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L'invenzione del colore

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Fin da bambino, il protagonista di questo romanzo sa che suo padre Raffaele ha inventato qualcosa che ha rivoluzionato la storia del cinema. È sempre rimasto una specie di segreto di famiglia, una leggenda privata. Gli torna in mente quando in una caldissima primavera sogna quasi tutte le notti suo padre, morto dieci anni prima. In questi sogni – lucidi e pervasivi – Raffaele è ancora vivo, semplicemente se n’è andato via di casa, senza una spiegazione. Quel bambino, che si chiama Christian e oggi ha cinquant’anni, si sente costretto a ricercarne il senso, e comincia un’indagine tenera e impacciata, un giallo famigliare che è anche un romanzo di formazione fuori tempo massimo. Professore di liceo, sospeso tra i rapporti impossibili e comici con i suoi studenti e le infinite spirali sentimentali della storia con la sua ex compagna, Christian vede di colpo la propria vita intrecciarsi con l’ombra di un padre a cui si accorge, solo ora, di assomigliare più di quanto abbia mai creduto. Nelle vesti di un Telemaco contemporaneo, si ritrova a inseguire le tracce del padre nella storia privata e pubblica, come se il Novecento fosse un unico lunghissimo racconto proiettato sul grande le vacanze al paese dei nonni negli anni ottanta e i film di Bud Spencer e Terence Hill, Apocalypse Now e la crisi economica, la prima volta in cui si sono conosciuti i suoi genitori e Scene da un matrimonio di Bergman, e soprattutto la Technicolor, l’azienda a cui il padre ha dedicato la sua esistenza e che ha cambiato l’immaginario planetario e i destini della loro famiglia. L’invenzione del colore è il romanzo di un’Italia contemporanea in cui la nostalgia può diventare immaginazione, il racconto di una classe operaia che trova il paradiso e nasconde l’inferno, un’epopea industriale che nel suo declino non ha risparmiato i propri eroi, la ricerca di una ragazza indecifrabile e la riscoperta dell’amore per un padre che sembra sfuggito tutta la vita ai suoi affetti e alla felicità. È, ancora e soprattutto, un libro sulle generazioni che si confidano solo nei momenti di fragilità, per rivelare la forza che muove ogni possibile rinascita.

395 pages, Kindle Edition

Published January 20, 2026

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About the author

Christian Raimo

54 books31 followers
Christian Raimo è uno scrittore, traduttore e insegnante italiano.

Ha studiato filosofia all'Università di Roma "La Sapienza" con Marco Maria Olivetti. Ha lavorato e scritto per il cinema, la radio e la televisione. Per un periodo ha fatto anche cabaret con un gruppo denominato "I cavalieri del Tiè".

Ha collaborato con diverse riviste letterarie («Liberatura», «Elliot-narrazioni», «Accattone», «Il maleppeggio»), quotidiani («Il manifesto», «Liberazione») e con la casa editrice romana minimum fax, per la quale ha tradotto Charles Bukowski e David Foster Wallace. Con la stessa casa editrice ha pubblicato nel 2001 la sua raccolta di racconti di esordio "Latte".

Ha pubblicato per la Fandango Libri la traduzione del romanzo in versi di Vikram Seth "The golden gate", assieme a Luca Dresda e alla sorella Veronica Raimo. Per la minimum fax ha curato inoltre nel 2004 l'antologia "La qualità dell'aria" (con Nicola Lagioia) e nel 2007 la raccolta di inchieste "Il corpo e il sangue d'Italia" (che raccoglie otto inchieste di Alessandro Leogrande, Antonio Pascale, Silvia Dai Pra', Stefano Liberti, Piero Sorrentino, Alberto Nerazzini, Gianluigi Ricuperati e Ornella Bellucci). Ha fatto parte della redazione del blog letterario «Nazione Indiana», sul quale ha pubblicato parecchi articoli, ed è tra i fondatori del blog letterario minima&moralia.

Attualmente è consulente per le collane Nichel e Indi di minimum fax, e insegna filosofia e storia nella scuola superiore.

Il suo primo romanzo, "Il peso della grazia", è uscito nel 2012 per Einaudi.

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11 (16%)
1 star
3 (4%)
Displaying 1 - 11 of 11 reviews
Profile Image for Laura Gotti.
629 reviews602 followers
Did Not Finish
April 13, 2026
IO non ce la facevo più. Trovo la scrittura di Raimo irritante, ma irritante tanto da non poter proseguire. Ho trovato questo romanzo (ne ho letto metà) pieno di cliché, di slogan, di campagne social travestite da libro.
Ce ne sarebbe da dire, ma ho esaurito la pazienza.
Profile Image for Miriam.
5 reviews
April 14, 2026
Gli adulti, anche i genitori, non si rendono conto della memoria dei bambini. Pensano di controllare la narrazione famigliare, semplicemente perché per molto tempo i rapporti di forza rimangono asimmetrici, e poi, anni dopo, con una smisurata massa di particolari, i figli recensiscono lo spettacolo della loro infanzia spiazzando e ammutendo chi gli ha dato la possiblità di assistervi. Gli adulti, invecchiati, realizzano di aver sottovalutato la capacità mnemonica infinita di quei bambini.
Profile Image for Camilla J. .
6 reviews
April 14, 2026
"Mio padre è il Novecento, il fordismo, il clangore, la prossemica delle sigarette che continuano a essere agitate in una stanza fumosa, le discussioni continuamente avviate, lo scintillio del tabacco che brucia rilasciando nell'aria un profumo che indica che la cenere si sta spegnendo oppure sempre un'altra possibilità, di un'avversativa almeno: Ma se invece... Ho capito ma stavo pensando... E' tutto giusto però... "
Profile Image for Telarak Amuna.
239 reviews3 followers
May 7, 2026
Intrigante l’inizio, con frammenti apparentemente slegati che sembrano dare le prime macchie di colore della storia senza che questa sia ancora definita e a mano a mano che si aggiungono capitoli, il disegno si fa sempre più chiaro. Lo sforzo di capire il nesso tra i capitoli iniziali spinge già chi legge a ingaggiarsi mentalmente con la storia e a proseguire per incrementare la comprensione e validare o revisionare le proprie ipotesi su di essa. Man mano che il testo avanza, si definisce almeno un orizzonte entro cui si colloca, anche se non ancora bene la trama: che sia attraverso i rapporti con i propri studenti e studentesse problematiche (soprattutto Paolo), il rapporto con Gadda o quello onirico con il padre, è evidente che il protagonista (un adulto istruito che insegna e viene quindi di solito, nell’immaginario collettivo, associato a una persona che ha capito la realtà, la vita e il proprio posto in essa) è totalmente smarrito, risultando altrettanto perso degli e delle adolescenti a cui insegna e che sono in cerca della propria identità e del proprio futuro, meno maturo di Gadda nella sua militanza culturale e politica (rispetto alla passività sociale del protagonista) e ancora in qualche misura sottomesso al giogo dell’aura/autorità paterna, che nella sua ricerca tenta di capire e così alleggerire.
Entro questo orizzonte, sempre caratterizzato da una frammentarietà di trama e stilistica, con brani che si inanellano secondo affinità diverse (richiami per somiglianze o differenze, scarti di pensiero che li accostano, procedere della trama, …) a rispecchiare il disorientamento del protagonista, che cerca a tentoni di ridare senso a una realtà che sembra averlo perso (e si scoprirà che un colpo brutale tale realtà l’ha ricevuto dalla morte del padre, trauma che innesca tutta la ricerca e la messa in discussione dello stato e del mondo del protagonista), si inseriscono riflessioni originali e spesso anche provocatorie, che forniscono ulteriore spessore all’opera. Ad esempio la constatazione del protagonista bambino che le facce sorridenti degli e delle adultə sui cartelloni pubblicitari nascono qualcosa: è l’intuizione ancora indefinita della menzogna della pubblicità, ma anche del suo legarsi a un desiderio di felicità che i volti reali delle persone adulte non riflettono quasi mai, perché non sono una facciata piatta, senza storia, ma portano dietro i propri visi le difficoltà e le preoccupazioni della vita. O ancora il diverso potere di due classi di parole, quelle che veicolano informazioni (oggi piove, ti amo) e quelle che invece performano azioni (ti sposo, ti lascio) e che quindi non per forza presuppongono la possibilità di controbilanciarle con altre parole, proprio non essendo discorsi; il protagonista rileva appunto la confusione che questi due livelli generano e la vana speranza che il secondo genera di poter ricorrere ad altre parole per mitigarne il potere. Passando a quelle più provocatorie, si ha ad esempio la comprensione del protagonista per chi uccide la propria compagna per immortalarla, ossia per impedire che il desiderio cambi. Ovviamente non si tratta di una scusante, ma semplicemente di un tentativo di risposta alla domanda: come fa l’amore a uccidere, con già nella formulazione della riflessione del protagonista un primo indizio, ossia che non è amore ma desiderio e il desiderio e strettamente intrecciato al potere, a sua volta interconnesso alla violenza, entro cui ricade l’omicidio.
Andando avanti si articola sempre di più l’analogia tra il mestiere del padre e la vita reale. Il cinema è da sempre un riflesso della vita reale, ma pilotato, su cui si può intervenire e proprio tutta la post-produzione descritta nelle sue varie fasi è il momento per eccellenza di intervento e modifica di qualcosa che di base sarebbe già fissato (il girato): si tagliano scene, si aggiunge o modifica il colore, si rende ciò qualcosa di già dato più vicino a come lo si vorrebbe. Il desiderio di rendere le cose come vorremmo assilla anche la vita reale, solo che lì il processo non è meccanico né dà risultati lineari e prevedibili, come si vede quando il protagonista interviene per contestare dei voti di condotta troppi duri rispetto al resto della classe, ottenendo per conseguenza di far abbassare i voti di altrə allievə; o come quando raccomanda a tre zingari di fare la guardia alla sua macchina, dopo aver dato loro trenta euro, perché c’è dentro il suo zaino con il computer, ottenendo invece proprio di farselo rubare. Con una certa ironia, il tracollo della Technicolor con l’avvento del digitale è l’ulteriore dimostrazione che la realtà non si può ritoccare a piacimento e che nessunə possiede quell’intuito di capire esattamente che modifica di colore fare (quanti punti colore dare) per ottenere l’effetto che si ha in mente, neanche chi sembra più a sua agio nel muoversi nella vita, come Gadda, che nel suo scontro dialettico con i due poliziotti fuori dal campo zingari si fa quasi arrestare, invece di convincerli citando articoli di legge. Rilevando ciò, tuttavia, il romanzo muove anche trasversali critiche a numerosi sistemi che non funzionano, come quello scolastico o la gestione degli zingari in rapporto alla società e ai suoi servizi, lasciando emergere una generale mancanza di solidarietà nel caos del reale, che invece la pretenderebbe per essere affrontato più serenamente.
Le riflessioni però sono quasi sempre solo abbozzate, soprattutto nei dialoghi tra Gadda e Christian, dove sono riportate solo alcune battute (dietro cui spesso si vede anche una certa incomunicabilità, un certo sfalsamento dei piani tra le due voci che dovrebbero intrecciarsi, ma non collimano bene, producendo due monologhi in parziale interscambio), per poi troncare e passare al frammento successivo prima che ci sia un approfondimento o un tentativo di risposta alle domande sorte. Di nuovo è rispecchiamento del disorientamento del protagonista, ma sembra al contempo un’ammissione dell’autore di non avere risposte da dare, ma solo dubbi e domande da condividere con chi legge, spunti per avviare una riflessione il cui lavoro rimane a carico nostro, senza sentieri indicati da Raimo. Questo tema certo non è nuovo, ma lo stile con cui viene riproposto risulta invece originale e gli riconferisce quindi vigore, attualità mordente.
Negli affondi provocatori si va anche a mettere in discussione convenzioni sociali profondamente radicate e care alla classe intellettuale, come l’utilità della cultura o il culto del passato e dei morti. È soprattutto Gadda, nel suo piglio di lotta radicale e anticonformista a denunciare la pericolosità di una cultura come baluardo comodo dietro a cui nascondersi per non agire davvero, per restare nella propria esistenza confortevole senza abbracciare la lotta più dura, senza sacrificarsi nella militanza. In fondo anche la cultura è in gran parte assoggettata alle medesime leggi di mercato consumistico-capitaliste che spesso si picca di denunciare. D’altra parte, però, anche la lotta più radicale molto spesso non porta a nulla, perché troppo oppositiva per costruirsi abbastanza seguito da generare un vero impatto, da provare a incrinare e rovesciare un sistema la cui forza è proprio l’illusione di benessere e sicurezza che dona e la sorta di dipendenza che crea grazie all’assuefazione a tutti i suoi vari prodotti anestetizzanti. Nella stessa direzione va anche la costatazione che è facile essere contro la borghesia quando si è stati borghesi tutta la vita e si è sperimentato quanto i suoi vantaggi siano alla fine relativi ed effimeri, quando invece chi è stato proletariə tutta la vita è ancora troppo attratto dalla chimera del benessere borghese ed è quindi molto più difficile porsi in un atteggiamento di rigetto e critica (a meno che non sia per mascherare l’invidia). Eppure proprio la scena dell’adesione alla marcia di protesta a Parigi mostra come è difficile essere privi di contraddizioni e debolezze, quando Gadda per riuscire davvero a viverla deve praticamente ubriacarsi e dopo un po’ si ritira sfranta nel suo alloggio, mostrando un certo scarto tra le parole e il desiderio di azione e l’azione vera e propria. Ciononostante solo dopo questa scena Gadda comincia a risultare più simpatica, perché più umana, perché più imperfetta e quindi tanto più ammirevole per l’impegno che mette nella sua lotta politica. Sono pochissime le persone che riescono a fare questa lotta, questi sacrifici facilmente e senza rimpianti e occasionali cedimenti o sbandate, ma proprio lo sforzo di chi, nonostante tutte queste difficoltà e i propri limiti, cerca comunque di agire per generare un cambiamento per il meglio, è quello più lodevole e di esempio. Tuttavia Raimo dipinge un sottobosco di gente che orbita attorno alla cultura e all’impegno politico con un approccio tradizionalmente considerato alternativo e in opposizione al potere con pennellate ciniche, mostrandone l’inconcludenza e un impegno che spesso è solo di facciata, di posizionamento, di balsamo alla propria coscienza, ma che si risolve in serate di discorsi sempre meno impegnati e sempre più di bagordi o in un generale fancazzismo, additando così anche in questo ambito l’assenza di sincerità o la pigrizia, diffusi come in altri ambiti.
L’unico neo delle prime due parti è un certo eccesso di pedanteria, che porta a lunghe descrizioni tecniche dei processi di colorazione del cinema o di scene di film, che se da un lato permettono a chi legge di imparare qualcosa su un processo che rimane sempre dietro le quinte e trasmettono inoltre l’ossessione del protagonista per questo tema (o meglio per il padre tramite questo tema, ossessione che a sua volta e quella della paura della sofferenza e della morte unita alla ricerca dell’affetto, a dire il vero), dall’altro produce pagine assai indigeste da leggere e le cui funzioni potevano probabilmente essere garantite in altro e più riuscito modo.
La terza e la quarta (e ultima) parte mi hanno convinto meno, in primis per l’eccessivo sprofondamento nel dolore raccontato e non mostrato, che di nuovo può fungere da specchio del tormento del protagonista, ma sempre di nuovo risulta molto pesante da leggere e poco efficace nel fare immedesimare. Quando poi nella riflessione sul dolore entra in ballo anche la Madonna, Gesù e Dio, mi sono cadute le balle. Chiaro che sono gusti personali, ma che ancora debba leggere una ricerca del senso del dolore in chiave religiosa, per quanto un po’ alternativa, mi lascia assai spiazzato e costernato (e non tanto perché non sono credente, ma perché hanno invaso la letteratura con questo tema per secoli con migliaia di opere e Raimo non ha per nulla una voce che, in tale ambito, si smarchi in qualsivoglia modo).
Non mancano tuttavia riflessioni interessanti, come quella sulla verità della memoria, liquidata come un elemento inesistente, perché inevitabilmente riportata alla soggettività e identità di ciascuno, per smemoratezza, convenienza, idiosincrasia, tara famigliare, … Oppure sull’esigenza dei conflitti e sulla negatività del loro evitamento tramite il dialogo a tutti i costi, poiché si collocano parallelamente a una soppressione dei sentimenti negativi, a un'incapacità di riconoscerli e viverli, da cui consegue la capacità di gestirli quando emergono così forti da non poter essere addomesticati o repressi. Nella sua e-mail al protagonista Gadda sembra suggerire che la sua convinzione che il dialogo pacato sui problemi e la circoscrizione delle emozioni negative siano segno di civiltà e quindi sempre positivi e da perseguire sia soltanto un’illusione che maschera forse la paura di un coinvolgimento più vivo da cui possono scaturire ferite, ma che spesso è necessario per arrivare a una rottura da cui ricostruire invece di insistere in una stratificazione di toppe. Peccato che le parti che non convincono siano in queste due parti preponderanti e, soprattutto, che il finale sia così sotto tono e convenzionale, quando invece la costruzione a frammenti è un contraltare stilistico al disorientamento del protagonista originale ed efficace.
14 reviews
April 2, 2026
difficile fare una recensione di questo libro.
libro ben scritto, capace di smuovere sentimenti contrastanti, soprattutto per la difficoltà di posizionare il proprio giudizio verso il protagonista. si è sempre in bilico tra il detestarlo, trovarlo fuori luogo ed immaturo, averne simpatia, provare un certo grado di pietà; così nel non riuscire a decidersi si diventa come lui: incapace di trovare il proprio posto nel mondo, nella società, nella famiglia. Unica pecca forse il poter approfondire meglio il substrato socio-culturale di un passato recente ricco di contraddizioni, descrivendo più nel profondo i cambiamenti di cui parla; ma anche questo trova accordo con la sospensione del protagonista, la sua incapacità di giudicare e mettere sotto critica non tanto il periodo storico, quanto gli affetti che ne hanno fatto parte. In ogni caso un libro che ha scatenato molte emozioni.
Profile Image for Victor Eremita.
13 reviews
April 18, 2026
Un libro di cui mi vengono in mente solo i momenti che mi hanno irritato. Prolisso, insopportabili i riferimenti continui alla religione. Si sviluppa su vari livelli narrativi senza risolverli. Il solito guardarsi l'ombelico degli scrittori italiani.
8 reviews
April 9, 2026
L'ho trovato prolisso, secondo me si perde i digressioni e ammiccamenti su temi ad effetto marchettaro ( proteste sociali, sesso e canne).
Profile Image for FRANCESCA GRANATELLI.
9 reviews
April 12, 2026
La storia scorre. Sarebbe una trama geniale. Forse uno stile non suo. Quello dei passaggi tra presente e passato. Senza creare, ha una sequenza logica, tocca troppi temi, messi lì franmentari
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