Ci sono fatti di cronaca destinati a rimanere per sempre nell'immaginario collettivo, storie capaci di dividere l'opinione pubblica e toccare corde insospettate. Il caso Garlasco è uno di un delitto che ha segnato il Paese, una storia giudiziaria solo apparentemente conclusa e che oggi torna con nuovi interrogativi e nuove ombre. Per anni l'unico indagato è Alberto Stasi, compagno della vittima, il «biondino dagli occhi di ghiaccio». Viene condannato a sedici anni di carcere, eppure manca il movente, le testimonianze vanno in un'altra direzione, il suo alibi viene accertato. Si può dire che sia colpevole oltre ogni ragionevole dubbio? La risposta è no. Da qui parte il racconto di Stefano Vitelli, il magistrato che nel 2009 assolse Stasi in primo grado, in un libro che ripercorre - umanamente e giudiziariamente, con elementi del processo mai raccontati al grande pubblico - tutta la dalla telefonata al 118 alle analisi informatiche compromesse, dalle macchie di sangue alle nuove perizie che riscrivono ciò che si credeva acquisito, fino al movente fantasma e all'assunto per cui «meglio un colpevole fuori che un innocente dentro». Dubbi, verifiche, domande senza risposta, ma anche la responsabilità di chi deve giudicare sapendo che non si può scommettere sulla colpevolezza dell' la posta in gioco è troppo alta, un errore simile potrebbe segnare per sempre la vita di un innocente. Una narrazione immersiva, che dal caso di cronaca più discusso di sempre si apre a una riflessione universale sul potere, la conoscenza e il limite umano.
Ci sono fatti di cronaca destinati a restare per sempre nell’immaginario collettivo, storie capaci di dividere l’opinione pubblica e di toccare corde profonde, spesso scomode. Il caso Garlasco è una di queste: un delitto che ha segnato il Paese e una vicenda giudiziaria solo apparentemente conclusa, che ancora oggi ritorna con nuovi interrogativi e nuove ombre. Per anni l’unico imputato è stato Alberto Stasi, compagno della vittima, etichettato dai media come il «biondino dagli occhi di ghiaccio». Condannato a sedici anni di carcere, nonostante l’assenza di un movente, testimonianze discordanti e un alibi ritenuto attendibile. Si può davvero parlare di colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio? La risposta, inevitabilmente, è no. Da questa frattura nasce il libro di Stefano Vitelli, il magistrato che nel 2009 assolse Stasi in primo grado. Un racconto che è insieme umano e giudiziario, rigoroso e profondamente inquietante. Vitelli ripercorre l’intera vicenda portando alla luce elementi del processo mai raccontati al grande pubblico: dalla telefonata al 118 alle analisi informatiche compromesse, dalle macchie di sangue alle nuove perizie che rimettono in discussione ciò che sembrava ormai acquisito, fino al movente fantasma che non ha mai trovato una vera consistenza. Ma questo libro è molto più di una ricostruzione processuale. È una riflessione potente sulla responsabilità di chi giudica, sul peso delle decisioni irreversibili e su un principio che dovrebbe essere scolpito nella coscienza collettiva: meglio un colpevole fuori che un innocente dentro. Perché il processo penale non è un azzardo, e la vita di una persona non può essere il prezzo di una scommessa sulla colpevolezza. Con una narrazione immersiva e mai compiaciuta, Vitelli trasforma uno dei casi di cronaca più discussi degli ultimi diciotto anni in una meditazione universale sul potere, sulla conoscenza e sui limiti umani. Un libro necessario, che non offre certezze comode ma costringe il lettore a fare i conti con il dubbio — quello vero, quello che fa paura, ma che è il cuore stesso della giustizia. Una lettura che lascia il segno. E che, soprattutto, non smette di fare domande
Corto, cortissimo. Avevo una aspettativa maggiore, aggiunge ben poco purtroppo rispetto alle tonnellate di informazioni che questo caso di cronaca ci fornisce quotidianamente.