A volte l’amore non travolge.
A volte si avvicina piano, ti si siede accanto… e resta.
💭 Vi è mai capitato di iniziare un libro senza aspettative e accorgervi, pagina dopo pagina, che vi sta facendo compagnia?
The Grump and the Swan di Elvereth Ahn è esattamente questo tipo di lettura. Un romance che non corre, non pretende di stupire a ogni pagina, ma che avvolge. Una storia che sa di casa, di piccoli rituali, di comunità e di legami sinceri.
🦢Swan Forest gestisce la gelateria dei suoi nonni tra mille difficoltà economiche, ma senza mai rinunciare al suo sogno: portare un po’ di magia nella vita degli altri, anche nei giorni più storti. È solare, caparbia, gentile in modo autentico. Non è perfetta, a volte è ingenua, ma la sua forza sta proprio lì: Swan vede il mondo con il cuore e non smette di crederci, nemmeno quando sarebbe più facile mollare tutto.
🚔 Accanto a lei c’è Hunter O’Kane. Grumpy vero, silenzioso, ruvido. Un uomo ferito che arriva a Fair Haven dopo un’indagine sotto copertura finita male, con un solo obiettivo: diventare invisibile. Hunter è pieno di ombre, ma non è tossico. È uno di quei personaggi che tengono tutti a distanza non per cattiveria, ma per paura di sentire troppo.
Il loro incontro non è immediato, non è facile, e soprattutto non è un instant love. La relazione cresce lentamente, con piccoli passi, battibecchi, silenzi e momenti condivisi che pesano più delle grandi dichiarazioni. Swan è luce, Hunter è tempesta. E proprio per questo funzionano: non si aggiustano a vicenda, ma imparano a stare nello stesso spazio senza farsi male.
Fair Haven è una vera protagonista della storia. Una small town accogliente, curiosa, a volte invadente, ma profondamente umana. Qui tutti si conoscono, tutti osservano, e alla fine tutti finiscono per prendersi cura l’uno dell’altro. Il senso di found family è fortissimo ed è uno degli elementi più riusciti del romanzo.
🏆Il premio come miglior figura non protagonista va alla nonna di Swan. Io l’ho amata. Non posso farci nulla.
La scrittura di Elvereth Ahn è delicata, matura. Tutto è genuino: l’amore, i rapporti, le emozioni. Non è un romance esagerato o sdolcinato, ma una storia che parla di affetto, di guarigione, di legami buoni. Quelli che restano.
«𝘕𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘱𝘦𝘳 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰. 𝘌̀ 𝘱𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦́ 𝘵𝘪 𝘢𝘮𝘰. 𝘌 𝘢𝘮𝘰 𝘷𝘦𝘥𝘦𝘳𝘵𝘪 𝘴𝘰𝘳𝘳𝘪𝘥𝘦𝘳𝘦.»
Questa frase, secondo me, racchiude bene il cuore di The Grump and the Swan.
Non perché sia la più eclatante, ma perché dice tutto senza bisogno di spiegare altro.
Qui l’amore non è sacrificio urlato, non è gesto plateale, non è “guarda cosa faccio per te”.
È attenzione.
È scegliere l’altro nella quotidianità.
È voler vedere l’altra persona stare bene, anche quando costa fatica, anche quando significherebbe restare in disparte.
Ed è questo che mi ha convinta della relazione tra Swan e Hunter. Non c’è l’idea che uno dei due debba salvare l’altro.
Non c’è l’illusione che l’amore sistemi le ferite. C’è, piuttosto, la volontà di esserci senza invadere, di restare senza pretendere.
Hunter è un personaggio che funziona proprio perché non viene addolcito a forza. È chiuso, silenzioso, spesso scomodo. Ma non diventa improvvisamente un altro uomo per amore. Cambia poco, cambia piano, e cambia solo dove è credibile che lo faccia.
Swan, dall’altra parte, non perde se stessa per lui. Non smette di essere luminosa, ma quella luce non viene usata come strumento narrativo per “aggiustare” qualcuno. È una scelta consapevole dell’autrice, e si sente.
Dal punto di vista narrativo, quello che ho apprezzato di più è il controllo del tono. Questo libro sa esattamente cosa vuole essere e non prova mai a forzare la mano al lettore.
La storia non cerca il colpo di scena continuo, non alza il volume emotivo per impressionare. Lavora su accumulo: piccoli gesti, dialoghi misurati, scene quotidiane che costruiscono intimità senza bisogno di dichiararla ogni volta.
Anche l’ambientazione gioca un ruolo fondamentale. Fair Haven non è solo “carina”: è funzionale. La small town diventa un amplificatore emotivo, un contesto che obbliga i personaggi a confrontarsi, a esporsi, a essere visti. Il found family nasce così, in modo coerente, non come elemento decorativo.
Non è un romance che consiglierei a chi cerca drama estremo o tensione costante. È un libro per chi apprezza le storie che restano sobrie, ma non vuote. Che parlano di affetto, di presenza, di legami costruiti con calma. Ed è proprio questa scelta di misura che, secondo me, rende il romanzo più solido di quanto possa sembrare a una prima lettura.
La scrittura di Elvereth Ahn è delicata, matura. Tutto è genuino.