Ho ceduto e alla fine l’ho letto!
Come l’arancio amaro è in cima alle classifiche da settimane. Convinta che fosse il solito specchietto per le allodole, ho cercato di resistere e di non farmi sedurre e cedere, ma è stato praticamente impossibile tenere fede a quanto mi ero ripromessa, cioè di non leggerlo.
Partiamo dalla copertina bellissima, per passare poi al titolo accattivante.
Veniamo alla prosa e al registro linguistico scelto da Milena Palminteri: mentre la leggevo, mi veniva in mente la scrittura di Andrea Camilleri. L’ambientazione è la stessa: Agrigento e provincia, in tutta la loro bellezza.
“Le vedeste allo sperone tutte quelle pianticedde di arancio amaro che a primavera ci feci insertare a vostro padre?”
“Sissi, e che mi significa?”
“Viene a dire che la pianticedda dell’arancio amaro a tutti ci pare uno sbaglio della natura ché uno spicchio in bocca non si pò metteri tanto disturba. Però… è forte, tanto forte che l’innesto di tarocchi, sanguinelli e ribera dentro a essa subito pigghia e l’alberi bastardi crescono più belli di quelli in purezza.”
Una storia di donne forti, che resistono e che, come l’arancio amaro, sono delle “piante madri”: impavide, resistono a tutte le intemperie per compiere la propria missione, “rendere forte e rigogliosa la nuova pianta che è altra da lei eppure da lei germoglia.”
Tutto il romanzo è pervaso da un profumo: “quello della zàgara, il delicato fiore dell’arancio, il cui nome viene dal sostantivo arabo zahr, fioritura, e dal verbo zahara, risplendere. Ma qui è una zàgara in
particolare, quella dell’arancio amaro.”
Scrive l’autrice nella nota “Alto, a volte anche altissimo, la chioma rotonda e raccolta come parrucca riccia di clown, l’albero di arancio amaro ha foglie verdissime e morbide al tatto come cuoio conciato. Tra esse occhieggiano frutti aranciati e rugosi che, a immaginarne il gusto, la lingua si raggriccia un po’ inorridita. La polpa è acida, è vero, ma cotta e sposata allo zucchero diventa marmellata famosa fino in Inghilterra.
I suoi fiori sono bianchi e si fanno raccogliere solo da mani femminili che, aggraziate staccandoli, ne preservano intatto il profumo. È magia degli dèi quando, aspirandone l’essenza, da noi si allontanano malinconia, pene d’amore e ansie dell’anima.”
Una storia di donne che va dal 1924 al 1965, che emanano il profumo della libertà
“Sui rami spinosi e sul tronco, gli alberi di arancio amaro si fanno generosamente ferire con tagli a croce o a corona, per accogliere, in un incastro perfetto, l’innesto a cuneo di una marza staccata da un altro albero di agrumi meno resistente e destinato a crescere malato. È un lavoro certosino, ci vuole attenzione nel ripulire la pianta dai germogli, rametti e succhioni che, togliendole linfa preziosa, le impedirebbero di nutrire il fragile innesto.”