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La fine del mondo

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Uno dei «romanzi» più toccanti ed esilaranti della nostra letteratura recente «Estremamente potente e ricco, di una ferocia senza precedenti… Erede degli eroi tormentati di Céline, Malcolm Lowry, Don De Lillo» la Repubblica «Con la sua scrittura travolgente riesce a catturare, nella filigrana delle ossessioni di un singolo, il trauma storico di quel ‘groviglio' che chiamiamo Italia» Tuttolibri-La Stampa - Andrea Cortellessa «Spesso insuperabile. Un classico moderno. Una nuova Odissea» El País «Pecoraro è autore di quello che andrebbe definito il Grande Romanzo Italiano» Il Venerdì di Repubblica Roma, duemilaventi e rotti; un’Italia, un mondo simili ma non identici ai nostri. Un narratore avanti con gli anni, residente nell’«Ipotassi Cetomedioide», roccaforte piccoloborghese a ridosso del centro storico, prende il consueto caffè di cialda sul tavolo di cucina dell’appartamento che condivide con la compagna Carla. Parla fra sé: ricorda, disprezza, rimpiange, sogna, teme, scevera il tempo passato, la storia in cui è immerso, il poco futuro che sente di avere. Fantasie, memorie, ossessioni dell’uomo vertono sulla fine di un mondo – la fine del mondo? – e di un’esistenza, dando forma a una lettura integrale della nostra epoca, memorabile per intensità, umorismo, lucidità, crudeltà, stile. In questo libro, care lettrici e cari lettori, non sentirete il bisogno di una trama; potrete finalmente farne a meno! Ma il nostro uomo, questo sì, racconta la sua vita, racconta dell’amata Isola greca e dei suoi personaggi «più umani» di noi, racconta la città demmerda in cui vive, la nazione fascistoide che è diventata la nostra, racconta la Rete, racconta la molteplice, deprecabile e ammirevole umanità di cui partecipiamo. Racconta la realtà senza esserle servo, implicitamente ribellandosi, eppure – ripete l'uomo con amara ironia – accettandola. Con La fine del mondo, Francesco Pecoraro ci offre un «romanzo»ai confini del genere, sommamente divertente, di vertiginosa intelligenza, di commozione assoluta e profondamente innovativo, confermandosi tra i pochi scrittori italiani degni della grande modernità letteraria

352 pages, Kindle Edition

Published February 20, 2026

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About the author

Francesco Pecoraro

12 books28 followers
Francesco Pecoraro è uno scrittore e poeta italiano. Architetto e urbanista a 62 anni pubblica la raccolta di racconti Dove credi di andare, che si aggiudica il Premio Napoli.
Con La vita in tempo di pace si aggiudica il Premio Viareggio.

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Profile Image for Gianni.
404 reviews53 followers
March 7, 2026
Ad una conduttrice radiofonica che lo intervistava sul libro chiedendo del pessimismo che lei intravvedeva, Pecoraro rispondeva che lui non si sentiva pessimista, era realista. I tratti che emergono, però, sono così nitidi, vividi, veritieri, che più che realismo siamo forse nel campo dell’iperrealismo, tanto da sembrare quasi una distopia.
La fine raccontata è quella del mondo novecentesco causata da una contemporaneità che sembra allontanarsene con una cesura netta, ma il distacco viene da lontano, mascherato dalla finzione a cui il capitale, presente in modo pervasivo in tutto il libro, spinge.
Forse è anche qui il senso di fallimento di un mondo e di una vita che impietosamente si materializza alla fine del racconto. Non mi sembra che ci sia nulla di esilarante, come invece promette la quarta di copertina; c’è ironia, sì, ma anche tanta amarezza, lagnanza, flagellazione e autoflagellazione, un mettersi a nudo che, nella vecchiaia, non è un gran bel vedere; c’è il decadimento fisico, la malattia insorgente e le sue paure, il tutto accompagnato e sottolineato dall’interesse, quasi perverso, verso l’anatomia, le dissezioni, lo squartamento delle carcasse degli animali, il corpo che letteralmente viene scomposto più che smembrato; e c’è la morte, quella degli ideali e del loro mondo, e quella fisica. Più che altro ci siamo anche noi, in questo gioco sottile del guardare e stare a sentire ciò che Pecoraro fa fare e dire al protagonista (sé stesso?) e il narratore (sé stesso?) che improvvisamente si alternano; noi guardiamo dal buco della serratura e ci accorgiamo di osservare noi stessi o, perlomeno, lo fanno quelli di noi che hanno attraversato una discreta porzione del novecento e vivono la disillusione di questa porzione di futuro.
I temi e gli ambienti sono ancora quelli de Lo stradone, ma in una vista esplosa, amplificata, c’è la microcittà rappresentata dal quartiere attorno a piazza Mazzini che diventa l’Ipotassi cetomedioide, un segmento subordinato caratterizzato, un tempo, dalla presenza del ceto medio. Critica e autocritica si fanno sempre più pungenti e dissacranti. Si salvano solo l’isola greca frequentata e amata come approdo felice, anche se quasi più nel ricordo che nella sua attuale connotazione e la bella figura della compagna Carla, che, sicuramente, ha una funzione stabilizzatrice.
Soddisfatto, alla fine, anche per il fatto che… sia finito.
Profile Image for Daniele.
319 reviews68 followers
March 23, 2026
A 44 anni sono diventato tanto cinico e pessimista, nonostante ciò ogni tanto mi impegno ad essere un poco più ottimista, poi però mi capita sottomano Pecoraro e mi riporta alla cruda realtà dei fatti... 
Dal fallimento del singolo individuo de La vita in tempo di pace al fallimento collettivo della società in La fine del mondo. 
Un libro sulla decadenza delle città, dei corpi, dei sogni politici, dell'uomo in sè. 
Pecoraro scrive come un architetto (quale è) che fa un'autopsia. Ogni frase è densa, precisa e priva di pietà.
È un ritratto spietato dell'Occidente e di quella generazione di intellettuali che ha visto fallire ogni grande progetto, un libro pessimista e di una lucidità feroce.
Una lettura impegnativa che non ti consola, ma che ti regala chiarezza.

Il testamento di un fallimento generazionale. 

In tarda età non si dovrebbe traslocare, per non dover poi abitare spazi estranei, non propri, che magari ci piacciono molto, ma per i quali è difficile immaginare un futuro di progetti vitali se ci avvolge subito la quasi certezza di morirci.

Se mentre Madre moriva---e si vedeva che moriva, non avevo mai visto nessuno morire, ma quella era sicuramente un'agonia---le avessi detto, invece di svenire, le avessi detto Su, Madre, non è niente, vedrai che passa presto, vedrai che starai bene, ci seppellirai tutti, se invece di svenire, le avessi detto una cazzata del genere, non me lo sarei potuto perdonare. Invece persi i sensi, il mondo scomparve per non so quanto, mi ritrovai in terra. Ma lei ne aveva ancora per tutta la notte. Una volta in piedi, assistetti a tutto il procedimento, fino alla fine. Non ho mai più visto nessuno morire, perciò Morte di Madre è il mio modello di morte. Come un immenso indistruttibile oscuro mausoleo mentale. Che è lì. E lì resterà per tutto il mio sempre.

Tutto questo mi riconferma costantemente nell'idea, banale e ormai di massa, di una natura che non ci vuole bene. Ovviamente non ci vuole né bene né male e la tragedia difficile da accettare è proprio l'indifferenza dell'esistente---cioè di ciò che ci appare come esistente, quindi della natura nel suo insieme---rispetto alla nostra, di esistenza, che ci piace pensare distinta e particolare, mentre.

Se il capitale smette di accrescersi è perduto, se l'economia non cresce, qualcosa non va, se non peschiamo più pesce, non alleviamo più animali, se non produciamo più automobili inutilmente grosse e potenti, oggetti, cibo, dell'anno scorso, siamo in stagnazione, se ne produciamo di meno siamo in recessione. Persistere nel proprio stato, come homo ha fatto per centinaia di migliaia di anni, non è contemplato: occorre galoppare, cioè
La modalità social si era trasferita nelle menti, anche di quelli bravi, contaminandole di de-concentrazione, incoerenza e soprattutto di incapacità di arrivare a sintesi, carenza evidente solo per i vecchi come lui, essendo i più giovani del tutto indifferenti al problema, se pure era un problema, che avvertivano come cosa del Novecento, per lo più presente nella filosofia, ormai da almeno un secolo completamente senza senso, che ancora studiavano a scuola.

Niente concentrazione: ieri, per non so quanto tempo, ho letto e riletto la prima pagina dell'Urlo e il furore di Faulkner---che credevo fosse alla mia portata---senza riuscire a capirci niente. È certamente difficile e chiuso: è suo diritto esserlo e quasi lo ammiro per questo. Sono convinto che in una mia vita precedente, non so quantoprecedente, l'avrei affrontato senza problemi. Oggi non ce la faccio. Non solo perché sono in età, ma anche, soprattutto, perché ormai sono distratto, anzi travolto dal Flusso. Chiamerei Flusso l'insieme di stimoli, sollecitazioni, avvisi, richieste, messaggi e messaggini whatsapp, rare telefonate, notifiche di pagamenti da verificare, articoli on line e sui giornali, il tutto aggiunto al tempo dedicato a segnalare la mia esistenza in vita con interventi su Instagram e Tik Tok e Telegram e Facebook e Threads, social ormai storici, ottenendo qualche like e vilmente bloccando i dissenzienti, aggiunto al tempo passato davanti alla tv a guardare telegiornali e fiction, che dimentico nel momento stesso in cui le guardo. Questo è il Flusso. E non riesco a considerarlo come qualcosa di negativo. E nemmeno lo vedo come una cosa positiva. II Flusso semplicemente c'è, si è autocostruito in questi ultimi 20 anni di Rete, è conseguenza della Rete che è conseguenza di cosa? Di chi? Ormai penso che la Rete, se esiste, vuol dire che era inevitabile, dunque anche il Flusso era inevitabile, come lo è, metti, il Monte Bianco: non è sempre esistito, ma col tempo si è formato e noi ne accettiamo l'esistenza e ci piace che esista, anche se ormai si sale in funivia. Anche la Rete, che agli inizi delsecolo era spazio entusiasmante, promettente libertà in un universo infinito di contatti, è ormai merce, anzi è il mezzo attraverso il quale noi scambiamo merce e siamo merce: la cosa non mi meraviglia né mi disturba: accetto tutto l'accettabile, vendete pure i miei dati, ma datemi ciò che mi sembra di desiderare.

Sì, forse ci incontreremo. Forse no. Spero di no. Non voglio sapere del tuo particolare modo di decadere. Non voglio tu sappia del mio. Ma un po' ti invidio. Almeno hai un vizio, partecipi attivamente alla tua fine, invece di aspettarla e basta, come faccio io.

Niente di ciò che abbiamo detto fatto pensato è restato valido, niente di ciò che abbiamo creduto vero è restato vero. Forse non lo era nemmeno allora. Tutto bruciato, annullato, obliterato. Tutto è stato annullato e cancellato, e la memoria che ne conserviamo a brandelli è derisa.
Siamo noi oggi i primi a sorridere di ciò che facevamo, eravamo, pensavamo nel Novecento. La cosa più rivoltante di tutta questa faccenda di invecchiare nel Ventunesimo secolo è che siamo noi a dire di noi stessi che si era ridicoli, gente illusa e anche in malafede. Rinneghiamo tutto e quelli che non rinnegano apertamente l'hanno già fatto segretamente in sé stessi da anni, da decenni, e sono rimasti privi di ogni cosa, di ogni alternativa mentale e di ogni prefigurazione, di una motivazione che vada oltre il supermercato-la farmacia-la palestra, forse il cinema, sicuramente le serie tv: niente oltre questo, a parte sesso soldi e un po' di carriera, certo.

Perché non approvo il mondo com'è e nemmeno come vorrebbe essere e come pensa di essere stato. Quindi dovrei oppormi al presente, ma anche al passato, e soprattutto al futuro. Invece penso che, se il mondo non può essere approvato nemmeno per un istante, può almeno essere accettato е, nell'accettazione, persino goduto.

Dopo tutto questo vivere e apprendere e agire, è più che strano e desolante che non riesca ad essere convinto di più di due cose, che posso così enunciare:
1. Dio esiste.
2. Tutto ciò che accade, accade per lo più in un ambiente voluto, creato e gestito, direttamente o indirettamente, dal capitale. Quindi Dio è il capitale.

Qui, nell'urbano della città antichissima, anche i poveri sono soggetti alla disgregazione degli affetti e, come i ceti medi, travolti da ondate di solitudine davanti alla tv, dalle quali non sapranno più riprendersi, l'ufficio fino alle 17,30, il supermercato, casa, il gatto, la gioia dei non-rapporti umani, in pratica il paradiso per quasi tutta l'umanità pregressa: noia e solitudine sembrano il vero scopo del progresso occidentale.
Ma poi---pensa l'uomo seduto nella cucina della casa cartesiana, nel palazzo del quartiere di forma stellare, nella città di Roma---poi un terremoto, un'eruzione, unacrisi economica, un'inflazione, un'impensabile epidemia globale, una guerra combattuta altrove ma vicina, fanno saltare tutti i parametri, ogni cosa che sembrava stabile traballa, ondeggia, talvolta cade, l'illusione della stabilità eterna, sia pure col debito pubblico crescente, vacilla e contraddice ogni certezza, crea ansia con conseguenti benedette benzodiazepine. Tuttavia, su YouTube quei camion in curva sull'autostrada trasportanti chissà cosa che piombano giù dai viadotti, le previsioni del tempo dette da ragazza sexy, il telegiornale, i social, tutto questo ci pare eterno e intoccabile e indispensabile. Ci viviamo dentro da decenni, ci moriremo, ormai è il nostro oriz-zonte: voglio dire, ci sembra tale anche se sappiamo che cambierà ancora e poi ancora, senza fermarsi mai, senza meta, un flusso tenuto insieme solo dallo schema mentale di causa-effetto, che usiamo per cercare di spiegare le cose, e spinto dal principio eterno di implementazione costante del capitale. Tutto qui? Sì.
Ma tutto questo tra poco non l'avrebbe riguardato. Sarebbe stato affare di altri, di suo figlio assieme a tutti gli altri figli. Loro avrebbero vissuto il prossimo segmento della corsa sfrenata verso il futuro. Lui non ne avrebbe saputo niente, perso nel non-essere dello spegnimento corporeo , del freddo eterno di galassie lontane , dove le anime vanno senza ritorno . Così dice la legge. 

La fortuna di assistere a questi livelli di pornografia naturale non capita a tutti i turisti, ma quando accade era tutto un O my God! Ci sei andato per vedere la porno-violenza animale, al sicuro su una Land Rover, cioè per avere emozioni primordiali ed esclamare O my God, penso affascinato nella mia completa sicurezza di secondo grado, e cosa fai? Esclami proprio O my God! Per poi stasera riparlarne a cena, per dire banalità sulla legge del più forte, su quel tot di darwinismo che hai assimilato, poco o tanto a seconda del paese di provenienza, e sulla necessità di non interferire con le porcoddio «leggi della natura», alle quali anche tu ammetti di sottostare, quindi a rigor di logica salvare l'antilope sarebbe un intervenire da animale nel mondo animale. Ma non lo fai perché ti senti fuori dalla scena naturale e perché ti piace vederla morire, ti piacciono il ruggito e l'odore del leone, il sangue, la conferma che il mondo è violento e la collezione di armi che hai nel basement così è giustificata.

La legge di Toldt mi ha sempre affascinato. Non la segue solo il chirurgo. Anche il macellaio, anche chi sfiletta un pesce, anche il conciatore di pelli, anche chi insacca gli insaccati. E poi il senso meta-forico di questa legge applicata alla vita. Sulle relazioni umane. Sulle relazioni affettive (vale molto per me, che non riesco a separarmi dalle persone e a troncare le relazioni affettive e mi rovino la vita) o su quelle familiari. Due persone che stanno tanto, troppo tempo a mutuo contatto, finiscono per fondersi. Ma resteranno sempre due persone distinte, quindi, potenzialmente (e vivaddio) separabili tra loro. Si tratta solo di trovare il clivaggio, di trovare il piano giusto.

Penso spesso che l'intelligenza non possa che essere estrema. Non voglio dire che tutti gli intelligenti sono anche estremi. Dico che l'intelligenza moderata, cioè l'intelligenza che modera la propria capacità di penetrazione---in genere per convenienza, o carriera, o paura di conseguenze, spesso giustificata---è intelligenza sprecata, sacrificata alla vita, al quotidiano. I temi e i problemi politici hanno una radice. Non tenerne conto, ignorarla volutamente per tema di essere/apparire «ideologici», è paragonabile a un'auto-amputazione per non andare in guerra, gesto per altri versi rispettabile.

Stavolta, senza alcun motivo, pensò proprio un porcoddio, pieno e profondo. Gli piaceva farlo. Era la parola che pronunciava più spesso: aveva una sua forza, come fosse capace di tagliare, ferire la realtà, una forma di difesa dall'ignoto incombente. Idea stupida: era come risalire all'origine del mondo e maledirla, era come rifiutare l'Universo intero: tutto in una breve emissione di voce, ancora fuorilegge: porcoddio, sotto quel cielo giallo caldo di un novembre già pienamente antropozoico, ronzio di droni che lavorano come api, e di monopattini e di scooter e di moto e di miniauto e di auto elettriche, e rumore confortante di qualche vecchio mezzo con motore a scoppio.

Il cellulare lo porto sempre con me anche quando cambio stanza in casa, mi serve, qualcuno potrebbe chiamarmi, non si sa mai: non succede, ma se succede e io non riesco a rispondere e magari era importante? È soprattutto lo schermo ad alta definizione che mi affascina e mi attrae e mi frantuma la mente in mille istanti di attenzione su cose distinte, forse importanti, quasi sempre no, di cui comunque subito dopo non ricordo nulla. Succede a tutti.

Abbiamo distrutto il pianeta e ci uccidiamo in nome di qualsiasi cosa , ma prevalentemente e ufficialmente in nome delle varie forme di Dio che siamo riusciti ad inventare. 

Mentre fallivo, amavo. Posso dirlo oggi seduto sulla riva del Mare delle Sabbie. E fallivo amando, come tutti. Consideravo i frequenti fallimenti d'amore come tragedie cicliche difficili da accettare, mentre erano solo routine umana. Ma nel complesso amavo riamato. Ciò che per me contava veramente era non fallire nel progetto di me stesso. Ma i non-falliti vi diranno che ciò che conta veramente è amare ed essere amati.
Profile Image for Marcello S.
651 reviews294 followers
March 3, 2026
Uno di quei libri fuori-controllo, senza-trama, spaventa-editor. Al netto di ripetizioni e mancanza di novità rispetto ai romanzi precedenti, continua a sembrarmi strano che che non stiamo tutti qui a parlare di quanto Francesco Pecoraro sia oggi un autore fondamentale. Temi: diagnosi precaria degli ultimi 80 anni, fallimento personale e sociale, deragliamenti cerebrali, architetture, corpi, mare, romanità.

[82/100]
Profile Image for Grazia.
517 reviews225 followers
March 18, 2026
Mentre fallivo.

Ho letto La fine del mondo con la sensazione costante di stare dentro un fallimento che non è solo del protagonista, ma di un’intera visione del mondo.

“Mentre fallivo” potrebbe davvero esserne la sintesi: non un evento improvviso, ma un processo lento, continuo, quasi inevitabile.

Pecoraro costruisce questo senso di dissoluzione partendo da immagini concrete e disturbanti — come lo squartamento degli animali — che funzionano da metafora brutale: siamo fatti della stessa materia di ciò che consumiamo, e allo stesso modo consumiamo gli altri. Non c’è distanza rassicurante. Solo continuità

Una delle intuizioni più forti del romanzo è proprio questa: i rapporti umani sono attraversati da una logica predatoria, spesso nascosta sotto la superficie delle convenzioni sociali.


“Amici, cioè gente come me, in lotta per accaparrarsi una parte delle risorse disponibili, non importa a quale religione appartenessero, quale credo politico professassero e nemmeno quanto ti fossero amici: se e quando si presentava il momento, si comportavano nel mio stesso modo, non guardando in faccia nessuno. Tutto sembrava spettargli, tutto spetta a tutti.”


Qui ogni legame si svuota: resta solo la competizione. Anche l’idea apparentemente giusta che “tutto spetta a tutti” si rovescia in una giustificazione implicita all’appropriazione individuale.

Ma il romanzo va ancora più a fondo quando affronta il tema della formazione e della cultura. Non si limita a mostrare un mondo senza senso: suggerisce che siamo stati educati a non vedere quel vuoto.


“Mentre fallivo, la cattolicità dei cattolici, nella scuola cattolica, in un paese cattolico, guidato da un partito cattolico, mi cullava maternamente invitandomi a ignorare contraddizioni palesi, non solo della realtà fisica-tecnica-urbana-politica-sociale, ma anche quelle terrificanti della stessa dottrina religiosa che si cercava di inculcarci, riuscendovi al 98% dei casi, come da me successivamente verificato. Questo fu il fallimento delle nostre menti che allora si trovavano nello stadio della loro massima potenza: un addestramento alla repressione non solo del pensiero, ma della stessa attività del pensare: Vivete- credete-aderite-acconsentite, eventualmente fallite, e non rompete il cazzo.”


Qui il fallimento diventa strutturale: non nasce da un errore, ma da un addestramento. Non si tratta solo di reprimere certe idee, ma di impedire il pensiero stesso.

Alla fine, La fine del mondo non racconta una catastrofe, ma qualcosa di più inquietante: la normalizzazione dell’insensatezza. Un mondo in cui si continua a vivere, lavorare, credere — ma senza un vero “perché”.
Profile Image for 〽️onicae.
91 reviews6 followers
March 18, 2026
Tutto è pronto per affrontare il peggio che, ormai è certo, sta arrivando da tutte le direzioni, su e giù lungo la freccia del tempo, secondo le leggi della distruzione .

Non proprio una ventata di ottimismo ma di certo una lettura oggettiva e appassionata della realtà in cui siamo immersi e soprattutto della direzione verso cui siamo proiettati.

Benchè fossimo ormai completamente svuotati, seguitavamo a fingere passioni-pensieri-sentimenti-teorie, ma non sapevamo nulla del passato, non comprendevamo quasi più niente della storia e della cultura al di fuori dell'oggi, e anche dell'oggi coglievamo solo frammenti. Bisogna anzi dire che ci esprimevamo a frammenti, brevi stringhe di testo, gruppi di parole, dette o scritte, di immagini, di suoni, quasi sempre incapaci di connettersi in continuità con il gruppo successivo.

Lo afferma chiaramente il protagonista di questo non-romanzo: la sua è una specie di sindrome di hikikomori; si autodefinisce un asociale genetico che vive ormai una sorta di ritiro sociale post-post-pandemico.

Non c'è traccia di una trama in questo racconto. Il lettore si mette in ascolto dei pensieri del protagonista che appare stanco, vinto, disincantato, senza però mai perdere il senso dell'ironia e la percezione della bellezza. Seduto in cucina, al tavolo di legno massiccio, davanti al caffè del mattino, il protagonista da' libero spazio ai pensieri che galleggiano e fluiscono tra il passato e un presente che definirei distopico nella misura in cui appare (a volte solo per qualche dettaglio) diverso e anomalo rispetto a quello noto al lettore. In ogni caso, quello narrato da Pecoraro, è un presente non così lontano dal nostro, proiettato verso un futuro che non lascia presagire niente di buono.

A incantarmi è stata la scrittura. Potrei definire questo scritto una raccolta di poesia così come un trattato di filosofia. Il memoriale di un uomo comune che sente-fortissimamente-sente, che percepisce la propria caducità e la vede riflessa in tutto quanto lo circonda.

Mi sono domandata se sia casuale che due autori contemporanei, entrambi molto letti, Pecoraro e Griffi, abbiano scelto, seppur con forme e modalità molto diverse, di raccontare una realtà distopica e distorta, un paesaggio urbano e un ecosistema simili a quelli noti al lettore ma diversi e anomali per alcuni dettagli. Entrambi gli autori peraltro digrediscono. Entrambi descrivono un presente decadente, vuoto e svuotato, alieno e disorientante.
Il protagonista di Griffi, cercherà la salvezza nella fuga, attraverso sliding doors: rimarrà sconfitto, proprio come il protagonista del non-romanzo di Pecoraro che resta seduto, impotente, al tavolo della cucina.

Ed è un'impotenza, quella narrata da Pecoraro, che il lettore riconosce, in quanto la sperimenta a sua volta, giorno dopo giorno. Mentre scrivevo questo commento, mi è passato sotto gli occhi il video di un violoncellista, Mahdi Sàheli, che suona tra le macerie in Libano. La musica è struggente, il panorama da fine del mondo. Nessuna distopia, solo il tragico presente che si ripete.

https://youtube.com/shorts/jK3ppKj4kB...
Profile Image for Laura Gotti.
615 reviews604 followers
March 9, 2026
‘Cosi vanno a male i rapporti genitori-figli, e poi i corpi dei genitori morti, abbandonati nei grandi cimiteri urbani. Vanno a male tutti i personali wannabe, le aspirazioni, le ambizioni, che anche quando si realizzano lo fanno in modo deragliato rispetto alle premesse. E vanno a male naturalmente gli amori e le amicizie e i raggruppamenti per uno scopo, restando magari raggruppamenti, ma mutando lo scopo, sempre, inesorabilmente. E si deteriorano i copri, i fegati, i reni, i denti soprattutto, da subito…Si deteriorano la vista e l’udito. Quindi cos’è che cerchi, che cerchiamo tutti, se ogni cosa collocata nel tempo e nello spazio - - - tranne l’oro, il platino, il diamante - - - segue questo schema di deterioramento? Cerchi di tirartene fuori?’

No no, Francesco, figurati. Quasi quasi vengo a Prati e ti invito a cena, ma evitiamo i locali libreria, che fanno tanto sinistra presentabile ma che legge a caso, o evitiamo il mercato rionale dove incontri i tuoi simili, architetti, notai, avvocati e tutta la buona borghesia di cui fai parte ma che tanto detesti. Perché santiddio (tu avresti messo una buona bestemmia) come scrivi e come cazzo sai tenere il periodo tu pochi altri. La morte incombe, la senti, la odori, la fuggi - come tutti - mentre compri i pesci al banco senza, per il momento, poterli pescare nell’isola, la tua Itaca personale, dove abbandonarsi a estati fra i tuoi simili, pance cadenti e sguardo rassegnato, deve essere greca l’isola, però perché altrimenti che altre isole esistono? E dovete dibattere di massimi sistemi quando poi, davvero, ti interessa andare a pesca con Kostas, o sederti, la sera, con gli altri, a bere vino bianco e a non pensare alla morte. Oppure ci sono mattine in cui ti svegli e vuoi solo stare al buio a piangere, perché la senti vicina sta morte, e scrivi al tuo amico chirurgo, e sezioni il corpo umano con gli occhi posati su quel bel libro illustrato che tieni a portata di mano, ma tu non vuoi morire, quanti lo vogliono?, cederesti pure tua moglie in cambio, e la sincerità che ci vuole per scrivere e per ammetterlo e la paura che trasuda tra le righe insieme alla meschina verità. Francesco sai che mi frega dell’architettura romana ma niente, davvero niente, di come si pulisce una cernia o di quanto sia importante osservarne i corpi, ma io ti seguo, sono con te nell’Ipotassi, in un futuro (vicino) e, ovviamente, distopico, dove le estati saranno sempre più lunghe, per tua gioia, e pure la tua Roma, città eterna e città di merda a seconda delle pagine, sarà lambita dall’acqua. Dicevo, ti seguo Francesco perché io, come te, come tutti, noi siamo dei falliti, e mentre fallivi compravi Levis 501 e mentre fallivi amavi, e amavo pure io, e mentre fallivi tua madre moriva ‘apriva un buco nel petto più largo, degli altri che già avevo’ e che ci mise vent’anni, dici, a richiudersi e a me ne mancano ancora dieci e intanto il buco è lì, e non si chiude. Francesco come scrivi, come sai guardare la vita che ti è passata tra le mani, quanto cinismo, quanto verità, quante ferite che vanno esposte in nome della letteratura, e sì, avrai fallito, avremo fallito, ma finché esiste una capacità di raccontare il fallimento in questo modo, con questi occhi, con un prosare non sempre perfetto ma, certo, profondo e denso di dolore, finché sai scrivere così ai miei occhi il fallimento è molto lontano, il tuo, perché il mio lo respiro ogni giorno, tra le pagine che leggo e le poche parole che scrivo.
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