"I meridionali sono privati non soltanto della libertà: la libertà di poter decidere del proprio destino, che solo un reddito decente, una buona istruzione, la fruizione di diritti collettivi e personali consentono. Sono privati anche della verità, quella di poter capire perché sono a questo punto, quali le ragioni, le eventuali colpe e di chi"L’Italia è divisa in Pil pro capite, condizioni di vita, diritti sociali, libertà civili dicono che il Mezzogiorno rimane arretrato rispetto all’Italia e all’Europa. Perché? Alcune spiegazioni parlano addirittura di una diversità genetica dei meridionali, o risalgono alla monarchia normanna; altre puntano il dito contro il Nord colpevole di aver sfruttato un Sud che prima dell’Unità sarebbe stato florido e avanzato; o chiamano in causa una sfavorevole collocazione geografica. Secondo Felice, sono state le classi dirigenti meridionali a ritardare lo sviluppo, dirottando le risorse verso la rendita più che verso gli usi produttivi. Al Sud occorre dunque modificare la società, spezzando le catene socio-istituzionali che la condannano all’arretratezza.
Emanuele Felice è un economista, saggista e storico italiano. Dal 2019 è professore ordinario di Politica economica presso l'Università "Gabriele D'Annunzio" di Chieti-Pescara. In passato ha insegnato nelle Università di Bologna, nell'Università di Siena, nell'Universidad Pablo de Olavide di Siviglia, nella Universitat Autònoma de Barcelona.
26/01/2020 (****) Che dire, oltre a niente di nuovo sotto al sole? Non è una critica al saggio, di per sé ben costruito, logico e razionale nella tesi espressa, affiancata e suffragata da innumerevoli dati, economici e storici, ufficiali e ricostruiti. Lavoro enorme, fatto con lodevole sincerità d'animo da un accademico del Sud per la sua terra.
Che lungi dai luogocomunismi (quali ad esempio: e però lì si vive meglio), è sotto quasi tutti gli aspetti un disastro che pare impossibile risollevare.
Giustappunto questo pomeriggio mi sono gustato (si fa per dire) una puntata di Report in cui veniva mostrata la terra dei fuochi. Roghi continui di rifiuti. Ammassi di indecenti dimensioni di immondizia di ogni tipo lungo le strade. Un magistrato intervistato diceva più che terra dei fuochi, terra dei ciechi. E mentre guardavo quelle immagini, pensavo a dove vuole andare questa nazione quando una sua parte (di dimensioni considerevoli) è in tali condizioni da sembrare terzo mondo, con scorci che sembrano provenire dalla periferia di Lagos.
Il saggio di Felice è utile soprattutto perché cerca, con rigore storico e scientifico, di capire i motivi di un disastro che perdura ormai senza soluzione di continuità da 160 anni. Lo fa con logica stringente, in risposta alla paccottiglia neoborbonica venuta a galla (proveniente da qualche fogna) nell'ultimo decennio (penso soprattutto a quest'indecente libercolo: Terroni: Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero «meridionali»; il successo e il seguito ottenuto la dicono lunga su molte cose).
La tesi è tutto sommato semplice, e largamente condivisibile. La responsabilità maggiore dell'arretratezza economica, sociale, culturale dell'Italia meridionale è da ricondurre alla sua classe dirigente, che negli ultimi 200 anni (cioè dalla restaurazione borbonica, in continuità con il regime precedente all'invasione napoleonica) ha badato solo a mantenere intatte le proprie rendite di posizione (prima basati su un regime feudale di stampo medievale e su immensi latifondi; poi sulle rendite politiche e su un inestricabile sistema di clientele parassitarie), i propri immensi privilegi mantenendo scientemente nell'ignoranza il popolino, riducendolo a una plebe abbruttita incapace di produrre modernità (attraverso l'attività imprenditoriale, attraverso la socialità diffusa) e precipitandolo in un'esistenza precaria fatta di perenni compromessi, prevaricazione, assistenzialismo (aspetto, quest'ultimo, che perdura: citofonare ai 5stelle - se ci sta ancora qualcuno - e chiedere del reddito di cittadinanza). Stesso identico discorso vale per altri due capisaldi dello stato moderno, l'istruzione e la sanità, di fatto saliti a livelli accettabili per uno stato occidentale solo con l'impegno diretto di Roma; lasciati a sé stessi o sprofondati, a seconda del periodo storico, se dati in mano ai potentati locali.
Il Sud ha subito passivamente la modernizzazione imposta dallo Stato con i giganteschi investimenti della Cassa del Mezzogiorno, senza creare (quasi) nessun tipo di tessuto industriale intorno a quei centri di sviluppo, con una borghesia abortita che si è perversamente trasformata in criminalità organizzata, con una classe politica capace solo di offrire assistenza pubblica in cambio di voti, con una popolazione fatta da gente che tira a campare passivamente e che perde ogni giorno per strada i più brillanti, in fuga.
Finita la spinta centralista a causa della fine del boom economico, finita la Cassa del Mezzogiorno fra tangenti e corrutele varie, finita la modernizzazione del Sud. Che non a caso, senza iniezioni pubbliche da Roma, sta nuovamente sprofondando a ritmi rutilanti (giacché il Centro-Nord, in crisi di suo da ormai un ventennio, non riesce più nemmeno a sostenere sé stesso - figurarsi il resto del paese).
Felice spiega anche, dati alla mano, come né la geografia apparentemente sfortunata, né la reale e/o presunta rapacità iniziale del Nord e dei Savoia, né condizioni ataviche di minorità (perfino genetiche, come la vulgata settentrionale spesso si racconta e ancor più spesso pensa), né retaggi storici antichi spiegano un'arretratezza ormai cronica sotto tutti gli aspetti che costituiscono la modernità. Semplicemente, tutto si riconduce all'inadeguatezza delle classi dirigenti locali che si sono succedute, parassite e incapaci di concepire qualunque progresso confliggesse con le loro rendite di posizione: e ovviamente, se all'inizio tale casta era esclusivamente prodotta dal ceto dei grandi latifondisti, oggi è invece espressione del popolo tutto. Con i risultati che vediamo. E in questo sfacelo, la cosa più impronosticabile è che il Centro-Nord sia finito per convergere verso il Sud, nel graduale innalzamento della celebre linea della palma, avvicinandosi sempre più per sclerotizzazione della burocrazia, clientelismo amorale, corruzione, dissoluzione sociale e persino nella presenza della malavita.
Le colpe dello Stato unitario, pur presenti in gran numero (e consisitenti, anche se gli errori analizzati col famoso senno di poi vanno poi pesati di conseguenza) sono essenzialmente riconducibili alla incapacità di definire in maniera netta la natura dei rapporti fra il centro e la politica locale, in un primo tempo rappresentata dagli onnipotenti latifondisti, reazionari e impermeabili a qualunque modernità, e poi con i notabili, procacciatori di voti in cambio di appalti e prebende pubbliche, inestricabilmente avviluppati alla malavita organizzata. Lo Stato (in tutte le sue trasformazioni storiche: liberale, repubblicano e persino fascista) abbisognava di voti; e se non aveva necessità dei voti, come durante il Ventennio, abbisognava di appoggio. Gli agrari, i baroni, i notabili collusi con le mafie erano e sono in grado di assicurare sia gli uni che l'altro: e questo è il banale motivo dellla mancata estinzione di tutte le organizzazioni criminali meridionali (che altrimenti sarebbero sgominate nel giro di un anno o due).
Tutti aspetti che peraltro seguono con continuità quel che succedeva durante il regno borbonico della restaurazione: uno stato feudale, ferocemente reazionario, amministrato per procura dalle onnipotenti famiglie latifondiste sparse sul territorio, incapace di qualunque investimento a causa di una tassazione bassissima (dovuta, evidentemente, al bisogno di mantenere calme le acque), privo di infrastrutture (ferrovie, strade, ospedali, scuole), con una popolazione quasi completamente analfabeta e ridotta a uno stato semiservile sul modello russo, con un'industria debolissima tenuta in piedi dal protezionismo statale, di inefficienza e corruzione leggendarie.
E si vedono libri scritti da gente che rimpiange tutto ciò. Seriamente. Riflesso speculare del lerciume fascio-leghista che ultimamente sta sempre prendendo più piede (su internet, ma pure al citofono).
L'autore, molto onestamente, chiude l'approfondimento (del 2011, peraltro - e non serve aggiungere molto) con poche speranze di miglioramento. Le cose naturalmente potrebbero sempre prendere pieghe inaspettate, e migliorare, ma la prospettiva più ovvia è che il Sud indietreggerà sempre di più in tutti gli indicatori, visto che il Paese è in evidente declino (anche nella sua parte più dinamica e progredita), indebolito dalla cessione di competenze alle Regioni (completamente inefficienti) e all'Europa (inesistente) e non più in grado di riversare soldi nel Meridione, esercitando quella coazione esterna che è stata, in passato e in ogni caso, in grado di generare almeno quella modernizzazione passiva di traino. Ovviamente, servirebbe più che altro una rivoluzione endogena, proveniente cioè dall'interno della società meridionale, perché una siffatta modernizzazione attiva avrebbe effetti assai più deflagranti di quella passiva, peraltro un lontano ricordo oramai: ma campa cavallo, come si dice.
Il tutto con una sola consolazione per i neoborbonici e per Pino Aprile: che la forbice col Centro-Nord andrà riducendosi nei prossimi anni, ma solo per il declino inarrestabile di tutto il Paese.
Un disastro, per cui servirebbe una cura da cavallo. Che non arriverà mai, ovviamente, coi politici che ci ritroviamo, sempre più cialtroni e sempre più incompetenti.
Nonostante abbia ormai i suoi anni è un ottimo testo per chi vuole approcciarsi alla questione meridionale. La frustrazione latente nel sapere che non si può comprendere tutto quello che viene spiegato senza avere un background si storia economica è compensata dalla scioltezza dell'autore. Cosnigliato
Un buon libro per saperne di più e avere spunti di riflessione sulle ragioni del divario tra Nord e Sud Italia (concentrandosi soprattutto sull'economia, ma non solo). E' diviso in tre parti: la prima descrive le differenze tra la situazione meridionale e quella settentrionale prima dell'Unità (a mio parere, la parte più interessante del libro, ricca di informazioni che fanno luce su una questione su cui ho spesso letto e sentito cose confuse); nella seconda parte, vengono affrontati dall'autore vari aspetti (il reddito, l'istruzione, la salute, ecc) per i quali vengono riportati i dati che mostrano il divario nel corso della storia unitaria e quello attuale. Infine, nell'ultima parte, vengono presentate e discusse le varie tesi sui motivi del divario, tra cui quella dell'autore stesso (che in realtà è esplicitata fin dall'inizio). Per Felice, nel sud c'è stata una modernizzazione passiva e sostanzialmente la colpa principale del divario sono le istituzioni meridionali, le elite che hanno atteggiamento estrattivo e non inclusivo.
Le qualità principali di questo saggio sono la chiarezza espositiva, la concretezza e il rigore dell'autore: le fonti e la bibliografia sono ricche, le metodologie sono descritte bene (ad esempio come si è arrivato a fare le stime del pil o la spiegazione del concetto di modernizzazione attiva e passiva). Devo dire però che avrei preferito una struttura diversa, una storia più lineare del meridione, invece di affrontare separatamente vari "argomenti".
Da leggere per sbufalare i neoborbonici ed in generale chi fa disinformazione su un tema così cruciale.
Veramente un libro scritto bene, illuminante, con molti riferimenti bibliografici che vanno dai grandi economisti recenti a Camus; è tra quelli che mi ha convinto di più sulla questione meridionale. Con molti spunti di riflessione ma questa è un paragrafo che dà un'idea del concetto: "In conclusione: se i meridionali furono sfruttati da qualcuno [...] ebbene lo furono dalle loro stesse classi dirigenti. Quelle del "Gattpardo" per intenderci, disposte a cambiare tutto [...] purché tutto cambi. Egli sfruttati furono essi stessi complici [...] attraverso il voto clientelare. Stando cosi le cose, scaricare tutte le colpe sul Nord mi pare un inganno ideologico, l'ennesimo affinché nulla cambi nella società meridionale".
Un libro assolutamente da leggere. Offre una analisi approfondita, non assolutoria né complottista dei problemi del mezzogiorno. Una lettura assolutamente illuminante.
Emanuele Felice, con chiara e lucida prosa analizza e confuta la lunga serie di motivazioni che nel corso degli anni sono state addotte per spiegare il divario fra Nord e Sud Italia. Il saggio però non si limita a confutare, ma presenta la sua interpretazione e lo fa in modo ben argomentato e strutturato: l’arretratezza del sud nascerebbe fra la seconda metà del settecento e l’Unità, quando nel resto del mondo e nel nord prendono piede le idee illuministe e modernizzatrici, - che condurranno poi alla più solida industrializzazione-, nel sud queste restano incagliate nel sistema oppressivo e reazionario delle istituzioni locali, poco inclini ad accoglierle, espressione di un sistema baronale e senza alcuna vera borghesia. Le argomentazioni di Felice chiamano in causa il concetto di “istituzioni estrattive” dei Nobel Acemoglu&Robinson e permette di arricchire teorie già consolidate come quella del familismo amorale di Banfield e delle tradizioni civili di Putnam, cogliendone i pregi e levigandole i difetti. Le istituzioni estrattive del sud si sono concentrate nella tutela dei loro diritti e nella prosecuzione dei loro privilegi, non accogliendo gli impulsi riformatori come lo sviluppo dell’istruzione e dell’industria. I passi avanti compiuti verso la convergenza con il nord sarebbero frutto dell’imposizione delle istituzioni statali che finché hanno potuto sono riuscite ad intervenire, con sprechi e sperperi, ma comunque raggiungendo risultati. Quando si è trattato, per mutamento dell’assetto politico e istituzionale, di far sì che fossero le istituzioni locali a guidare il processo di modernizzazione , questo si è rivelato totalmente infruttuoso. Il saggio di Felice ha il pregio di confutare molte teorie che stanno andando di moda in certi ambienti meridionalisti, ridando giustizia alla realtà storica e chiarendo forse una volta per tutte i mali del sud.
Saggio di attualità italiana ben storicizzato critico quando deve e formalmente ineccepibile - ha bisogno di maggiore allegria nelle conclusioni che lasciano aperte diverse porte in modo serio e professionale. Spinge a una valutazione oggettiva del "problema del sud Italia".