"C'è, in questa voce che colpisce e ammalia, una forza primigenia. Un romanzo che pulsa, capace di parlare al nostro fragile presente." - Silvia Avallone Una ragazza in bilico tra due mondi, due lingue, due identità. Aryna ha quindici anni e cammina sulla linea sottile tra ciò che è stata e chi può diventare. È arrivata da due anni a Torino dalla Romania, eppure sente che niente, nel mondo che la circonda, le somiglia davvero. Il nome che porta è troppo difficile per i coetanei italiani, la sua lingua madre ha troppi spigoli, il suo corpo è troppo pieno. Ed è così che inizia a stringere, ogni giorno controlla di più: il pensiero, gli affetti, il cibo. Attorno a lei, i genitori, la sorella e gli amici le paiono distanti. Perché Aryna lotta con il peso delle proprie radici nell'Est, la fame di trovare un posto in un Paese nuovo, l'Italia, e al centro di tutto il suo corpo, che cade, resiste, si rialza. Andreea Simionel scrive una storia toccante sull'adolescenza come terra di confine, l'amore tra sorelle e il rifugio inaspettato nei libri. Con una scrittura che sa farsi vulnerabile e incandescente, ci racconta che, dopo essere scivolati sott'acqua, lentamente si può tornare a respirare, come se fosse la prima volta.
Dopo aver letto l’ultima pagina de La ragazza d’aria di Andreea Simionel ho subito pensato che questo libro fosse uno dei motivi per cui mi piace leggere. L’ho trovato stupendo. Aryna è una quindicenne di origini rumene che si è trasferita da poco in Italia e che si ritrova a cavallo tra due esistenze, due paesi, due culture e un’unica voglia di essere sé stessa. Il conflitto interno della protagonista, spaccata tra la sua infanzia e il suo futuro, si trasforma in un malessere psicologico e fisico che coinvolge il lettore sin dalle prime pagine. Le sue solide radici diventano, mese dopo mese, sempre più fragili e allo stesso tempo il nuovo terreno su cui devono attecchire non è pronto ad accoglierla come invece sperava. In Romania si diventa “quella italiana” mentre in Italia si rimane una ragazza rumena. Questo non essere né una né l’altra cosa è un peso difficile da sopportare soprattutto per una ragazza nel fiore della propria adolescenza. Domande identitarie e risposte irresolute si susseguono in un romanzo che rappresenta il ponte di molte generazioni tra due confini invisibili ma tracciati. La ragazza d’aria è un libro bellissimo che raccoglie al suo interno un mondo da scoprire e da approfondire, un mondo dove non ci si sente mai a casa.
La fame gran maestra, anche le bestie addestra. Il mio amico libraio mi ha convinta ad acquistare questa mistery box con una sola domanda: accetti la sfida? Aryna ha 15 anni quando si trasferisce a Torino dalla Romania, fa la prima liceo perchè ha dovuto ripetere la terza media per ottenere il diploma. Si sente più avanti dei suoi compagni di classe, per età, per esperienza, per bisogno di essere parte di qualcosa. I suoi disturbi alimentare sono il perno del romanzo, attraverso la lente distorta del cibo analizza tutte le persone che le vivono accanto. Quante volte il suo sguardo giudicante si posa sulla sorellina, che attinge dalla credenza delle schifezze a piene mano senza mettere un grammo? Quante volte la madre si arrabatta per cucinare pietanze della tradizione romena, che Aryna si rifiuterà di mangiare. I collaterali personaggi sono dei piccoli angeli custodi, seppur adolescenti problematici, che cercano di fare il massimo per la loro amica. La storia di Chiara infine, toccante e straziante, che racconta come qualche volta, dai propri mostri non si possa proprio fuggire e sia meglio lasciarsi divorare. Un piccolo gioiello, da riporre in libreria.
Di Andreea Simionel avevo già letto, in passato, “Male a est” e avevo alte aspettative, che questa lettura ha ampiamente superato. “La ragazza d’aria” è infatti un romanzo stupendo. Uno di quelli che ti ricordano quanto sia bello leggere e cosa la lettura sia in grado di regalarci: emozioni e riflessioni. La trama si concentra sulla storia di Aryna, un’adolescente rumena che, come la protagonista di “Male ad est”, si trasferisce con i genitori nella provincia di una città italiana (Torino, con la precisione) e lì, nei suoi anni più difficili, di crescita, di transizione, vive sulla sua pelle lo “scollamento” delle due parti di vita che la compongono, il “prima” e il “dopo”: non si sente ancora italiana e non si sente più rumena. E’ persa in una zona di confine, un limbo senza identità e fatto di vuota routine, la scuola, la sorella, la spesa (sempre troppa), gli amici (pochi), nella quale lei è sempre e comunque fuori posto. E così, Aryna, disgustata da questo vuoto che pare fagocitarla, decide di assumere il pieno controllo sull’unica cosa su cui pensa di poterlo fare: il cibo. E, dalla sua timida e anonima zona di confine scivola, a poco a poco, in un baratro. Non immaginavo che il libro parlasse della tematica dei disturbi alimentari. Ma lo fa con intelligenza, esplorando, e in modo non banale, tutto il contorno di disagio, familiare e sociale, che questi disturbi portano con sé. E, alla fine, dopo l’esperienza di un ricovero, una perdita traumatica, e la ricostruzione, non semplice, di una nuova vita in cui trovare finalmente la propria identità, Aryna riprende a respirare a pieni polmoni, con la consapevolezza di aver vissuto i suoi anni peggiori e al contempo, i suoi anni migliori…quelli che l’hanno segnata per sempre.
Ti ho promesso che sarei tornata nel magico comune di Ceriale e non avrei pensato a quella volta che una pazza si è messa a piangere in pubblico. Ho rotto la promessa. Ti penso sempre. In certi momenti penso a te come ai miei anni più brutti, altri come ai miei anni migliori. Quelli in cui sono stata la versione più debole e più forte di me stessa. A cui non potrò mai più tornare. Solo ripensare, raccontare. Gli anni della stupidità, della fame, della determinazione, gli anni dell'ambizione e della disillusione. Gli anni del potere e della debolezza. Gli anni in cui ho mentito mia madre, a mio padre, a mia sorella, agli amici, ai medici, alle infermiere, a Dio ogni volta che promettevo loro di stare bene. A volte sento che quegli anni sono sopra di me. Si accumulano e mi schiacciano in una fossa e tentano di soffocarmi. Altre volte come adesso sono dietro di me. Sono un treno di vagoni, un vento che mi spinge da dietro. Apro le braccia e corro giù per la discesa. Sono corpo che cammina, sono polmoni che si riempiono e si svuotano, sono cuore che batte, sono muscoli in movimento.
Aryna ha quindici anni quando si trasferisce dalla Romania a Torino. Il distacco dal suo paese, dalla nonna e la zia, le provoca dolore; cerca di diluirlo opponendo resistenza verso la famiglia e la sua principale forma di manifestazione di affetto: il cibo.
Questo toccante romanzo racconta la storia di una ragazza che si lascia scivolare lungo i desideri degli altri e vede il mondo sfuggirle dalle mani. RAGAZZA DI VENTO parla di Aryna, del suo rifugiarsi nel cibo, il limbo in cui finisce e la vita che va avanti senza di lei…
L’autrice con sensibilità e tatto descrive le vicende di un’adolescente finita in un “altrove” oscuro e impenetrabile.
Il libro diventa sempre più accattivante e commovente mano a mano che la lettura prosegue. Ad un certo punto, con il precipitare degli eventi, ho provato una sensazione di sconforto alla bocca dello stomaco e volevo disperatamente leggere per arrivare alla fine e scoprire il destino della fragile Aryna... Bellissimo romanzo d’esordio. -------------------------------------------------------------
Con chi ha figli adolescenti o lavora con loro, lo sa bene come questa sia una terrà ti confine, dove tutto è ingigantito.
Aryna ha quindici anni ed è arrivata da due anni a Torino, dalla Romania, insieme alla sorella maggiore. Sul suo corpo sente il peso delle sue radici e lo slancio di adattarsi nella nuova terra, camminando sulla linea sottile tra ciò che è stata e chi può diventare: due lingue, due culture, due versioni di sé che faticano a convivere. Il corpo diventa per lei un campo di battaglia, un’emergenza quotidiana fatta di controllo, rifiuto e ricerca di confini. Intorno a lei ruotano una madre assente, una sorella protettiva e un’Italia che la guarda spesso con sospetto o indifferenza.
Aryna, quindi, prova ad agire per sottrazione, diventando invisibile e cadendo nel vortice dell’anoressia.
La scrittrice prova a restituire la vulnerabilità e la rabbia a un’adolescenza migrante, senza cadere nel pietismo. Il romanzo esplora con lucidità temi come l’integrazione, il peso dell’identità, l’amore tra sorelle e il rifugio salvifico nei libri, i disturbi alimentari, trasformando una storia personale in un ritratto universale della fragilità giovanile nel nostro tempo.
“Mi avvicino, sull’orlo della roccia. Mi hai chiesto se mi sarebbe piaciuto chiudere gli occhi e risvegliarmi direttamente donna, senza passare dalla ragazza. Ti ho detto che non lo sapevo. Ho mentito. Chiudo gli occhi adesso. Li riapro e mi butto giù, urlando. Restare sveglia a guardarmi vivere è bellissimo e spaventoso.”
Aryna è una ragazza eterea, che ferocemente è determinata a esistere, e resistere, sospesa come aria tra due mondi.
“Se avessi, se non avessi. Le infinite repliche nella mia testa di uno scenario diverso e impossibile. Se non avessimo fatto il bagno, solo il sentiero. Se non avessimo fatto il sentiero, ma solo il bagno. Se fossimo rimaste sdraiate al sole, ad asciugarci. Se avessimo mangiato la focaccia. Se sul treno ti avessi costretta a indossare la felpa, se ti avessi legato il telo intorno, a forza. Se ti avessi ascoltata prima. Se avessimo rotto la finestra e fossimo rimaste qui per la notte.”
Questo secondo romanzo di Simionel si distingue, come già il primo, per la capacità di restituire con grande lucidità alcuni tratti profondi della cultura e della famiglia romene, osservati attraverso uno sguardo non banalizzante, ma anzi, sempre molto consapevole delle similitudini e delle differenze identitarie – qualità rara tra gli autori con il suo stesso background.
La narrazione, tuttavia, fatica inizialmente a trovare una direzione chiara: la prima parte appare indecisa, come se la scrittrice non avesse ancora definito pienamente l’asse narrativo. La svolta arriva con l’emergere della condizione anoressica della protagonista, trattata con profondità e precisione documentaria. Dà finalmente coesione e intensità a una storia che altrimenti rischiava di disperdersi.
Lo stile, molto concentrato sul presente e sul dettaglio minuzioso, a tratti limita l’apertura verso una riflessione più ampia – che l’autrice avrebbe invece le capacità di sviluppare. Tuttavia, il romanzo riesce a denunciare con efficacia il trauma (molti dei traumi) degli adolescenti divisi tra due culture: sospesi tra integrazione e radici, incapaci di abbandonare del tutto il mondo d’origine e/o di integrarsi in quello d’adozione.
Pur essendo, quindi, a tratti, un’opera con un impianto narrativo piuttosto indefinito e stilisticamente non brillante, il romanzo risulta comunque autentico e ben documentato. Forte sul piano tematico, lascia spazio alla speranza: alla possibilità di superare il dolore attraverso la presenza della famiglia e il sostegno degli amici.
Oggi sono qui per parlarvi di un'altra bellissima opera arrivata nelle nostre librerie e online. Come sapete sono una grande amante del genere, quindi potevo mai farmela scappare? Assolutamente no. Una storia fragile, luminosa e necessaria… nel modo migliore possibile. La ragazza d’aria è un romanzo che respira, trema, cade e si rialza insieme alla sua protagonista. Aryna, quindici anni, vive sospesa tra due mondi: la Romania che ha lasciato e l’Italia che non la accoglie davvero. Due lingue che non si incontrano, due identità che si scontrano, un corpo che cambia e che lei sente sempre “troppo”. Torino è la città in cui dovrebbe ricominciare, ma per Aryna ogni cosa è una frattura: il nome che nessuno sa pronunciare, la lingua madre che graffia, la nostalgia che pesa come una pietra. Così inizia a stringere, a controllare, a ridurre: il cibo, le emozioni, i legami. Come se potesse diventare più leggera, più invisibile, più accettabile. Attorno a lei, la famiglia e gli amici sembrano lontani, incapaci di capire il suo silenzio. Eppure, proprio in quel vuoto, Aryna scopre due rifugi: la sorella, con cui condivide un amore imperfetto e feroce, e i libri, che diventano un luogo dove respirare quando il mondo reale la soffoca.
“A volte bisogna scivolare sott’acqua per capire quanto sia prezioso tornare a respirare.”
Aryna è una protagonista che resta impressa: vulnerabile, intensa, piena di contraddizioni. La sua lotta con il corpo non è solo fisica, ma identitaria: è il tentativo disperato di trovare un posto nel mondo, di capire chi è, di non essere più “troppo” o “sbagliata”. La famiglia è tratteggiata con grande delicatezza: genitori che amano ma non comprendono, una sorella che è insieme radice e tempesta, amici che non sanno come avvicinarsi. Torino, con le sue strade fredde e i suoi spazi anonimi, diventa lo specchio perfetto della sua solitudine. La scrittura di Andreea Simionel è vulnerabile e incandescente, come dice Avallone: una voce che pulsa, che non ha paura di mostrare le crepe, che trasforma l’adolescenza in una terra di confine dove tutto fa male e tutto può salvare. Il romanzo affronta temi complessi come la migrazione, identità, disturbi alimentari, appartenenza con una sincerità che non scivola mai nel patetico. Ogni pagina è un respiro trattenuto, un passo verso la superficie. La ragazza d’aria è perfetto per chi cerca una storia che parla al cuore e allo stomaco, per chi ama i romanzi di formazione che non addolciscono la realtà, per chi vuole leggere di corpi che cadono e poi, lentamente, imparano a volare. È un libro che commuove, che ferisce, che cura. Un romanzo che ti ricorda che crescere significa anche imparare a nominare il proprio dolore e a non averne più paura.
Questo romanzo è per chi ha conosciuto anche solo una persona che ha provato a diventare invisibile. È per chi ha conosciuto il dolore ma ne ha anche fatto il suo punto di forza; Per tutte quelle persone che hanno combattuto con un piatto pieno e una mente difficile da domare dai pensieri intrusivi. Per tutte quelle persone che si sentono sole ma che sole non lo sono.
Io e Aryna ci capiamo molto più di quanto vorrei ammettere a me stessa, leggere questo libro è stato bellissimo ma anche dolorosissimo. Ho amato ogni singola pagina di questo romanzo e merita di essere letto, tutti dovrebbero conoscere Aryna.
Io sono contenta di averla conosciuta. Sono quasi certa che Anna alla fine fosse una metafora o almeno per me lo è. Anna è la malattia stessa e quando Aryna finalmente si sente libera Anna non c’è più.
Non ho altre parole per descriverlo, è intenso. È un viaggio e alla fine ne esci cambiato anche tu.
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Commovente e difficile. Forse a metà romanzo si perde un po’ la parte di accettazione della propria identità “nazionale”, diciamo così; alcuni passaggi sono un po’ “ingenui” ma la protagonista è così umana, forte, fragile. Non riesco a pensare che leggendolo qualcuno non si sia commosso. Non è delicato, ma molto duro eppure non mi è piaciuto il personaggio della dottoressa Drago e quello della Pietrasanti è troppo abbozzato per il peso che le si dà nel finale. Vorrei che tutte le storie del genere finissero in questo modo
"Restare sveglia a guardarmi vivere è bellissimo e spaventoso".
Aryna ha fame di aria, il mondo circostante non la fa respirare. Arrivata in Italia a quindici anni dalla Romania con la famiglia, cerca di inserirsi come meglio può in una nuova città che pur essendo grande, un po' la comprime. A ribellarsi è il suo corpo che non riesce ad accogliere cambiamenti, imposizioni e modi di vivere che non gli appartengono. Come il pesce che quasi protegge la ragazza in copertina, Aryna ha un respiro branchiale. Ha una bocca ma non riesce a esprimere le sue fragilità e per questo al suo posto lascia parlare la propria immagine. Cerca quasi di scomparire, cancellare sé stessa fino a diventare invisibile. Sente troppo ciò che le accade e forse gli altri lo sentono troppo poco per accorgersene. Quando accade la reazione è forte. L' attacco, la prevaricazione di fronte a una malattia che è prima di tutto dell' anima. Una cicatrice dalla quale non si guarisce mai veramente se non esternando ciò che si cova dentro. Il cibo è un mezzo. Può stare dentro o fuori ma è un palliativo. Un' idea di autoregolazione che finisce per controllare Aryna. La sua vita cambia e dall' iniziale rabbia, la consuetudine routinaria la rende più tranquilla. Col tempo diventa l'incertezza ciò che la scuote. A farle compagnia soprattutto le parole, i libri e la scrittura. Un ponte fatto di lettere e inchiostro che la aiuta a buttare fuori sé stessa, senza più nascondersi. Questo sì che è un libro che "finalmente" definirei commovente. Un incrocio di soggettività, familiarità, società. Una storia attuale e purtroppo molto comune che ci spinge a riflettere; soprattutto su come a volte siamo convinti di fare del bene alle persone che amiamo e in realtà le portiamo all' autodistruzione. La penna dell' autrice è molto precisa e affinata. Il libro si comincia e si finisce anche se sembra infinito, in senso buono. È come se le pagine si ricaricassero e si rigonfiassero di significato a ogni giro di carta. Meraviglioso, credo meriti tanto e spero che venga apprezzato dagli altri lettori.
Quando un libro smette di essere solo una semplice storia e diventa un pezzo di vita è difficile raccontarlo, perché le parole si fanno all’improvviso inadeguate. Proverò comunque a trasmettervi tutto quello che mi ha lasciato. Già dalla sinossi si capisce che queste pagine non saranno facili e lo stile di scrittura lo conferma fin dall’inizio: pochi dialoghi, tanti particolari, frasi brevi, parole misurate, scelte con cura, ognuna con un preciso significato e una precisa funzione. È una scrittura spigolosa, ma allo stesso tempo generosa, esattamente come la protagonista: Aryna. Adolescente, rumena, italiana, silenziosa, curiosa, intensa, respingente, fragile, arrabbiata, anoressica. È in bilico sul mondo, fa fatica ad inserirsi non solo nel contesto sociale, ma anche nel dialogo con se stessa.
La seconda parte è quella che mi ha scavata di più. Ci sono stati momenti in cui mi sono dovuta fermare, smettere di leggere, pensare ad altro, perché stavo troppo male. Ma il giorno dopo non vedevo l’ora di ritornare da Aryna, che stava diventando sorella, amica, confidente. Alla fine della lettura, quello che mi è rimasto addosso è un senso di intimità e protezione. Come se avessi letto il diario segreto di un’amica o avessimo passato un pomeriggio a scambiarci confidenze, quei segreti che fanno male, ma che aiutano a conoscersi, capirsi e crescere. E ho fatto fatica ad aprirmi; sto facendo fatica, appunto, a parlarvene, così come, nonostante avessi l’autrice davanti, non sono riuscita a dirle nulla, per poi piangere subito dopo il firma copie, completamente “a caso”. Forse questa è la “recensione” peggiore della storia, o forse è la più autentica, sta di fatto che se volete misurarvi con questa realtà, se avete bisogno di uno specchio per le vostre fragilità, se desiderate accogliere un po’ di malessere per aiutare qualcun altro a guarire, allora prendete tra le mani questo libro e donatevi questa storia.
"Al mattino ho le guance gonfie, ma se riesco a non mangiare niente per mezza giornata si sgonfiano. Mi sento leggera e aerea."
"Nessuna di noi due dorme. Restiamo sveglie ad ascoltare la fame."
Vorrei poter trovare le parole per descrivere questo libro, quello che mi ha lasciato. Mi sono sentita Ary tante volte per tanto tempo e la forza delle parole è riuscita a riportare a galla sensazioni che non provavo da anni. Con quanta facilità dimentichiamo gli anni passati che adesso spingono vento nelle nostre vele spiegate. Tra le migliore letture di questo 2026✨
Ho letto con piacere in anteprima questo romanzo. Una voce unica e graffiante, una storia in bilico tra crescere e restare che intreccia corpo, origini e divenire. Sono stata ammaliata da Aryna, una protagonista fatta di vento che cade prigioniera della sua stessa mente ma prova ad andare sempre avanti finché non vede un raggio di futuro. A metà tra Tutta la vita che resta di Roberta Recchia e Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli. Davvero un bel libro!
Questo libro è vivo, è umano, è vero, è Aryna. All'inizio non la capivo, non riuscivo ad entrare in empatia con lei ma poi... quando tutto ha iniziato a sgretolarsi e a ricostruirsi l'ho capito, l'ho capita e le ho voluto bene davvero. Avrei voluto capirlo subito e, nel mio piccolo, proteggerla anche io.
purtroppo non ero pronta a tematiche simili, è stato abbastanza pesante procedere verso la fine.. la scrittura non mi ha fatta impazzire e la protagonista non mi è mai proprio piaciuta, già dalle prime pagine avevo capito che non sarebbe stato il mio libro.
Un romanzo di formazione e di dolore, di gioventù e di sofferenza, di morte e di amore, di pieni e di vuoti, di malattia e di respiro, di nutrimento e di parole. Era iniziato lentissimo, fortuna che non ho mollato.