A volte la vita ti colpisce e ti riporta al punto di partenza.
È quello che succede a Tuva Colmar, professoressa di Italiano che il padre ha chiamato come un luogo lontano. Aveva un fratello, un cane e un lavoro che d'improvviso non ha più nulla se non la sua fiera solitudine e poche parole incerte, ed è stata trasferita a occuparsi della biblioteca di istituto. Ma Tuva è una creatura speciale, armata di una sottile, tenacissima ironia, di un fiuto da segugio e della capacità di leggere tra le righe delle vite degli altri.
Così, quando proprio nella sua scuola accade un fatto tragico e inquietante, solo lei, forse, potrà far luce sul mistero che si nasconde nel cuore del liceo. Con una scrittura vivace, piena di sensibilità, Elena Campani sceglie la cornice del giallo per dare vita a un romanzo che scava nell'animo umano e ci parla di libri e di scuola, dell'impegno e della dedizione che richiedono a chi li ama davvero. La prof Tuva Colmar, i suoi colleghi, gli allievi, le chat di classe diventano in queste pagine uno specchio delle nostre paure e delle nostre colpe ma anche della possibilità sempre aperta di sconfiggerle con la capacità di ascolto e con il coraggio delle nostre fragilità.
L’assassino sta scrivendo è un romanzo che mi ha lasciata con sensazioni contrastanti.
Da una parte, ho apprezzato molto la protagonista. Tuva Colmar è un personaggio interessante, fuori dagli schemi: schiva, ironica, attenta osservatrice, con una fragilità che la rende credibile. Mi sono affezionata a lei e, a tratti, ho letto con vero coinvolgimento, spinta dal desiderio di capire chi fosse l’assassino. Alcuni dialoghi funzionano bene, così come l’uso delle chat scolastiche, che danno ritmo alla narrazione e restituiscono con efficacia il contesto contemporaneo della scuola.
Dall’altra parte, però, la scrittura non mi ha convinta. Ho avuto spesso la sensazione di una narrazione poco efficace e discontinua, a tratti confusa, come se mancasse un elemento di tenuta complessiva. Il meccanismo del giallo, pur nelle intenzioni, non riesce davvero a ingranare: la tensione è irregolare e l’indagine non sempre risulta chiara o coinvolgente.
Anche alcuni passaggi più descrittivi, in particolare quelli legati alle opere d’arte, risultano molto dettagliati ma poco funzionali alla storia, finendo per appesantire la lettura invece di arricchirla.
Nel complesso mi è sembrato un tentativo non del tutto riuscito di scrivere un giallo: interessante nelle premesse e in alcuni personaggi, ma carente nella costruzione narrativa e nello sviluppo dell’intreccio.
Per questi motivi ho assegnato due stelle: un libro con spunti validi e una protagonista che meriterebbe forse una storia più solida alle spalle.
In maniera del tutto inaspettata, quello che credevo mi sarebbe piaciuto di questo romanzo ha finito per deludermi (la soluzione del caso, contorta e banalissima al tempo stesso), mentre ciò che inizialmente mi aveva indispettita si è rivelato un punto di forza. Mi riferisco allo stile narrativo, in principio costituito da troppe sequenze descrittive e riflessive, ma poi sempre più movimentato e reso coinvolgente dai dialoghi e dagli scambi di messaggi tra i personaggi. A tal proposito, sebbene nello spazio di poche pagine, mi sono molto affezionata a Tuva. Sarebbe molto interessante scoprire le sue prossime avventure.