta che mi sono sentita chiamata in causa, coinvolta, quasi riflessa. Colpisce soprattutto la scrittura dialettale, così verace e asciutta: non è un vezzo stilistico, ma un modo autentico di dare voce ai personaggi e all’ambiente. E poi i ringraziamenti finali ai professori del liceo, che restituiscono un senso di gratitudine e di radici, aggiungono un ulteriore strato di verità al racconto. È una storia che trasmette purezza e positività senza scivolare nel caramello del lieto fine. Non cerca scorciatoie consolatorie: sceglie piuttosto la via più onesta dell’esplorazione di sé, della crescita lenta, dell’ascolto attivo. In questo melting pot di età, razze ed estrazioni sociali, Ilaria è un personaggio in divenire, come un fiume che scorre e si trasforma, restando fedele alla propria direzione. Brava, davvero brava.
È davvero un peccato dover recensire così l'esperienza di vita di una ragazza poco più che ventenne, ma il valore di un vissuto non giustifica automaticamente la qualità di un libro. Purtroppo, Ilaria nella giungla si è rivelata una lettura insipida.
Ho avuto per tutto il tempo l’impressione di leggere una versione annacquata di Alessandro D’Avenia, con in sottofondo quell’estetica da aforisma preconfezionato che ricorda Francesco Sole.
Bello, scorrevole, mi ha fatto spesso sorridere e addirittura ridere, un po’ alla Zero Calcare! La storia é delicata e da spunti di riflessione molto belli
Ilaria nella giungla di Ilaria Camilletti mi è piaciuto molto perché riesce a raccontare con grande ironia, ma anche con estrema sincerità, quella sensazione di smarrimento che credo accomuni tante persone intorno ai diciannove anni: il momento in cui il liceo è finito, l'università deve ancora cominciare e la domanda "Cosa farò da grande?" sembra non avere una risposta.
La storia segue Ilaria durante un'estate trascorsa a lavorare come cameriera in uno stabilimento balneare di Ostia. È un periodo di passaggio, apparentemente ordinario, che diventa invece l'occasione per conoscere persone molto diverse tra loro e, attraverso di loro, osservare il mondo con occhi nuovi.
Uno degli aspetti che ho apprezzato di più sono proprio i personaggi dell'Oasi. Ognuno, anche con poche pagine, riesce a lasciare qualcosa. C'è l'uomo che lavora senza sosta e dedica ogni momento libero alla figlia ricoverata in ospedale, la collega affettuosa che chiama tutti "amore", il ragazzo silenzioso che conosce poco l'italiano e comunica quasi soltanto con un grugnito che, a seconda delle situazioni, può significare tutto e il contrario di tutto. Sono personaggi semplici, ma incredibilmente umani.
Tra una giornata di lavoro e l'altra emergono anche temi importanti come l'immigrazione, la genitorialità e i disturbi alimentari. L'autrice li inserisce con naturalezza nella quotidianità dei protagonisti, senza mai dare la sensazione di voler impartire una lezione, ma lasciando che siano le storie delle persone a parlare.
Mi è piaciuta molto anche la strana amicizia tra Ilaria e Davide. All'apparenza appartengono a due mondi completamente diversi: lui è un bambino cresciuto come figlio unico, con una madre ipocondriaca e un padre imprenditore sempre assente, abituato ad avere tutto ciò che desidera; lei, invece, è una ragazza che sembra dover conquistare ogni cosa, perfino i pensieri felici. Eppure proprio queste differenze li rendono sorprendentemente simili e permettono a entrambi di crescere.
Ho apprezzato tanto anche il rapporto tra Davide e Viola. È un'amicizia che cambia entrambi senza romanticismo: Davide scopre una sensibilità che forse non sapeva di avere, mentre Viola ritrova la convinzione che esista sempre un motivo per continuare a lottare. È uno dei legami che mi ha emozionata di più.
In definitiva, Ilaria nella giungla è un romanzo di formazione contemporaneo che parla di incertezze, di primi lavori, di amicizie e di crescita con uno stile leggero ma mai superficiale. Si sorride spesso, ma ci si ferma anche a riflettere. È una lettura che mi ha lasciato la sensazione di aver trascorso un'estate insieme ai suoi personaggi e che consiglio soprattutto a chi ama le storie che raccontano il passaggio, mai semplice, dall'adolescenza all'età adulta.
quanto fa paura crescere? Ritrovare le ansie e le incertezze di quando vieni buttato nel mondo degli adulti ha avuto un sapore dolceamaro, narrato con un'ironia e una semplicità che arrivano a puntare dritti al cuore. Ho riso di gusto in diverse parti e mi sono commossa in altre (soprattutto nel rapporto tra Viola e Davide), ho riconosciuto i membri di questa giungla e me li sono sentiti vicini. Si sente la lingua viva dei personaggi. Come prima opera (autobiografica?) dell'autrice è pulitissima e fresca, sebbene possa ricordare come stile un buon compito di italiano fatto al liceo. Sono curiosa di vedere cos'altro farà in futuro
Un esordio fresco, consapevole della propria voce e dei propri mezzi.
"Che in questa giungla ho scoperto di avere branchie, a volte ali. Squame che cambiano colore, e comunque un sangue sempre eccessivamente caldo. Ho scoperto quanto, a volte, mi pesino le zampe. Che animale sono? Come posso sapere a cosa servo, nel mio bioma, se non so che animale sono?"
Ilaria ha 19 anni e nell’estate post maturità si ritrova davanti a un grosso punto di domanda: cosa vuole fare da grande? Sperando che quei 3 mesi le portino consiglio, inizia a lavorare in un bar di Ostia dove si imbatte in diverse personalità e culture pronte a insegnarle sempre qualcosa di nuovo. Ilaria nella giungla di Ilaria Camilletti è un libro freschissimo, carico di ironia e di diversi registri. La caratterizzazione dei personaggi è precisa, ben definitiva e riuscita. Infatti è immediata l’ambientazione del lettore in questo piccolo ecosistema in cui tutto sembra pronto a esplodere e allo stesso tempo a rilassarci. Inoltre il contrasto tra il titolo e il nome del bar, Oasi, sottolinea il calibro di questo libro e della penna dell’autrice. Si sorride, ci si ferma a riflettere e tutto scorre via lungo il suo percorso. Ci si prende sul serio ma anche no. Ilaria nella giungla è un libro adatto a un po’ tutte le età, per capire e comprendere le nuove generazioni ma anche per riequilibrare il proprio epicentro emotivo. È stata una lettura fresca nel senso che va giù come un bel bicchiere di tè in estate: dissetante e buono. Sta al lettore però scegliere il gusto.
Un libro che si beve come un bicchierone di aranciata! Fresco, frizzante, dolce… che ti fa anche “friccicare” gli occhi… Un libro divertente e intelligente. Reale. Giovanissimi i protagonisti, giovanissima l’autrice, bravissima. Sembra uno dei migliori film di Paolo Virzì. Una piacevolissima sorpresa.
“Ho letto su un libro che non vince il più forte che forza e potenza non le guarda, la morte che la vita è una scelta e ti ci devi attaccare che ti salvi una volta ma poi devi cambiare”
“Ilaria nella giungla” è un esordio sorprendente e vivace di Ilaria Camilletti, una ventenne che racconta con ironia, freschezza e profondità il passaggio all’età adulta.
La protagonista, appena uscita dal liceo, si ritrova a lavorare all’Oasi, un bar multiculturale caotico e pieno di vita a Ostia. Tra colleghi provenienti da tutto il mondo, clienti stravaganti e piccole grandi sfide quotidiane, Ilaria naviga l’incertezza del futuro, l’amicizia, l’integrazione e la ricerca di un senso nel “fare” qualcosa di utile.
Il romanzo alterna momenti divertenti e leggeri a riflessioni più intime, senza mai scadere nel patetico. La scrittura è ritmata, dialoghi brillanti, personaggi secondari indimenticabili. È un libro che parla ai giovani (e non solo) con autenticità, mostrando la “giungla” della vita reale con compassione e umorismo.
“Perché a me fanno paura. Mi fanno paura i contesti in cui la normalità è essere felici; in cui sei strano, se non sei felice. Le feste, i locali. Le cene di compleanno. A me la felicità, l’aria, tutta insieme, mi fa paura. Mi piace di più quando è sottile, latente. Nascosta, da filtrare. Mi piace la felicità quando sono io a trovarla in contesti in cui non ce la si aspetta. Al lavoro, nello studio. A camminare. Io la felicità me la devo filtrare da sola. Quanta ne reggo. Un po’ per volta. Quindi no, non andrò al locale con Giulia e i suoi amici. O meglio, non credo. Può essere che mi venga voglia d’aria. Può essere che un bel giorno mi svegli senza branchie. Anche ad Ariel, a una certa, le spuntano le gambe.”
🏆Proposto nella long list del Premio Strega 2026 da Fabio Geda
Ci sono libri che si leggono velocemente perché sono scritti bene. E poi ci sono libri che si leggono velocemente perché non oppongono resistenza.
Ilaria nella giungla scorre. La lingua è semplice, immediata, accessibile. Potrebbe quasi essere scritta da un’alunna brillante dell’ultimo anno: pulita, lineare, comprensibile. E questo non è un difetto. È una qualità, in un panorama spesso inutilmente arzigogolato.
Il problema è che, una volta chiuso, resta poco.
La “giungla” del bar è un’intuizione interessante: un microcosmo umano fatto di colleghi, clienti, gerarchie invisibili, fragilità e tensioni sociali. Ma i personaggi non arrivano mai davvero a scavare. Restano abbozzati. Si muovono, parlano, attraversano le pagine — ma non sedimentano. Non si stratificano. Non incidono.
Il romanzo è stato accostato a Zerocalcare, ma il paragone, sinceramente, regge poco. Nei suoi fumetti c’è una profondità emotiva e politica che nasce dall’ironia ma arriva a toccare nodi generazionali e collettivi molto più complessi. Qui quell’affondo manca. L’energia c’è, ma non c’è lo scavo.
Manca quella densità che trasforma un romanzo di formazione in un’esperienza. Manca la frase che sottolinei. La scena che ti torna in mente giorni dopo. Il dettaglio che ti sposta.
Si legge in fretta, sì. Ma finisce altrettanto in fretta dentro di te.
E quando paghi 18 euro per un libro, forse speri che almeno una cosa — una voce, una crepa, una verità — ti resti attaccata alla pelle.
C’è un momento della vita in cui non si è più studenti, ma non si è ancora niente di definito. Ed è esattamente in quello spazio sospeso che si muove Ilaria nella giungla, ambientato in un’Ostia estiva che sembra leggera solo in superficie, ma che in realtà funziona come una lente molto precisa sulle fragilità di chi ci passa dentro.
Il punto di forza del romanzo sta nella sua capacità di costruire un microcosmo apparentemente caotico, il bar Oasi, che diventa però un vero e proprio laboratorio umano. Non è solo un luogo di lavoro: è un punto d’incontro tra lingue, provenienze, aspettative e piccole sopravvivenze quotidiane. Ilaria, appena uscita dal liceo e sospesa tra ciò che dovrebbe diventare e ciò che non riesce ancora a immaginare, si ritrova immersa in questo mondo e, senza forzature, ne diventa parte.
La scrittura ha una voce riconoscibile, giovane ma non ingenua nel senso riduttivo del termine. C’è ironia, spesso brillante e mai decorativa, che convive con momenti di maggiore densità emotiva senza che il romanzo perda equilibrio. È proprio questa alternanza che rende la lettura scorrevole ma non superficiale: si passa da un gesto quotidiano: un ordine sbagliato, un turno di lavoro, una difficoltà linguistica, a domande più grandi, che riguardano l’identità, il desiderio, il compromesso.
Uno degli aspetti più riusciti è la coralità dei personaggi. Non restano sullo sfondo, ma contribuiscono tutti a costruire un’idea di mondo in cui nessuno è completamente definito dalla propria etichetta. Il romanzo riesce a dare spazio a storie di migrazione, precarietà, rinuncia e adattamento senza trasformarle in dichiarazioni programmatiche: tutto passa attraverso la quotidianità, e questo le rende più credibili.
Al centro resta comunque la traiettoria di Ilaria, che non è quella di una crescita lineare, ma piuttosto di una lenta presa di coscienza. Non ci sono risposte nette, e questo è forse il tratto più onesto del libro: il futuro non si chiarisce all’improvviso, ma si intravede attraverso piccoli aggiustamenti, decisioni minime, errori anche.
La cosa più interessante è che il romanzo riesce a parlare in modo diretto a una generazione precisa, quella che si affaccia alla vita adulta con molte possibilità teoriche e poche certezze pratiche, ma allo stesso tempo non si chiude lì. Le sue domande, infatti, sono più ampie: cosa succede quando la vita reale non coincide con quella immaginata? E come si impara a dare valore a ciò che arriva, anche quando non era nei piani?
È un libro che funziona soprattutto per la sua sincerità narrativa e per una scrittura che, pur mantenendo leggerezza, sa fermarsi nei punti giusti. Non forza mai il significato, ma lo lascia emergere dalle situazioni. E in questo equilibrio tra ironia e consapevolezza sta probabilmente la sua riuscita più solida.
Bellissimo 🥰 Fresco, riflessivo, divertente! brava.. e l'hai scritto a soli 19 anni.
. Da quando ho memoria di esistere, mi capita a volte di svegliarmi, in giorni assolutamente normali e uguali agli altri, e avere un nodo in gola forte.. E perché il nodo? Perché non so chi sarò da grande, e oggi il meteo mette pioggia.
. Da sempre, sono architetta di problemi. Sceneggiatrice di catastrofi future che mai si realizzeranno. Mi alzo, spalanco la finestra e mi chiedo: che disgrazia posso presupporre mi investirà oggi? C'è chi nella serenità vive bene. Chi apprezza la calma, quando la trova, e ne gioisce. Io no, devo focalizzarmi sempre su quel pezzetto di cielo che forse potrebbe cadermi addosso. E allora costruisco un fortino sopra di me, così magari mi protegge. E poi penso "E se il fortino prende fuoco?". E allora costruisco un idrante. E se l'idrante si rompe? Allora ne costruisco due. Io vivo così. Prendendo precauzioni per tragedie inavvenute. Generalmente, quando sto così, con l'angoscia precauzionale, esco a camminare. Cammino, cammino. E fuggio da quel pezzo di cielo che un po' traballa. Così non mi prende. Scappo.
. Bella mia, nella vita devi essere felice. Non devi essere la più brava. Devi essere felice.
. A me la felicità, l'aria tutta insieme, mi fa paura. Mi piace di più quando è sottile, latente. Nascosta, da filtrare. Mi piace la felicità quando sono io a trovarla in contesti in cui non ce la si aspetta. Io la felicità me la devo filtrare da sola.
Meraviglioso. Questo libro è stato l’unico, tra quelli che mi hanno accompagnata in queste settimane di convalescenza, a farmi sinceramente bene, a tratti anche ridere di cuore. La protagonista è frizzante, i personaggi sono ben caratterizzati, sembra quasi di conoscerli: nella mia mente ognuno di loro aveva un volto, una voce e una cadenza ben delineati. Riporto un passo che per me è stato cruciale:
-Anche i tre impasticcati dei video di stamani non perdono mai tempo, fanno sempre. Che poi forse sono pure io così, eh. Pure io devo sempre sentire di andare avanti, per non crollare.
E per questa stessa fobia della stasi ho lavorato questa estate: per sentire che stavo facendo. Essere stata la differenza possibilmente positiva tra un prima e un dopo: mi fermavo, occasionalmente, per accertarmi di questo.
È il motivo per cui cammino sempre. Per potermi fermare, in ogni momento, e poter dire: "Ecco, prima ero lì. Guarda ora. Guarda, quanta strada ho fatto” Ma non mi fermo mai troppo, non posso, perché poi dovrei anche chiedermi: "E ora che hai fatto questi cento metri, questi duecento passi? Che ci fai?". Che ci faccio?
Che ci faccio, ora? Con i bicchieri che ho tolto, con le sedie che ho pulito. Con i tavoli che ho servito. Con la menta che ho lavato. Con le persone che ho conosciuto. -
"Ho letto su un libro che non vince il più forte che forza e potenza non le guarda, la morte.
che la vita è una scelta e ti ci devi attaccare che ti salvi una volta ma poi devi cambiare"
Ilaria ha appena finito la maturità e non ha ancora deciso cosa fare del suo fururo, così decide di accettare 3 mesi di contratto al bar Oasi ad Ostia. Qui imparerà la differenza fra Aperol e Campari, a portare bicchieri e ad andare oltre la prima impressione. Perché nessuno dei suoi colleghi è quel che sembra e ognuno ha sfide, problemi e affetti da proteggere e far crescere. E imparerà anche tanto sugli animali grazie alle mille ricerche di Davide o sui mercatini, grazie a Viola. Il libro è una bella sorpresa, ogni capitolo dipinge una piccola scena raccontata con cura, a volte da punti di vista diversi. il mix culturale e di linguaggio dei frequentatori del bar completa l'opera. L'esordio di Ilaria Camilletti non poteva essere migliore: un libro che spiazza, che fa pensare e che fa appassionare a questo microcosmo del bar Oasi. le pagine scorrono veloci, qualche risata scappa ma anche qualche riflessione, a volte sotto la forma di una poesia.
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Libro molto fresco nel linguaggio e scorrevole. L'ho molto apprezzata soprattutto perché personalmente mi ci sono rivista avendo la stessa età della protagonista, gli stessi problemi riguardo al futuro e avendo lavorato a un bar per un estate. Nella sua semplicità è riuscito comunque a farmi affezionare ai personaggi. Mi è piaciuta la crescita di Davide, soprattutto considerando che essa è stata causata dall'incontro con Viola, dalla quale era incuriosito. A sostegno del fatto che l'incontro con gli altri può essere sempre motivo di crescita interiore. Sempre per gusto personale mi hanno fatto piacere anche tutte le parti scritte in romano. Ilaria poi penso di capirla quasi totalmente, è ben scritta come personaggio, e anche molto aperta mentalmente. Alcune parti come la fine o la lettera che scrive Davide a Ilaria sono state particolarmente tenere. Inoltre ho trovato moltissimo di me e del mio modo di intendere la vita. La fine per qualche motivo mi ha molto emozionato, nonostante fosse normalissima, sarà stato sicuramente per la grande identificazione e forse anche un po' per l'affetto provato durante la lettura.
Avrei voluto assegnare a questo libro 2 stelle su 5, principalmente perché la trama mi è sembrata poco sviluppata. Si legge in pochissimo tempo ed è molto scorrevole, ma una volta terminato mi ha lasciato la sensazione che mancasse qualcosa e che la storia potesse essere approfondita molto di più.
Alla fine, però, ho deciso di dare 3 stelle. Credo infatti che vada riconosciuto e incoraggiato il talento di un’autrice di appena venti anni che è riuscita a creare personaggi con una loro voce, capaci di trasmettere simpatia e di strappare anche qualche sorriso. La scrittura è naturale, fresca e rende la lettura piacevole dall’inizio alla fine.
Per essere un’opera d’esordio, penso sia un ottimo punto di partenza. C’è ancora margine di crescita, soprattutto nello sviluppo della trama, ma sono curiosa di leggere i prossimi lavori dell’autrice perché credo abbia le potenzialità per migliorare ancora e regalarci storie sempre più coinvolgenti.
Consigliato dalla libraia dopo che le chiesi un libro leggero per uscire dal blocco del lettore. E cosi è stato! La sua scorrevolezza mi è piaciuta (dato che era proprio quello che cercavo) ma allo stesso tempo ho sentito che il libro non ha seguito la trama. Non si è parlato abbastanza degli abitanti della 'giungla' tranne che per Davide, Viola e qualche accenno superficiale agli altri personaggi. Diciamo che l'ho sentito perdersi un pò su questo aspetto, ma per il resto rimane un libro piacevole, semplice e scorrevole.
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Ognuno di noi ha la sua giungla, il posto in cui impari a sopravvivere e che ti insegna le piccole e grandi cose della vita. Per Ilaria la giungla è l'Oasi, locale dove per un'estate farà la cameriera. Mille sono le domande di una ragazza di diciannove anni, ma forse le risposte arrivano da sole diventando grandi o forse no, non è necessario rispondere sempre a tutto quello che la vita ci chiede. Un romanzo d'esordio scritto in modo impeccabile, interessante, puro. Una storia che tiene compagnia, fa sorridere e diventare grandi, forse.