A Crusinallo, una frazione di Omegna alle spalle del lago d'Orta, ci sono ancora oggi i resti di una delle più grandi fabbriche al mondo. Architettura avveniristica, cemento e cristallo, centinaia di dipendenti per produrre un oggetto la Moka Bialetti. Se la caffettiera porta quel nome è grazie a due uomini che in comune forse hanno solo il fatto di essere padre e figlio. Alfonso è colui che ha inventato questa macchinetta rivoluzionaria, che fa il caffè in pochi un sognatore prudente, che negli anni Trenta ha affidato alle proprie mani capaci un'intuizione geniale. E poi c'è Renato, che è tutto l' ambizioso, temerario e dotato di una lungimiranza imprenditoriale senza pari. È grazie a lui se la Moka costruita in una piccola officina da suo padre diventa l'oggetto che non può mancare in nessuna casa; è per merito suo se il "baffo" Bialetti diventa un marchio che sanno riconoscere anche i bambini. Diversi come la polvere del caffè e l'acqua, Alfonso e Renato. Eppure la moka non funziona se manca uno dei due ingredienti, e acqua e polvere non si mescolano se non c'è pressione, tensione, persino conflitto. A sorvegliare il loro equilibrio incerto ci sono le donne della famiglia, ostinate e rivoluzionarie come la Nigoglia, le cui acque scorrono al contrario, dal lago vanno verso i monti. Ada, che ha un talento naturale nel risolvere i guai, e Tina, la più piccola dei Bialetti, nata quasi da un miracolo e che rivendicherà sempre la libertà di scegliere la strada da seguire. Come si arriva a un successo così? A raccontarlo è proprio Tina, che di questa storia conosce l'origine e vede con i propri occhi l'epilogo. Alessandro Barbaglia se ne fa portavoce, consegnandoci con il consueto incanto l'epopea di una famiglia che è stata tra i più grandi artefici del boom economico in Italia e nel mondo.
LE biografie mi imbarazzano. Cioè, se sei Napoleone a trent’anni la puoi scrivere una biografia, perché no… se sei Gesù a trentatré anni puoi raccontarne di miracoli fatti… ma se sei Alessandro Barbaglia - e sfido chiunque ad essere Alessandro Barbaglia, è l’unica sfida che mi sento di vincere - che puoi aver fatto a 38 anni? (Santo cielo! Trentotto! Non ne ho mai avuti così tanti!) Comunque, eccola:
Alessandro Barbaglia nasce. Il che: gli cambia la vita. Lo fa il 30 agosto 1980. Lo aspettavano il 21. Il 26 erano tutti pronti, lui ha deciso di fare 30. Far subito 31 gli sembrava di cattivo gusto. Nonostante si ostini a dire pubblicamente di essere nato a Nizza per via di quella sua nonna francese (lei si, nata lì) è nato a Borgomanero e suo padre aveva deciso di chiamarlo Adamo. Il fatto che si chiami Alessandro, invece, dimostra che le mamme possono molto più dei papà, almeno sulla scelta del nome dei figli.
Fino al 1997 respira, vive e gioca a Miasino, sul lago d’Orta, là dove se glielo chiedete lui sostiene di abitare ancora. Studia a Novara al Liceo Classico Carlo Alberto e nel 1999 si iscrive a Giurisprudenza all’Università di Pavia. La città e la facoltà gli piacciono così tanto che nel 2006 si laurea in Lettere a Milano con una tesi su “A Sangue Freddo di Truman Capote”.
Il giorno dopo la tesi di laurea inizia a lavorare come collaboratore esterno del settimanale NovaraOggi. Nel 2008 viene assunto come giornalista da Tribuna Novarese dove colleziona: la finale del premio nazionale per il giornalismo d’impegno sociale (si classificherà tra i primi dieci, il premio lo vincerà Enrico Mentana), 5 querele per diffamazione (quattro assoluzioni e, una ancora prescritta).
Nel 2012 inizia a fare il libraio a Vercelli. Dal 2012 a oggi, con Fabio Lagiannella, ha organizzato eventi culturali e incontri con gli autori con oltre 350 scrittori tra cui Fabio Volo, Corrado Augias, Moni Ovadia, Alessandro Barbero, Francesco Piccolo, Mauro Corona e molti altri. Il 17 gennaio 2017 è uscito, edito da Mondadori, il suo primo romanzo: “La locanda dell’Ultima Solitudine”. Finalista al premio Bacarella - si è classificato terzo - Finalista del premio Asti - si è classificato secondo - è finalista al premio adotta un esordiente. La finale sarà a maggio: incrociamo le dita!
La storia alla base del libro è senza dubbio interessante: l’invenzione della Moka, le radici familiari, la memoria che si intreccia all’impresa. Anche l’inizio funziona: il tono malinconico dei ricordi ha qualcosa di romantico e promette una narrazione intima, capace di coinvolgere. Purtroppo, però, questo registro viene mantenuto in modo uniforme per tutto il libro e, alla lunga, stanca. Quella malinconia iniziale non evolve, non si trasforma, e finisce per appesantire la lettura. Tanto che arrivare alla fine richiede uno sforzo. Lo stile di scrittura è uno dei punti più deboli: la storia resta poco personale, nonostante il forte potenziale emotivo. I personaggi non prendono davvero vita e le loro emozioni restano raccontate più che vissute. Il lettore rimane spesso spettatore, mai davvero dentro la scena. A questo si aggiunge una gestione poco coerente del punto di vista narrativo. Il racconto divaga tra dialoghi che sembrerebbero appartenere al presente e improvvisi interventi diretti dell’autrice, che parla ai personaggi o si distacca dalla storia per raccontare cosa la circonda mentre sta scrivendo. Questi continui scarti spezzano il ritmo e rendono difficile l’immersione. Interessante, ma anche spiazzante, la figura di Renato Bialetti, che emerge come un industriale quasi spietato: un ritratto forte, forse volutamente privo di indulgenza, che però rimane poco approfondito sul piano umano. Il confronto con La storia di Campari (che ho letto) è inevitabile e, per me, penalizzante: lì la vicenda industriale riusciva a coinvolgere anche a livello personale ed emotivo, cosa che qui non accade. In sintesi, Un sogno di polvere e acqua ha un tema affascinante e un buon avvio, ma uno stile narrativo che mantiene le distanze e finisce per raffreddare l’esperienza di lettura.
Ho trovato davvero piacevole questo racconto di una storia d’impresa del nostro territorio., raccontata in maniera autentica dall’unica superstite della famiglia che ha vissuto in prima persona la nascita e lo sviluppo di uno degli oggetti più iconici presenti in tutte le abitazioni …. e non solo. È un diario nostalgico e romantico che viaggia nel ricordo delle persone che hanno fatto parte della vita di Tina Bialetti e insieme a questo ci viene restituita la storia dell’idea della moka e la sua successiva trasformazione in progetto d’impresa. Questo libro ci rappresenta anche come non sia sufficiente avere un’idea ma serva, per il suo successo, l’interpretazione di quanto può cambiare la vita alle persone. Spesso i successi più grandi vedono due personalità affiancate come è stato in questo caso per la figura di Alfonso e di Renato: senza uno di questi due la storia non sarebbe esistita.
Forse presentato un po' troppo come una favoletta, avrei preferito un racconto dei fatti più obiettivo e meno romanzato. Comunque è innegabile che le storie di industriali e inventori che hanno un po' forgiato anche la vita quotidiana del Novecento, come il caso dei Bialetti, sono sempre molto interessanti.
racconto elegante e leggero, scritto in modo scorrevole e per nulla noioso, di una delle famiglie più celebri d’italia e della sua invenzione. molto interessante