Uno spaccato autobiografico imperniato sulla figura carismatica dello zio dell' autore, il prof.Umberto Patalano, condito con riferimenti di carattere storico e impressioni dettate dall'esperienza e dalla sensibilità dell'autore stesso.
Domenico Mennella non scrive semplicemente un libro dedicato a suo zio, ma una lunga lettera d'affetto e di stima, una conversazione mai interrotta con chi continua a vivere oltre il tempo. La domanda che apre il libro non cerca realmente una risposta; è il grido sommesso di chi sa che certe persone, quando lasciano questa terra, non smettono di abitare la nostra vita, poiché cambiano soltanto dimora, non sedendo più accanto a noi, ma dentro di noi. Pagina dopo pagina il lettore ha quasi l'impressione di conoscere davvero Hombert, di sentirne la voce, di coglierne quel sorriso descritto dall'autore. Uno degli aspetti più commoventi del libro è il tema della gratitudine: lo scrittore si accorge, forse troppo tardi, di non aver detto abbastanza volte "grazie". È una confessione che riguarda tutti noi: quante persone decisive attraversano la nostra vita senza ricevere le parole che meritano? Quante volte diamo per scontato l'amore di chi ci cresce, ci educa, ci incoraggia, ci difende? Il libro possiede inoltre una qualità rara nella narrativa biografica: riesce a trasformare il particolare nell'universale, infatti ogni episodio personale diventa immediatamente patrimonio collettivo. Un viaggio in automobile con i dirigenti della squadra di calcio diventa una riflessione sulla fiducia; una riunione sportiva si trasforma in una lezione di leadership; una discussione politica diventa un discorso sul rispetto delle idee; una poesia dialettale apre una meditazione sulla guerra; una fotografia di famiglia racconta un intero secolo italiano. Le sue continue parentesi potrebbero sembrare deviazioni dal racconto, in realtà sono il racconto stesso, dato che la memoria non procede mai in linea retta; salta da un'immagine all'altra, collega persone, epoche, emozioni, oggetti, parole, proprio come accade nella vita ed è questo andamento libero che rende il libro incredibilmente vero. Si ride spesso, si sorride ancora di più, tuttavia, quasi senza accorgersene, ci si ritrova improvvisamente con un nodo alla gola. Il racconto è attraversato da una malinconia luminosa: non è né disperazione, né tristezza sterile, è quella nostalgia dolce che appartiene soltanto ai ricordi felici. Nulla appare forzato, ogni citazione nasce da un ricordo, ogni ricordo genera una riflessione, ogni riflessione conduce a una domanda che riguarda tutti noi: Chi siamo? Che cosa rimane davvero di una persona quando non c'è più? Qual è la vera eredità che lasciamo ai nostri figli e ai nostri nipoti? La risposta dell'autore non passa attraverso il successo, il denaro o il prestigio: rimane ciò che siamo riusciti a trasmettere; una parola detta al momento giusto, un incoraggiamento, una carezza, una lezione, un sorriso, un esempio. È un libro sull'eredità invisibile, quella che non compare nei testamenti, quella che non si misura con il patrimonio, quella che continua a vivere nella coscienza di chi resta. L'ultima pagina è di una bellezza disarmante.
L'autore torna alla domanda iniziale: "Dove sei?". Lo vede disteso su una "bianca nuvola", richiamando una delle lezioni grammaticali che il Professore gli aveva impartito da bambino: la differenza tra "la nuvola bianca" e "la bianca nuvola". In quella semplice inversione degli aggettivi c'è tutto il senso del racconto: la grammatica diventa poesia, la memoria diventa eternità, l'insegnamento diventa amore e il professore continua a fare lezione anche dopo la morte. Lo scrittore, partendo dalla sua storia personale, arriva a toccare il cuore di chiunque. Per questo, terminata la lettura, non si ha la sensazione di aver chiuso un libro, ma di aver salutato una persona cara. Vi consiglio di leggerlo perché è un'opera di rara sensibilità, capace di commuovere senza retorica, di far sorridere senza superficialità e di ricordarci che il modo più autentico per rendere immortale qualcuno è continuare a raccontarne la luce e a farlo vivere attraverso i nostri ricordi.
Lo zio Hombert è una lettura che mi ha conquistata per la sua semplicità e autenticità. Più che raccontare una storia con una vera e propria trama, l'autore apre una finestra sui suoi ricordi, rendendo omaggio a una figura familiare che ha avuto un ruolo importante nella sua vita.
Pagina dopo pagina si percepisce tutto l'affetto con cui vengono narrati gli episodi, i piccoli gesti e le abitudini che hanno reso lo zio Hombert una persona indimenticabile. È proprio questa spontaneità a dare forza al libro: non ha bisogno di grandi colpi di scena per coinvolgere, perché riesce a trasmettere emozioni sincere e a ricordarci quanto siano preziosi i legami familiari e i ricordi che custodiamo.
L'ho trovato un libro dal sapore quasi estivo: una lettura leggera, scorrevole e piacevole, perfetta per chi desidera prendersi una pausa senza rinunciare a una storia capace di lasciare il segno. Dietro la sua apparente semplicità si nasconde infatti una dolce malinconia che accompagna il lettore fino all'ultima pagina.
È uno di quei libri che si leggono con il sorriso e con un pizzico di nostalgia, perché ci ricordano che le persone che abbiamo amato continuano a vivere nei racconti e nella memoria di chi le porta nel cuore. Una lettura delicata, commovente e genuina che, secondo me, merita di essere letta.
Una lettera a uno zio. Una lettera che attraversa passato e presente, mettendoli a confronto con ironia, nostalgia e una buona dose di riflessione. Il nostro protagonista si rivolge a uno zio che non c’è più e, attraverso i suoi ricordi, gli racconta quanto è cambiato il mondo. Gli parla del presente, delle nuove abitudini, dei cambiamenti della società, ma anche di tutto ciò che è rimasto dentro di lui: i momenti vissuti insieme, i consigli, gli insegnamenti e quella presenza costante che, anche dopo la sua scomparsa, continua ad accompagnarlo. Ne parla con grande stima e affetto, restituendoci il ritratto di una persona che ha lasciato un segno profondo nella sua vita. È una storia breve, ma capace di colpire e soprattutto di far riflettere. Perché, pagina dopo pagina, ci porta a chiederci: siamo davvero cambiati in meglio o, forse, abbiamo semplicemente cambiato il modo di vivere? L’autore guarda al passato con nostalgia, ma mai con rimpianto. E trovo che sia proprio questo uno degli aspetti più belli del libro. Riesce a spaziare con naturalezza tra passato e presente, inserendo riferimenti politici, storici e culturali che arricchiscono il racconto senza appesantirlo. E poi c’è la mia città, citata tra queste pagine. Trovarla nelle parole dell’autore mi ha fatto sentire ancora più legata a questa storia, come se per un momento quel ricordo non appartenesse più soltanto a lui, ma anche un po’ a me. Si parla di famiglia, di comunità, di cambiamenti e di memoria. Ma soprattutto si parla di quelle piccole cose che il tempo tende a trasformare e che, proprio per questo, ci fanno interrogare su ciò che abbiamo perso e su ciò che abbiamo guadagnato. Un libro piccolo, ma intenso. Una lettura che non ha bisogno di grandi gesti per lasciare il segno. E quando arrivi alla fine ti rimane addosso una sensazione difficile da spiegare: quella pace un po’ malinconica dei tempi lenti, delle cose semplici e dei ricordi che continuano a vivere dentro di noi.
Quanto mi ha sorpresa questo libro da 1 a 10? 11!! ❤️
È un breve racconto in cui l'autore si rivolge a uno zio che non c'è più e con il quale aveva un rapporto speciale. Questa lunga lettera è una rievocazione di episodi del passato che hanno come protagonisti lo zio e altri membri della famiglia, ma è anche uno sguardo sulla società di oggi, con tutte le sue contraddizioni e le sue innovazioni rispetto al tempo in cui lo zio era ancora in vita.
Al di là della delicatezza del linguaggio, della sapienza con cui le parole della nostra bellissima lingua vengono accostate fino a creare una prosa che sfiora la poesia e della nostalgia che riescono a trasmettere, questo racconto mi ha sorpresa soprattutto per la sua capacità di raccontare la nostra società affrontando temi complessi con una sottile ironia. Un'ironia che quasi li fa sembrare secondari rispetto al resto del racconto, ma che, se ci si sofferma anche solo un attimo su quelle parole, rivela tutta la profondità di ciò che l'autore vuole comunicare.
C'è addirittura un passaggio in cui l'autore chiede consiglio allo zio su come rimediare alla stupidità degli uomini che fanno le guerre. È una riflessione tanto semplice quanto potente.
Inoltre, Domenico non manca di rivolgersi ai suoi "non lettori" e alle sue "non lettrici", sempre accompagnati da un aggettivo diverso (affezionatissimi non lettori e ammalianti non lettrici, granitici non lettori e conturbanti non lettrici...). Sono piccole divagazioni rispetto al testo principale della lettera che io ho apprezzato moltissimo, perché avvicinano chi legge al racconto e lo fanno sentire parte integrante della storia.
È una lettura breve, ma sorprendentemente ricca: ironica, arguta, vivace e capace di alternare leggerezza e profondità con una naturalezza che conquista pagina dopo pagina. Al centro c’è lo zio Hombert, figura vivida nella memoria dell’autore: uomo appassionato di politica e calcio, ironico e osservatore del mondo, capace di lasciare un ricordo che continua a far riflettere. Era anche poeta in vernacolo napoletano. Tra aneddoti familiari, ricordi, osservazioni sulla società e riflessioni sul cambiamento, il racconto scorre attraverso una voce in prima persona che diventa sempre più confidenziale. L’autore parla anche della sua esperienza da docente e di come la scuola sia cambiata nel tempo. L'autore sembra quasi parlare davanti a noi, coinvolgendoci nelle proprie considerazioni e rendendoci partecipi del suo personale viaggio nella memoria. Mennella utilizza una scrittura colloquiale, ironica e vivace, lasciandosi spesso trasportare dalle proprie divagazioni.
«Ma io divago sempre (dovrebbero chiamarmi “il dottor Divago”).»
E il lettore finisce davvero per seguirlo in queste deviazioni, lasciandosi trasportare dai suoi pensieri. È una scrittura che non ha paura di fermarsi, cambiare direzione, ricordare, osservare poi ripartire e l'autore sembra proprio parlare al lettore in modo diretto. Molto riuscita anche la scelta di rivolgersi ai propri “non-lettori” e “non-lettrici”, con un tono giocoso che crea subito complicità e rende tutto più leggero e familiare. C’è qualcosa d’altri tempi in questo modo di dialogare con chi legge che ho apprezzato particolarmente.
“Lo zio Hombert” è stato per me un libro sorprendente nella sua semplicità. Domenico Mennella non scrive per “fare effetto”: racconta suo zio come si racconta qualcuno che hai davvero amato, con quelle piccole cose che di solito non finiscono nei libri ma che sono proprio quelle che rendono una persona vicina.
La cosa che mi ha colpita di più è il tono: tranquillo, quasi confidenziale. Ti sembra di ascoltare qualcuno che ti parla seduto accanto. E questa semplicità, paradossalmente, arriva più in profondità di qualsiasi stile ricercato.
Alcuni episodi mi hanno fatto pensare ai racconti dei miei genitori e dei miei nonni: non perché siano simili, ma perché hanno quella stessa atmosfera di vita vera, vissuta davvero. E mentre leggi, ti ritrovi a fare un confronto con le tue radici senza accorgertene. Nel ricordo dello zio Hombert, inevitabilmente riaffiorano anche i tuoi: i momenti comici, quelli teneri, quelli malinconici, tutto ciò che appartiene a chi non c’è più ma continua ad abitare da qualche parte dentro di te.
Il libro è breve, ma non ha bisogno di pagine in più: dice quello che deve dire con discrezione, senza spingere sulle emozioni, e forse è proprio questo che lo rende così rispettoso e tenero.
Alla fine conta la sensazione che ti resta addosso: quella di aver sfiorato un ricordo che non è tuo, ma che per un attimo hai sentito incredibilmente vicino.
Ci sono libri che raccontano una storia e libri che custodiscono una vita.
Zio Hombert appartiene alla seconda categoria.
Attraverso i suoi ricordi , domenico rende omaggio a una figura fondamentale nella sua famiglia, costruendo il ritratto di un uomo stimato.
La lettura trasmette l'importanza delle tradizioni familiari, di conservare nel cuore chi ha lasciato un segno nel nostro cammino. Il modo in cui vengono raccontati i ricordi e l'amore della famiglia, e stata una coccola.
Il romanzo invita a riflettere sulle propria provenienza e sulle persone che hanno contribuito a renderci ciò che siamo oggi.
🤍 Un omaggio sincero e sentito, scritto con il cuore.
Domenico Mennella affida alla memoria il compito più difficile: raccontare una persona senza trasformarla in un mito. In Lo zio Hombert ci riesce con una scrittura sobria, ricca di episodi vissuti e di dettagli che restituiscono il carattere di un uomo colto, coerente e profondamente legato ai valori dell’educazione e della famiglia. La narrazione procede con naturalezza, alternando ricordi, riflessioni e momenti di autentica ironia, fino a comporre il ritratto di una generazione che ha saputo insegnare soprattutto con l’esempio. È una lettura che lascia una sensazione rara: quella di aver conosciuto davvero il protagonista, senza filtri e senza artifici. Ed è proprio questa autenticità il pregio più grande del libro.