Che lo si disprezzi o lo si ammiri, lo si odi o lo si ami, è indubbio che Donald J. Trump non possa lasciare indifferenti, o neutrali. Da rampollo di una famiglia immigrata dalla Germania a «palazzinaro» e protagonista del jet-set newyorkese fino a diventare per due volte presidente degli Stati Uniti, la sua è stata senz'altro una scalata straordinaria verso l'agognato potere. Ma a quale prezzo? The Donald forse non passerà alla storia come colui che «ha reso di nuovo grande l'America», ma certo un primato l'ha nessun leader ha mai lastricato di tante bugie la propria via verso la vetta. Eppure, anche grazie alla sua diabolica abilità mediatica, nulla sembra scalfire la corazza che lo rende immune a qualsiasi attacco o passo falso. E lo stesso vale sul piano capo dello Stato più potente del mondo, patria della libertà e della democrazia, calpesta gli ideali occidentali esaltando la violenza bruta e la legge del più forte, tratta amabilmente con dittatori e criminali di guerra, umilia le istituzioni, fa la voce grossa contro gli oppressi e, nonostante ciò, esige il Nobel per la pace e si vanta dei propri successi diplomatici. Ed è qui che sta la sua nella capacità di manipolare la realtà a suo piacimento. Da questa considerazione parte Antonio Caprarica per tracciare un ritratto del tycoon e porre la domanda Donald Trump è un abile politico, l'unico che possa tenere testa ai leader delle altre potenze che governano il pianeta, Putin e Xi Jinping, o non è altro che un prepotente ciarlatano che ha costruito il proprio successo sulle macerie di ciò che ha distrutto, senza rimorsi né pietà? Al lettore l'ardua sentenza.
Ha esordito nel mondo giornalistico come redattore sindacale del settimanale Mondo Nuovo; tra il 1976 e il 1978 ha commentato prima la cronaca romana e poi la politica interna su l'Unità, in seguito è stato per soli nove mesi da febbraio a ottobre 1989 condirettore del quotidiano romano Paese Sera. Con Giorgio Rossi, ha scritto il suo primo libro: La ragazza dei passi perduti, nel 1986. Nel 1989 ha lasciato la carta stampata per dedicarsi alla televisione: entrato in Rai, si è occupato di politica estera, poi è inviato e, quindi, corrispondente fisso del Tg1 nei paesi mediorientali, con base al Cairo ed a Gerusalemme. È inviato in Afghanistan, sui carri armati sovietici, che si ritirano sotto l'offensiva dei mujaheddin. Poi a Baghdad, nell'autunno del 1990. Quando è scoppiata la prima guerra del Golfo, si è trovato a Gerusalemme e ha raccontato la caduta degli Scud su Israele. Nel 1993 è trasferito a capo dell'ufficio di corrispondenza Rai di Mosca, sotto la presidenza di Boris El'cin. Ha intervistato Michail Gorbačëv, è si è recato a Groznyj, capitale della Cecenia. Nel 1997 è spostato a Londra, occupando lo stesso incarico per la Rai, ma per la capitale britannica. Dopo nove anni nel Regno Unito, nel marzo 2006 è stato posto a capo della Rai di Parigi. È ritornato in Italia nel novembre 2006: è arrivato il momento in cui ha incominciato a dedicarsi alla radio. È stato, infatti, nominato direttore del Giornale Radio Rai (GRR) e di Rai Radio Uno, incarichi che ha mantenuto sino ad agosto 2009. Nel Settembre 2010 ritorna nella sede di corrispondenza britannica della Rai a seguito del reintegro da Parte del Giudice del lavoro.