"Un romanzo miracoloso, un road trip concreto e spirituale che non dimenticherete." - John Irving
Una commedia on the road esagerata e commovente, che ricorda il ritmo di Little Miss Sunshine, accesa da dialoghi surreali, disseminata di episodi esilaranti e malinconici insieme.
PJ Halliday ha poco più di sessant'anni, assomiglia un po' al grande Lebowski, ha smesso di bere l'altroieri, forse, e dopo essere diventato milionario grazie a una lotteria ha quasi finito i soldi per eccesso di generosità. Fragile di cuore, non può provare emozioni troppo forti. Ma in pochi giorni la sua vita tranquilla, divisa tra il bar e la casa dell'ex moglie che gli ritaglia le brutte notizie dai giornali per non turbarlo, viene PJ accetta di occuparsi di Luna e Ollie, due bambini appena rimasti orfani; e quando Michelle, di cui era innamorato ai tempi del liceo, resta vedova, prende in prestito la Volvo rossa del suo migliore amico per filare da lei a Tender Hearts, una residenza per anziani dall'altra parte degli Stati Uniti.
Al volante (lui, da alcolista, non può guidare) c'è Sophie, la figlia ribelle coi capelli blu, e a bordo ci sono anche i bambini e Pancakes, un gatto rosso che possiede doti da dove appare lui molto presto qualcuno morirà. E via, tutti insieme, dal Massachusetts all'Arizona, tra un diner e un motel, con qualche deviazione e parecchi incidenti di percorso. I Cuori Teneri sono tutti loro, l'equipaggio temerario e ferito della Volvo, che attraversa il Paese alla ricerca di speranza, abbracci, nuove occasioni.
Annie Hartnett conosce l'arte di parlare in modo lieve di cose molto a un romanzo non si potrebbe chiedere di meglio.
Un romanzo on the road, ma soprattutto una storia di persone ammaccate, di famiglie improbabili, di seconde (e terze) possibilità. Si ride spesso, a volte di gusto, e poi - senza accorgersene - arriva quel momento in cui ti si stringe un po’ lo stomaco. Non perché succeda qualcosa di eclatante, ma perché ti riconosci nei personaggi e negli eventi raccontati. C’è un uomo che non pensava più di dover essere responsabile di nessuno. Ci sono dei bambini che imparano cosa vuol dire fidarsi. C’è un viaggio che non serve tanto ad arrivare, quanto a rimettere insieme i pezzi. È una storia tenera senza essere sdolcinata, ironica senza essere cinica. Di quelle che ti fanno pensare che, anche quando tutto sembra storto, qualcuno - o qualcosa - può ancora rimetterti in strada. Consigliato a chi ama i romanzi pieni di umanità, a chi ha bisogno di una lettura che faccia sorridere e respirare un po’ più a fondo. E a chi crede che i cuori teneri, alla fine, siano anche i più forti.
"I bambini sono resilienti." "No, papà. I bambini non sono resilienti. Gli adulti dicono così perché li fa sentire meglio. Lo dicono per far finta che i bambini non abbiano una sensibilità profonda come quella degli adulti. Ma i bambini sono fatti di tutto quello che gli succede. Sono spugne. Le cose brutte e le cose belle. Tutte le cose che gli dici. Quelle che li feriscono. O quelle affettuose.”
Un libro che sa essere felice, un libro che sa essere triste, con in mezzo cose decisamente improbabili e cose che potrebbero accadere a chiunque. Leggetelo se avete bisogno di sorridere, di commuovervi, di una carezza.
Semplicemente meraviglioso. L’autrice affronta tematiche come la perdita, la depressione, il senso di inadeguatezza, il delicato rapporto genitoriale, il suicidio, l’alcolismo e molte altre con una scrittura ironica ma sempre profonda.
La storia inizia presentando i personaggi: il gatto Pancakes che é un angelo della morte, PJ un uomo alcolizzato e depresso che ha perso tutto ma che in qualche modo si ritaglia uno spazio di speranza nell’amicizia con la sua ex moglie e il suo nuovo compagno, la figlia sopravvissuta Sophie, ed infine Ollie e Luna, due bambini rimasti orfani.
Sono tutte in qualche modo vite distrutte e ammaccate ma che trovano il modo di andare avanti, di imparare a convivere con il dolore e la perdita. Tutti personaggi sono a loro modo speciali e da ammirare per la forza che hanno.
Il viaggio in auto inizia quasi come un gioco ma si rivela un momento catartico per tutti i personaggi, che imparano a conoscersi, a volersi bene e a trarre la forza per il cambiamento. É un momento di profonda speranza che le cose possano finalmente cambiare, certo non senza intoppi, tra i più evidenti la scia di morti che si lasciano alle spalle ad ogni tappa, i tentativi alle volte falliti di PJ nello smettere di bere, i litigi tra Sophie e suo padre e la difficoltà di diventare genitore per la seconda volta.
Ho amato PJ nella sua imperfezione, nella sua profonda umanitá e nei suoi tentativi di essere una persona e un padre migliore. Una delle cose che più mi ha colpito e fatto piangere é il modo estremamente reale di descrivere la depressione (caratteristica che accomuna un po’ tutti i personaggi per motivi diversi) e il rapporto tra genitori e figli.
La forza di questo libro risiede nel fatto che queste tematiche vengono presentate in modo spigliato e ironico suscitando sempre un sorriso, ma allo stesso stesso tempo ti colpiscono dritto in pancia.
Ci sarebbe tanto altro da dire ma lascio il resto al piacere della lettura e della scoperta.
Personalmente lo trovo un libro che sento vicino al mio essere. Un must have per tutti quelli che hanno delle grosse parents issues.
«Voglio che mi guardi e poi mi dici che domani è tutto a posto». Le cose difficili non dovremmo mai affrontarle da soli; so di aver detto una banalità ma sempre di più sottovalutiamo il potere della compagnia, del sostegno reciproco e dei pianti sulle spalle delle persone a cui vogliamo bene e viceversa. Pensate a una difficoltà grande o piccola che avete avuto e pensate alla possibilità di viverla con qualcuno che vi vuole bene, o immaginatevi di viverla completamente da soli solo con l’uso delle vostre forze, pensate alla stanchezza, allo sconforto. E no, da soli non si moltiplicano le soddisfazioni, da sé non si fa per tre e nessuno ci darà una medaglia per aver superato qualcosa da soli - anzi, la gioia condivisa ha un eco maggiore. «Ti prego di raccogliermi la testa come se fosse l'ultima che resta». Io ho bisogno spesso che le persone mi dicano che è tutto a posto e che i problemi si risolvono e non dovrò fare tutto da sola. Chiedo rassicurazioni su più o meno tutto e ho trovato confortante leggere che esistono storie - per quanto inventate, ma anche l’invenzione ha un fondo di verità - che raccontano anche degli insicuri pedanti portando a galla i percorsi più curiosi (ma anche quelli più normali). La solitudine è una bellissima condizione se la si sceglie come respiro per la batteria sociale, ma è come un albero dai mille rami: qualcuno, illuminato dal sole e smosso dal vento sta florido e dritto, prolifera e da esso pendono foglie sgargianti; qualcun altro lotta contro il muro scrostato accanto, ancora umido, qualche foglia a tentare di resistere allo struscio persistente, rinsecchita e precaria. «Voglio solamente diventare deficiente e farmi male, citofonare e poi scappare». Io non dico che il sale della vita sia renderla a tutti i costi sopra le righe, fare le follie, anzi. Vivere nel brivido per godersi il fascino dell’incertezza, per carità, ecco. Però questo è un libro sul cavalcare l’onda, sulla ricerca di certezze in vari angoli dell’esistenza e degli affetti, fino alla fuga. Però forse, una cosa che mi ha lasciato dentro è che si trova la certezza scavando e ripulendo, come archeologi quello che è stato sepolto da tempo immemore.
Molto carino, ma non di più credo. Il modo di scrivere è molto interessante, una terza persona con continui cambi di vista che si possono individuare dal cambio di lessico del narratore. La storia è molto godibile, senza però mai essere troppo appassionante.
*Seguono very mild SPOILERS*
Non mi piace per nulla il "colpo di scena" finale che mi sembra abbastanza insensato e utile solo a continuare la narrazione che le cose brutte accadono sempre e a tutti, e non sempre c'è un lieto fine. Il protagonista PJ, non ha un vero arco redentivo all'interno del libro, ne viene solo accenato l'inizio, il che per quanto mi riguarda non è per nulla stupefacente visto l'entità degli errori che continua a compiere praticamente fino alla fine del libro. Ultima piccola nota a margine anche il finale per la figlia Sophie: per me è riduttivo e quasi stereotipato che il personaggio femminile senza uno scopo nella vita ne trovi il senso in dei bambini che vede come figli senza una particolare motivazione proventiente dalla sua backstory
3.8/5⭐️ La lettura è stata scorrevole. Purtroppo all'inizio trovavo ogni personaggio "odioso", e questo mi tratteneva nell'andare avanti, ma le cose sono cambiate, perché questo romanzo tratta di un viaggio che è tanto fisico quanto interiore, un po' come nella vita reale. Si dice che una persona non sia mai più la stessa dopo un viaggio, e questo libro ne è la rappresentazione. Le storie di ogni personaggio sono un po' tragiche e dure, ma ognuno troverà il modo di fiorire nonostante le sventure.
Davvero un bel romanzo “in the road” che però è anche un romanzo di formazione con la piccola, sorprendente, particolarità che vede crescere e maturare non un bambino ma un ultra 60enne alla ricerca di sé stesso e del superamento dei drammi del passato
Che LIBRO !! ho riso, ho pianto, mi sono emozionata veramente molto. Non è facile empatizzare con i personaggi, in questo caso è stata una cosa naturale. Sicuramente entrerà nella mia top 10 del 2026 anche se siamo solo all’inizio