È una storia che non ti chiede il permesso: ti afferra il cuore e lo tiene lì, sospeso, a guardarsi allo specchio.
-ˋˏ✄┈ All’inizio, Evelyn è un mondo chiuso, un vetro appannato: sai che c’è qualcosa dietro, ma non riesci a distinguerne i contorni.
Ma pagina dopo pagina, quel vetro si schiarisce.
E allora la vedi davvero: una ragazza che ha paura di non essere abbastanza, che misura il proprio valore nel silenzio degli altri, che scappa dai legami prima ancora di toccarli, come se avessero il potere di ferirla solo esistendo.
Non è fredda, non è distante: è spaventata.
Si tiene a un passo da tutto perché crede che ciò che si avvicina, prima o poi, si allontani.
E quella paura non l’ho solo capita, l’ho riconosciuta.
L’ho sentita, come si sentono le cose che abbiamo provato anche noi, in qualche forma, in qualche notte, in qualche addio non pronunciato.
ᥫ᭡.ִֶָ𓂃 E se Evelyn è un quadro che cambia a seconda della luce, Caleb è la cornice che non si sposta mai.
Caleb arriva nella storia come chi non ha mai davvero smesso di esserci.
Il suo amore lo porta in mano, non per mostrarlo, ma per offrirlo.
Non ha esitazioni plateali, non fa promesse rumorose: resta nei gesti.
Nel modo in cui ascolta Evelyn anche quando lei non parla.
Nel modo in cui la guarda quando lei guarda altrove.
Nel modo in cui rimane, sempre.
⊹ ࣪ ˖ Il suo amore ha radici.
Radici profonde, testarde, silenziose, impossibili da strappare con un malinteso o un momento di rabbia.
Caleb ama con dedizione, e la dedizione non è spettacolo, è scelta quotidiana.
È fiducia ripetuta, non dichiarata.
È credere in qualcuno quando quel qualcuno non trova il coraggio di credere in se stesso.
È diventare porto, non tempesta.
È essere certezza, non domanda.
Caleb non ama l’idea di Evelyn.
Caleb ama Evelyn.
✶⋆. Ama i suoi sbagli, il suo caos che trabocca, il suo modo di scappare dalle emozioni come se fossero trappole troppo strette per il suo cuore.
La ama senza smussarla, senza semplificarla, senza chiederle di essere lineare.
E forse è proprio questo che lo rende così vero: non tenta di salvarla da ciò che è, ma di farle sentire che ciò che è, può essere accolto.
⌂*:・ Quando Evelyn è costretta a trasferirsi da lui, quella casa sembra una gabbia.
Un luogo imposto, non scelto.
Ma lentamente, quella gabbia diventa rifugio. Perché tra quelle pareti, per la prima volta, Evelyn non viene interpretata: viene vista. E Caleb non la osserva per capirla, ma per tenerla al sicuro da se stessa, da quella voce che le ripete che tutto finisce, che nessuno resta, che l’amore è un rischio.
Eppure Caleb resta.
Resta quando Evelyn provoca, quando si chiude, quando sbaglia bersaglio e ferisce anche lui.
Resta perché non sta cercando un lieto fine: sta cercando lei, intera, autentica, finalmente consapevole di essere degna di essere guardata così.
Resta perché l’amore, quando è puro, non ha bisogno di essere semplice per sopravvivere.
⋆˚꩜。 E insieme? Caos puro.
Ma non quello che distrugge: quello che rivela.
Un incontro di scintille, dispetti, gelosie umane, battibecchi che strappano risate improvvise, come se l’emozione sapesse alleggerire la ferita con il sorriso prima di farla bruciare di nuovo.
ᯓ.ᐟ Mostrami il caos non è la storia dell’amore che risolve tutto. È la storia dell’amore che non scappa davanti a niente, che accetta le crepe, che resta anche quando le mani tremano, che non ti chiede di essere meno di ciò che sei per poterti amare.
Quando ho chiuso l’ultima pagina, ho sentito un vuoto bellissimo. Uno spazio lasciato caldo, come una sedia appena liberata, che però ti invita a restare ancora un po’. E ho pensato che questa storia non si dimentica: si custodisce.
Come il caos.
Come l’amore.
Come un cuore che finalmente smette di nascondersi.