Quando si trova la strada giusta nella vita? Ilaria ha finito il liceo e non ha idea di cosa fare da grande. In attesa di settembre, e nella speranza che l'estate porti consiglio, inizia a lavorare all'Oasi, uno sgangherato bar multiculturale a Ostia. Quella dell'Oasi è una fauna atipica, di cui Ilaria impara presto a conoscere le sfumature. Ci lavorano Syed, Irina, Alicia e Amin, arrivati in Italia da diversi angoli del mondo, ognuno con una storia intensa alle spalle e con una lingua zoppicante e affettuosa tutta da decifrare. Ma ci sono anche Davide, il figlio-del-capo, con i suoi compiti da fare, e Viola, una ragazzina magrissima e silenziosa che tutti i giorni monta un mercatino davanti al locale.
In questo confusionario contesto, Ilaria dovrà imparare a distinguere l'Aperol dal Campari (e a non rovesciarli), pulire la menta in pochi secondi e portare le comande giuste al bizzoso pizzaiolo ma, soprattutto, scoprirà che nella giungla umana che la circonda è possibile trovare esemplari insospettabilmente più simili a lei di quanto non immaginasse.
Ilaria nella giungla è un romanzo che non assomiglia a nessun altro, dove la più profonda ironia si alterna alla commozione, le preghiere in romanesco lasciano spazio alle poesie in rima e dove uno spirito genuinamente naif si affianca a una sensibilità concreta verso questioni di integrazione, povertà, disturbi alimentari, in una carovana di emozioni che solo una ragazza di vent'anni avrebbe potuto raccontare con tanta libertà.
È vero quello che si legge nella quarta: questo è un romanzo che non assomiglia a nessun altro.
Ilaria ha vent’anni e non ha ancora capito quale sia il suo posto nel mondo. In attesa di scoprirlo, lavora all’Oasi, la “giungla”, un ristorante/bar di Ostia. Intorno a lei gravitano persone, perlopiù straniere, che ogni giorno le ricordano quanto sia fortunata ad avere la possibilità di scegliere. Poi c’è Davide, il tredicenne figlio del capo, abituato a passare il tempo da solo a locale. Tra lui e Ilaria, nasce un’amicizia fuori dall’ordinario: compiti, specialmente ricerche sugli animali, silenzi condivisi. E poi Viola, una ragazzina che indossa spesso il cappuccio e fa un “mercatino” di oggetti strani, vintage, chincaglierie su cui inventa storie fantastiche per venderle. Tra Davide e Viola nasce un’intesa improbabile: all’apparenza non potrebbero essere più diversi, in realtà sono due solitudini simili, due fragilità in un mondo che li vuole iperconnessi, dove la parola “amici” spesso nasce da un follow.
Scritto mantenendo la tipica “parlata” italiana degli stranieri che provengono dal mondo arabo e il dialetto “romano”; inframezzando episodi di vita quotidiana, riflessioni sulla vita, pensieri su integrazione, disturbi alimentari e solitudine, lettere a Gesù, poesie e trattati sugli animali, “Ilaria nella giungla” è il libro di cui non sapevo di aver bisogno. Ruvido al punto giusto e capace di toccare delle corde interne profonde.
Ilaria nella giungla di Ilaria Camilletti racconta un’estate di passaggio, in cui una diciannovenne fresca di maturità, senza direzione precisa (come tutti a quell’età), inizia a lavorare in un bar di Ostia, circondata da una piccola comunità fatta di migranti, stereotipi, storie difficili, vite in bilico. L’idea ha una sua forza (circa), ma il modo in cui viene portata avanti non mi ha convinto. I temi non sono nuovi, anzi: precarietà, passaggio dall’adolescenza all’età adulta, incontro con l’altro, identità disturbo alimentare. Per come sono stati raccontati, quindi tramite molti stereotipi, sembrano appartenere a qualche decennio fa più che al presente che vorrebbero raccontare. La scrittura è tutta giocata su frasi brevi, aforismi più che altro, quasi telegrafici. Si legge velocemente, ma resta poco. Capisco perché possa piacere: è accessibile e immediato, con una scrittura molto basilare. Ma per me resta troppo in superficie. Di conseguenza, continuo a non essere convinta dalla proposta editoriale di Accento, che mi sembra muoversi verso qualcosa eccessivamente mainstream per potermi interessare.
Onestamente non so da dove iniziare e infatti la giungla è caotica, credo che ci possa stare. Parto dal caos perché io il caos lo detesto proprio, ma è proprio vero che leggere un po’ ti cambia e Ilaria Camilletti mi ha fatto capire che il calore e l’entropia sono strettamente collegate; non inizierò ad amarlo di certo, però quanto calore c’è in questo romanzo non riesco a quantificarlo e più aumentava e meno le cose si ordinavano. Questa non è una storia di ordine, piuttosto è una storia di apprezzamento del disordine perché nessuna realtà è perfetta e questa mi è uscita proprio come una banalità. Penso che sia importante parlare banalmente di libri speciali, un po’ perché sennò si appesantiscono e non lo meritano, un po’ perché i sentimenti sono una cosa facile; siamo noi che li rendiamo difficili con sovrastrutture progettate da mio cugggino e costruite da Renzo Piano che inspiegabilmente si fida e porta avanti il disegno - ma certo che è bellissimo questo ponte sospeso tra due corde che splendida idea e lo vuoi fatto di seta ma certo! Delle volte camminare su ponti di seta ci aiuta a non guardare nel futuro, a legarsi al qui e ora, a sentirsi importanti perché ci hanno abituato che essere indispensabili è una qualità che ci insostituibili. E allora forse ammiocuggino ha progettato coscienziosamente questo ponte sgangherato, perché avere paura del futuro è correre più avanti della strada e lo ha disegnato così per farci insegnare qualcosa dalle persone che abbiamo intorno e farci fidare della vita che condividono con noi. La giungla è colori, suoni, abitudini, interazioni. Ogni storia è un microcosmo: noi pure, individui, siamo una giungla e c’abbiamo mille animali dentro. Io però sento che per la maggior parte sono un ruzzolam3rde e sapete come ho scoperto che si orienta? Con le stelle. Pensate voi, un insettino minuscolo che fa centinaia di metri rotolando una paletta di cacca nel pericolo e nell’incertezza costante, ma seguendo le stelle.
Ilaria Camilletti ha una penna fresca, ma già sorprendentemente matura. Nella sua scrittura si avverte una profondità di pensiero che va ben oltre i suoi vent’anni: uno sguardo lucido, curioso, capace di attraversare le cose senza superficialità. Mi ha riportata ai miei primi anni universitari, quando anch’io dividevo lo studio con un lavoro part-time da cameriera, immersa in una piccola “giungla” di umanità varia e imprevedibile. Sarà l’omonimia, sarà la scelta di studiare filosofia (il grande rimpianto della mia vita) o forse quella tensione idealistica a voler cambiare il mondo partendo dal quotidiano. Fatto sta che mi sono sentita chiamata in causa, coinvolta, quasi riflessa. Colpisce soprattutto la scrittura dialettale, così verace e asciutta: non è un vezzo stilistico, ma un modo autentico di dare voce ai personaggi e all’ambiente. E poi i ringraziamenti finali ai professori del liceo, che restituiscono un senso di gratitudine e di radici, aggiungono un ulteriore strato di verità al racconto. È una storia che trasmette purezza e positività senza scivolare nel caramello del lieto fine. Non cerca scorciatoie consolatorie: sceglie piuttosto la via più onesta dell’esplorazione di sé, della crescita lenta, dell’ascolto attivo. In questo melting pot di età, razze ed estrazioni sociali, Ilaria è un personaggio in divenire, come un fiume che scorre e si trasforma, restando fedele alla propria direzione. Brava, davvero brava.
quanto fa paura crescere? Ritrovare le ansie e le incertezze di quando vieni buttato nel mondo degli adulti ha avuto un sapore dolceamaro, narrato con un'ironia e una semplicità che arrivano a puntare dritti al cuore. Ho riso di gusto in diverse parti e mi sono commossa in altre (soprattutto nel rapporto tra Viola e Davide), ho riconosciuto i membri di questa giungla e me li sono sentiti vicini. Si sente la lingua viva dei personaggi. Come prima opera (autobiografica?) dell'autrice è pulitissima e fresca, sebbene possa ricordare come stile un buon compito di italiano fatto al liceo. Sono curiosa di vedere cos'altro farà in futuro
Un esordio fresco, consapevole della propria voce e dei propri mezzi.
"Che in questa giungla ho scoperto di avere branchie, a volte ali. Squame che cambiano colore, e comunque un sangue sempre eccessivamente caldo. Ho scoperto quanto, a volte, mi pesino le zampe. Che animale sono? Come posso sapere a cosa servo, nel mio bioma, se non so che animale sono?"
Ilaria ha 19 anni e nell’estate post maturità si ritrova davanti a un grosso punto di domanda: cosa vuole fare da grande? Sperando che quei 3 mesi le portino consiglio, inizia a lavorare in un bar di Ostia dove si imbatte in diverse personalità e culture pronte a insegnarle sempre qualcosa di nuovo. Ilaria nella giungla di Ilaria Camilletti è un libro freschissimo, carico di ironia e di diversi registri. La caratterizzazione dei personaggi è precisa, ben definitiva e riuscita. Infatti è immediata l’ambientazione del lettore in questo piccolo ecosistema in cui tutto sembra pronto a esplodere e allo stesso tempo a rilassarci. Inoltre il contrasto tra il titolo e il nome del bar, Oasi, sottolinea il calibro di questo libro e della penna dell’autrice. Si sorride, ci si ferma a riflettere e tutto scorre via lungo il suo percorso. Ci si prende sul serio ma anche no. Ilaria nella giungla è un libro adatto a un po’ tutte le età, per capire e comprendere le nuove generazioni ma anche per riequilibrare il proprio epicentro emotivo. È stata una lettura fresca nel senso che va giù come un bel bicchiere di tè in estate: dissetante e buono. Sta al lettore però scegliere il gusto.
È davvero un peccato dover recensire così l'esperienza di vita di una ragazza poco più che ventenne, ma il valore di un vissuto non giustifica automaticamente la qualità di un libro. Purtroppo, Ilaria nella giungla si è rivelata una lettura insipida.
Ho avuto per tutto il tempo l’impressione di leggere una versione annacquata di Alessandro D’Avenia, con in sottofondo quell’estetica da aforisma preconfezionato che ricorda Francesco Sole.
Ci sono libri che si leggono velocemente perché sono scritti bene. E poi ci sono libri che si leggono velocemente perché non oppongono resistenza.
Ilaria nella giungla scorre. La lingua è semplice, immediata, accessibile. Potrebbe quasi essere scritta da un’alunna brillante dell’ultimo anno: pulita, lineare, comprensibile. E questo non è un difetto. È una qualità, in un panorama spesso inutilmente arzigogolato.
Il problema è che, una volta chiuso, resta poco.
La “giungla” del bar è un’intuizione interessante: un microcosmo umano fatto di colleghi, clienti, gerarchie invisibili, fragilità e tensioni sociali. Ma i personaggi non arrivano mai davvero a scavare. Restano abbozzati. Si muovono, parlano, attraversano le pagine — ma non sedimentano. Non si stratificano. Non incidono.
Il romanzo è stato accostato a Zerocalcare, ma il paragone, sinceramente, regge poco. Nei suoi fumetti c’è una profondità emotiva e politica che nasce dall’ironia ma arriva a toccare nodi generazionali e collettivi molto più complessi. Qui quell’affondo manca. L’energia c’è, ma non c’è lo scavo.
Manca quella densità che trasforma un romanzo di formazione in un’esperienza. Manca la frase che sottolinei. La scena che ti torna in mente giorni dopo. Il dettaglio che ti sposta.
Si legge in fretta, sì. Ma finisce altrettanto in fretta dentro di te.
E quando paghi 18 euro per un libro, forse speri che almeno una cosa — una voce, una crepa, una verità — ti resti attaccata alla pelle.
libro molto delicato e commovente con una sorta di ironia nascosta. Parla della vita, di non sapere cosa fare e che a volte va bene così. Mi ha commosso. Parla di una ragazza che durante l’estate va a lavorare in un bar con diverse persone immigrate. È un po zerocalcare perché parla in romanesco e ha quell’ironia lì.
Bello, scorrevole, mi ha fatto spesso sorridere e addirittura ridere, un po’ alla Zero Calcare! La storia é delicata e da spunti di riflessione molto belli
“Non si addomestica mai qualcuno davvero. Perché addomesticarsi è sempre un’azione reciproca. Se tu mi appartieni, ti appartengo anche io.” (Citazione)
Un libro fresco. Una penna giovane che mi ha incuriosita molto. I discorsi di Davide a Gesù mi hanno divertita molto. Ma Ilaria che nasce a Siena e vive a Firenze, come ha imparato così bene il romano? Chissà come sono quelle alette di pollo (porta via). Ma soprattutto, che belle persone ha incontrato all'Oasi. Per me un ottimo esordio!