Balzano ha scelto di continuare a narrare delle frontiere orientali, questa volta di quella friulana con epicentro Trieste. Nodo nevralgico di culture, di commerci, di lingue e di religioni. Trieste, la più fascista delle città italiane, scelta da Mussolini come luogo per promulgare le leggi razziali, dove c'era l'unico campo di sterminio italiano, la Risiera di San Sabba, piccola Auschwitz nostrana. Trieste, porto cruciale dell'impero Austroungarico, crogiolo di popoli e di razze, ancora imbevuta dello stesso spirito mitteleuropeo, dove gli slavi vengono chiamati s'cavi e vengono visti come "gli altri", i forestieri che vanno respinti con tutti i mezzi, anche a bastonate, se non a bruciarli vivi nell'assalto al Narodni Dom.
In questa città così unica nasce nel 1900 Mattia, ribattezzato dai suoi sodali fascisti Bambino per il suo viso glabro, bello, che ispira tenerezza e che piace alle donne. Mattia scoprirà dalla donna che lui ha sempre pensato fosse sua madre che invece non lo è e che non sa chi essa sia. Partirà da ciò una ricerca forsennata e disperata di questa fantomatica e sfuggente figura materna, un cammino di vita che farà di Bambino un personaggio orribile, una camicia nera crudele e efferata, che si arruola fra i fascisti non per ideali politici ma perché spera che lo aiutino nella sua ricerca. Bambino non avrà mai ideali, mirerà solo al suo tornaconto, anche nell'uso della lingua slava che impara da piccolo. Uno dei personaggi negativi meglio riusciti della narrativa degli ultimi anni perché Balzano è riuscito a tratteggiare Bambino molto a fondo, scegliendo, caso strano, di raccontare la vicenda in prima persona e con le parole del carnefice e non della vittima, riportando alla mente , seppure a grandi linee, il protagonista di "Le benevole" di Jonathan Littell.
Anche in questo libro, come in "Resto qui" c'è l'assenza, la mancanza, e la ricerca di una persona amata che lacera e scava un abisso nell'anima, ci sono i soprusi e le violenze ideologiche, la soppressione di una cultura e di una lingua. Si conoscerà anche la doppia guerra vissuta dal territorio triestino e istriano perché l'orrore da loro non si è fermato nell'aprile del 1945 ma è andato avanti con altrettanta ferocia per parecchi mesi perché terra di conquista da parte dell'esercito di Tito. Le divise sono diverse ma le dinamiche sono identiche.
Un libro intenso con uno stile preciso, con ritmo incalzante e mai noioso, dove a Bambino fa da contraltare suo padre, Nanni, l'orologiaio che ripara il tempo, figura paterna umanissima e capace di tener testa ai sodali del figlio. Marco Balzano in alcune interviste ha dichiarato di essersi ispirato per questa coppia a Geppetto e a Pinocchio: un padre sempre pronto ad accogliere il figlio ma anche a cercare di correggerlo e a non accettare la sua malvagità, profondamente antifascista e un figlio che non vuole crescere, immaturo, malvagio e alla ricerca di sé. Se a volte Bambino appare un poco stereotipato, Nanni invece mi è sembrato sempre molto umano e tenace nella sua quotidianità, tenero nei ricordi affettuosi verso Tella, moglie fedele, gentile e madre amorevole, nonostanteil tradimento.