«Con una nota autobiografica inedita di Lidia Poët.»
«Un libro profondo che fa luce su figure chiave della storia europea ahimè quasi dimenticate.» Simonetta Agnello Hornby
Torino, aprile 1884: la Corte di Cassazione nega alla ventottenne valdese Lidia Poët il diritto di esercitare la professione di avvocato perché donna. Sul momento, la vicenda sembra destinata all’oblio, ma il giovane giurista belga Louis Frank si imbatte nel caso e capisce che questa non è solo una storia individuale, ma il riflesso di un’Europa che esclude le donne dal diritto e dai diritti. Ben presto Frank diventa il fulcro di una rete transnazionale che collega Torino a Bruxelles, Parigi e Bucarest, intrecciando la vita di Lidia Poët con quella di donne altrettanto determinate a entrare nelle aule di Marie Popelin, Jeanne Chauvin e Sarmiza Bilcescu. Se in Italia, Belgio e Francia le donne restano a lungo fuori dalle porte del Foro, in Romania Bilcescu riesce a infrangere il tabù, mostrando come quel divieto non fosse una necessità, ma una scelta politica. Le donne, in quell’epoca, «potevano anche dimostrare competenza, eloquenza, intelligenza, ma erano, semplicemente, fuori posto»: trattate come anomalie da una comunità, quella degli avvocati di fine Ottocento, chiusa, maschilista e refrattaria al cambiamento. Attraverso documenti d’archivio – tra cui un’autobiografia inedita di Lidia Poët – Alberto Nicòtina racconta la sfida organizzata al conservatorismo forense delle prime avvocate d’Europa. Una battaglia che, partendo dai tribunali, ha contribuito in modo decisivo a ridefinire il ruolo delle donne nella società. Il testo è arricchito dalla ricostruzione degli scambi epistolari tra Louis Frank e le protagoniste di questa lettere che restituiscono il carattere umano, più che giudiziario, di un’impresa troppo a lungo dimenticata. A emergere dalla narrazione non è tanto il primato di singole «eroine», ma la fecondità degli scambi intellettuali e delle alleanze che hanno permesso a un piccolo gruppo di donne di assicurare un diritto per tutte. «È solo alla luce di questo cammino collettivo» – ribadisce l’autore –«che ha senso chiedersi chi sia stata la “prima”».
E’ stata una lettura interessante, in particolare sotto due aspetti: il primo è il confronto tra la situazione femminile in Italia ed in altri paesi europei per quanto riguarda la professione legale. Un aspetto particolare del femminismo, che interessò Italia, Francia, Belgio e Romania. La prima donna laureata in giurisprudenza che riuscì ad iscriversi all’Ordine degli avvocati fu rumena, Sarmiza Bilcescu, laureatasi alla Sorbona, che, paradossalmente, non esercitò mai la professione di avvocato. Vengono pubblicate in calce al libro alcune sue lettere, in cui scrive di non aver trovato alcun ostacolo alla sua iscrizione all’ordine, fu iscritta all’unanimità dei voti dei suoi colleghi, ma confessa che l’iscrizione era stata chiesta soltanto per aprire la strada ad altre donne. Chi invece ha lottato per l’iscrizione all’ordine degli avvocati furono una italiana, una francese ed una belga. L’italiana Lidia Poët è diventata famosa ultimamente grazie a una serie di netflix, non ne avevo mai sentito parlare prima. La sua richiesta di iscrizione all’ordine degli avvocati di Torino risale al 1883. Riuscì ad iscriversi, grazie a una legge che permise le professioni intellettuali femminili, nel 1919, a 64 anni. Trascorse la sua vita ad esercitare la professione nell’ombra del fratello avvocato. La francese Jeanne Chauvin chiese di essere iscritta all’ordine degli avvocati nel 1897. Era già laureata anche in filosofia e aveva sostenuto più volte l’esame per diventare professore universitario, chiaramente con esito negativo. Anche la domanda di iscrizione all’ordine degli avvocati di Parigi fu respinta. Riuscì ad iscriversi nel 1900, grazie ad una legge che in Francia arrivò 19 anni prima che in Italia. La belga Marie Popeline chiese di essere iscritta all’ordine degli avvocati nel 1888, ma la sua richiesta fu respinta e riuscì ad ottenere l’iscrizione soltanto nel 1922, quando fu approvata la legge che permetteva l’esercizio della professione forense alle donne. Il denominatore comune delle quattro donne fu che tutte si impegnarono nel sociale, chi nel diritto penitenziario, chi nel diritto minorile, nella difesa dei diritti delle donne, chi nell’insegnamento e nella diffusione della cultura della pace e dei diritti umani. Alle lotte svolte da tutte e quattro dobbiamo l’evoluzione legislativa che ha aperto la strada all’uguaglianza di genere, strada ancora da percorrere. Il secondo aspetto di interesse è che alle spalle di tutte e quattro c’era un uomo, un giurista belga che si è laureato in giurisprudenza a Bologna, Louis Frank. Per tutta la vita Frank si impegnò ad aiutare le donne a diventare avvocati, convinto delle loro capacità, della loro preparazione professionale e senza dubitare, come i diffusi e persistenti pregiudizi dell’epoca, che le donne fossero inadatte a svolgere una professione come quella legale, inadatte a sostenere le “fatiche del Foro”, loro che la natura ha destinato ad altre funzioni. Un uomo moderno per i suoi tempi, un antesignano della parità di genere, che è passato sotto silenzio, a cui il saggio appena letto ha dato il posto che merita. Una persona alla quale noi donne che esercitiamo la professione forense dobbiamo dire grazie.
La deficienza mentale della donna non solo esiste, ma per di più è necessaria [....]. Se noi vogliamo una donna, la quale possa adempiere bene al suo compito materno, è necessario ch'essa non abbia un cervello mascolino. Se si potesse far in modo che le facoltà femminili raggiungessero uno sviluppo uguale a quello delle facoltà degli uomini, ne verrebbero atrofizzati gli organi materni e noi ci troveremmo dinnanzi un ripugnante e inutile androgino. (Paul Julius Moebius)
Questo agile volumetto mi è stato regalato da un collega e credo che abbia azzeccato la scelta, poiché mi è piaciuto particolarmente. Avevo già letto una biografia di Lidia Poët, apprezzandone impegno, lucidità e rigore (ulteriore motivo per detestare la macchietta sboccata in cui è stata trasformata, nell'omonima serie televisiva, per compiacere a un pubblico "moderno"), ma non mi ero resa conto, sinora, che la sua non è stata una lotta-missione isolata. Anche nel resto d'Europa altre giovani, pur laureate con voti eccellenti, pur divenendo giuriste riconosciute e brillanti, combattevano contro la secolare convinzione che le donne fossero "fisicamente e moralmente inadatte alla professione", quasi che entrare in un'aula di tribunale potesse arrecare un danno irreparabile alla loro fragilità (prima di restare scioccati, vorrei ricordare che nel 2026 in alcuni paesi mediorientali perdura il divieto di guidare l'auto, in quanto ciò potrebbe inficiare la conformazione dell'utero e procurare sterilità...).
Così in Belgio e in Francia Marie Popelin e Jeanne Chauvin tentarono di superare diffidenza e oscurantismo, inutilmente, mentre Sarmiza Bilcescu riuscirà a iscriversi all'ordine in Romania, pur non esercitando. Bisognerà aspettare il 1901 perché la Chauvin possa venire ammessa in un'aula d'udienza francese (curiosità, inizia con un caso di contraffazione di un modello di corsetteria), mentre la stessa Poët otterrà il titolo a sessantaquattro anni, quasi all'età della pensione. Ed è un uomo, il giurista belga Louis Frank a fare da tramite e collegamento tra tutte loro, facendo propria la battaglia di eguaglianza, scrivendo un'opera incompiuta sulle donne giuriste, anche se muore nel 1917 in solitudine e in povertà (forse a causa delle origini ebraiche e dei pregiudizi collegati).
Il volume è dunque un viaggio-saggio nella memoria di queste figure che furono vere pioniere: non donne eccezionali, bensì apripista che inaugurarono una linea, rompendo "la segregazione degli spazi sessuati" e fungendo da modello all'intero genere.
Unico fastidio (e dispiacere): dopo aver narrato difficoltà, umiliazioni e frustrazioni per non vedersi riconosciute uguali, con lo stesso titolo di "avvocato", ecco che il saggio si adatta allo spirito finto-femminista che vuole nuovamente differenziare tra maschi e femmine con l'avvilente "avvocata". Come sempre non si può usare un termine identitario e livellante, ma dobbiamo mantenere la serie A e la serie B (dopo che ho trascorso quasi trent'anni a raggiungere la sfibrante meta di farmi chiamare "avvocato" come i colleghi seduti a fianco, superando le mille trovate fantasiose per aggirare il titolo (da dottoressa a signorina, a signora...). Soltanto uno studioso teorico, uno che non abbia subito sulla propria pelle quanto possa fare la differenza una mera vocale agli occhi dei clienti e dei propri pari può pensare che il formalismo terminologico sia la vera conquista femminile.